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Recensione: I guerrieri d’argento

Anche con questa recensione, purtroppo, siamo in ritardo di qualche giorno sulla tabella di marcia… ma meglio tardi che mai, no? ;)
Scherzi a parte, quest’oggi tocca al libro d’esordio di Elvio Ravasio, ovvero un fantasy intitolato I guerrieri d’argento.

Titolo: I guerriedi d’argento
Autore: Elvio Ravasio
Genere: fantasy classico
Editore: Senso Inverso
Collana: Senza tregua
Pagine: 159
Anno di pubblicazione: 2011
ISBN: 9788896838259
Prezzo: € 15,00
Formato: brossura
Valutazione:

Ringrazio l’autore per avermelo spedito.



Credo che, prima o poi, un articolo dedicato alla nauseante abitudine (per non dire mania) da parte di moltissime case editrici di autoelogiare i propri libri nella quarta di copertina sia d’obbligo. Manco a dirlo, infatti, questo è successo anche con I guerrieri d’argento: mi arriva a casa il pacco, lo scarto, lo giro per leggere il riassunto e mi ritrovo a dover leggere un bel “L’inizio di una nuova saga che rivoluzionerà il genere fantasy”.
Sorvolando sul discutibile buonsenso di questa scelta, che a mio parere non dimostra il massimo della serietà, non trovate anche voi che sia un trovata poco meno che masochista? Se un libro fosse veramente l’inizio della saga che rivoluzionerà il genere fantasy, non pensate che sarebbe giusto se fosse il romanzo stesso a giudicarsi da solo? E nel caso molto più realistico che questo non accada… ma che figura fa fare al libro e all’autore e soprattutto allo stesso editore?
Il caso vuole che io sia talmente abituata a leggere frasi del genere nei libri pubblicati da non prestarci neanche più attenzione, ma ad ogni modo trovo che sia una scelta molto fastidiosa: perché un lettore non può avere il diritto di crearsi da solo un parere sui libri che legge? Perché deve essere influenzato da un giudizio per ovvi motivi di parte? Sarò pure allergica alle tecniche di marketing, ma proprio non lo capisco.
In ogni caso, torniamo alla nostra recensione.

Ho avuto modo di scambiare un paio di messaggi con l’autore prima di cominciare con la lettura, il quale mi ha detto che I guerrieri d’argento è stato scritto per una bambina all’ora di 11 anni – sua figlia, a essere precisi – e quindi mi ha pregato di leggerlo con quello spirito. Detto fatto: ho tirato fuori quel che è rimasto della “me undicenne” e mi sono messa a leggere.
Qui però ci sarebbe un’altra cosa da dire: scrivere un libro rivolgendosi a un gruppo di ragazzini non implica che l’autore del suddetto abbia la libertà di ignorare le regole della lingua e della narrativa contando sul fatto che i futuri lettori probabilmente non se ne accorgeranno. Con questo non sto dicendo che I guerrieri d’argento sia scritto da cani, certo che no… però che sia stato scritto per un pubblico di bambini non giustifica certi errori che sono stati commessi, e che vi mostrerò fra poco.

Ma partiamo dal principio: di che parla I guerrieri d’argento?
Sarò sincera: non lo so. A questo punto, avete il pieno diritto di darmi della cretina: “Ma come, l’ha letto e non sa di che parla?”.
Be’, chiariamoci. Lontanamente lo so di cosa parla, non sono ancora del tutto rincretinita. Ma il problema… anzi, i problemi sono i seguenti:

• per quanto mi sia sforzata, non sono riuscita a trovare un senso alla trama de I guerrieri d’argento. In pratica, tutto si risolve in questo riassunto che ho pescato su internet:

Ottava era del tempo di Ulum: la pace e la serenità regnano da tempo sulle lande di Arìshtar, sotto la guida di Arkàdon. Ma un giorno il cielo si oscura e improvviso comincia a soffiare un vento impetuoso. Sarà il principio di una tremenda lotta tra le forze del bene e quelle del male. Elamar degli altopiani, ragazzo Goljis e Nayla, giovane dei Cèldi, partono per un viaggio decisivo, lungo territori fantastici, alla difesa delle loro terre: un viaggio che li unirà e li farà crescere.

… ma il risultato non è affatto lineare come sembra. La trama, infatti, pur nella sua semplicità (per non dire banalità) viene trattata in un modo talmente arzigogolato da risultare incomprensibile ai miei occhi, piena di contraddizioni, buchi di logica e così via.

