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Chi ama il libro, prende in mano,
col sentimento di una tranquilla familiarità,
quell’oggetto che così si chiama, stampato su carta
e rilegato in tela o cuoio o pergamena.
Lo sente come una creatura,
che si tiene in onore e si cura,
e della cui concretezza materiale si è lieti.
Non è per lui solo il mezzo a uno scopo,
sia pure il più spirituale, bensì qualcosa
di pienamente compiuto in se stesso,
saturo di significati molteplici
e capace di dare con ricchezza.

[Romano Guardini, Elogio del libro]
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«Non è strano come un libro diventi più spesso
se viene letto e riletto di continuo?»
aveva osservato Mo un giorno.
«Come se ogni volta, fra le pagine,
rimanesse attaccato qualcosa:
sensazioni, pensieri, rumori, odori…
E quando a distanza di anni li riapri,
ritrovi te stesso, un po’ più giovane, un po’ diverso,
quasi il libro ti avesse conservato
come un fiore fatto seccare fra le pagine…
un po’ estraneo e un po’ familiare».
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Infilai un foglio nel rullo e, senza concedermi un attimo di tregua, cominciai a spremere quanto avevo dentro.
Lottai con ogni parola, ogni frase, ogni espressione, ogni immagine e ogni lettera come se fossero le ultime che avrei scritto.
Scrissi e riscrissi ogni rigo come se ne andasse della mia vita e poi lo riscrissi di nuovo.
La mia unica compagnia furono l’eco del ticchettio incessante della tastiera che si perdeva nella sala in penombra e il grande orologio a muro che esauriva i minuti che mancavano all’alba.
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[Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell'angelo]
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Sulla porta del laboratorio era appesa una targa, una piccola targa di latta. Meggie ne conosceva le parole a memoria. Era con quei caratteri antiquati, dalla forma appuntita, che aveva iniziato a cimentarsi con la lettura.
CERTI LIBRI VANNO ASSAPORATI LENTAMENTE,
ALTRI DIVORATI IN UN SOL BOCCONE.
E SOLO ALCUNI, POCHI, VANNO MASTICATI
PER DIGERIRLI COMPLETAMENTE.
All’epoca, quando doveva ancora arrampicarsi su una cassa per decifrare la scritta, l’aveva interpretata letteralmente e, con un misto di nausea e orrore, si era chiesta perché mai suo padre avesse scelto proprio la frase di un pazzo che mangiava libri.

[Cornelia Funke, Cuore d'inchiostro.]
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Non scrivere mai un romanzo dalla prospettiva di un buco della serratura!
Le parole straniere si chiamano così perché sono estranee alla maggioranza dei lettori!
Non cacciare in una frase più parole di quelle che occorrono.
Se il punto è un muro, i due punti sono una porta.
L’aggettivo è il nemico naturale del sostantivo.
Se scrivi in stato di ubriachezza, rileggi il testo da sobrio prima di farlo stampare.
Usa l’argento vivo per scrivere, perché garantisce la fluidità del discorso.
Le note a piè di pagina sono come i libri sullo scaffale inferiore d’una libreria: non li guarda nessuno perché bisogna piegarsi.
In un’unica frase non dovrebbero mai comparire, simili a formiche, più di un milione di puntini, a meno che la frase non sia compresa in un trattato scientifico sulle formiche.
I sonetti figurano al meglio se scritti a mano su carta, le novelle invece su pergamena.
Dopo ogni tre frasi tira bene il fiato.
Le storie dell’orrore si scrivono meglio con una spugna fredda appoggiata sulla nuca.
Se una delle tue frasi ti ricorda la proboscide di un elefante in procinto di raccattare una nocciolina, allora ripensaci.
Rubare a uno scrittore è furto, rubare a tanti scrittori è ricerca.
I grossi libri sono grossi perché il loro autore non si è preso la briga di essere sintetico.

[Walter Moers, La città dei libri sognanti]
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«Quello che io voglio dire può essere espresso anche in un altro modo: l’amore per il libro è proprio di colui che se ne sta seduto alla sera nella sua stanza, mentre intorno è silenzio – presupposto, ovviamente, che intorno a lui, al fortunato, sia veramente silenzio – ed ecco che, improvvisamente, i libri presenti nella stanza diventano per lui come esseri viventi. Singolarmente viventi. Oggetti piccoli, eppure pieni di mondo. Che stanno lì senza muoversi e senza far rumore, e tuttavia pronti in ogni momento ad aprire le proprie pagine e a cominciare un dialogo che racconta del passato, che rimanda al futuro o che invoca l’eternità, e tanto più inesauribile, quanto più ne sa attingere colui che ad essi si avvicina.»
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[Romano Guardini, Elogio del libro]
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[Juan Villoro, Il libro selvaggio]
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PS: chiedo venia per l’assenza, ma avevo la connessione internet fuori uso… T.T
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