• lo stile, oserei dire inesistente, risulta anonimo e quasi del tutto privo di personalità, oltre che spesso pieno di difetti: troppi errori grammaticali e sintattici, sviste, refusi, ripetizioni e vari obbrobri stilistici. La mancanza di un correttore di bozze e ancor più di un buon editor si fa sentire. Il che non ha propriamente conciliato la mia concentrazione durante la lettura…

Fatto sta che la situazione è questa: non so se la colpa è mia o se è effettivamente così, ma resta che non sono stata in grado di capire il senso di questo romanzo. Un puzzle composto da tessere che quasi nulla avevano a che fare le une con le altre: così potrei definire la “trama” de I guerrieri d’argento.

Poco fa accennavo allo stile, e ora è venuto il momento di approfondire questo aspetto del libro.
Come al solito partiamo dall’inizio, cioè dal prologo. Prologo che, manco a dirlo, presenta lo stesso, identico difetto comune al 99% dei libri fantasy che mi sono capitati di recente: colloca la vicenda nel suo periodo storico e nella sua posizione geografica, ma naturalmente lo fa raccontando il tutto. E a questo punto non ci resta che sorbirci l’ennesimo trattato storico-geografico:

Nella VIII Era del tempo di Ulum: prima della battaglia di Lemor, della grande piena e ancor prima dell’Adunanza, sulle lande di Arìshtar il tempo trascorreva sereno.
Arkàdon regnava sulle lande del sacro monte Umar, una montagna impervia e austera. La cima era invisibile a occhio nudo e le pareti inaccessibili, una nebbia densa ne avvolgeva la parte centrale formanzo un fitto anello impenetrabile.

Notare soprattutto la prima frase, priva di verbo, e quella finale: qualcuno mi spiega cos’è la parte centrale di una montagna e come fa a essere avvolta da un anello di nebbia fitta, densa e impenetrabile? E come al solito non dimentichiamoci dei soliti aggettivi inutili e specialmente di quanto un incipit del genere inviti a proseguire la lettura. Solo a me ricorda un certo “Il vento ululava nella notte, portando con sé un odore che avrebbe cambiato il mondo”?

Ci sarebbe molto altro da dire, ma mi sono già stancata di parlare del prologo. Quando si inizia con lo stesso identico schema di incipit (tra parentesi, mi domando come possa andare tanto di moda, dal momento che è stato dimostrato da tempo che un inizio del genere non funziona) l’attenzione svanisce presto. Perciò facciamo un salto di una decina di pagine, dove facciamo conoscenza con il secondo grosso problema de I guerrieri d’argento:

«Nessuno può colpire un Drill da tre distanze di lunghezza!» lo interruppe Nayla con un tono di disappunto. Una lunghezza corrispondeva, infatti, a circa trenta passi di un uomo adulto. (pag. 15)

Diamo il benvenuto anche al nostro amico Infodump. Non è uno degli esemplari più gravi che ho trovato, ma il problema è sempre lo stesso: un dato del genere, posto che serva a qualcosa nella storia, finisce dimenticato nel giro di poche pagine, perché il raccontato non rimane in testa. Più avanti ne troviamo altri:

Dall’inizio dei tempi gli Immortali divisero in ere il trascorrere dei secoli, a ogni era veniva dato il nome di una persona distinta per particolare meriti o gesta. Ogni nome attribuito era mantenuto per dieci ere, dopo di che veniva sostituito con un altro. Un’era durava cinquanta dei nostri anni. (pag. 40)

Oltre al solito Infodump, rigorosamente raccontato, troviamo anche un altro difetto non da poco: come può il narratore affermare che un’era di Aristhar equivale a un nostro mezzo secolo? Non sarà per caso l’autore che fa capolino nella storia?
Questa è una piccolezza, se volete, ma bisogna prestare attenzione a particolari del genere: un narratore è un’entità fittizia che deve limitarsi a raccontare (o meglio, a mostrare) la sua storia e che non può permettersi considerazioni personali o confronti tra un mondo immaginario e quello reale. E appena una pagina più tardi:

Colui che li aveva guidati fino lì era il loro Re, Norfolk di Kardon, colui che aveva dato il nome al popolo. Nell’antica lingua, Emidi significa infatti discesi dal cielo. Il nome era stato scelto da Norfolk per ricordare le loro reali origini.
La città degli Emidi era costruita da abitazioni ricavate all’interno di giganteschi alberi, una piccola scala intagliata direttamente nel tronco portava all’ingresso. L’entrata si trovava, più o meno, a due braccia da terra. In alcuni alberi si potevano ammirare abitazioni a due piani e, solo nei più grossi, tali abitazioni arrivavano fino a tre; scale interne collegavano i pieni tra loro e graziose finestra, di forma ovale, lasciavano penetrare la luce all’interno. Tutt’intorno bambini dai capelli bianchi giocavano felici. Ognuno dei piccoli, appena vide Norfolk arrivare, gli corse incontro per abbracciargli le gambe. Il Re accarezzava la testa di ognuno di loro con le sue grandi mani e li rispediva a giocare.

Altra bella descrizione piatta e che non trasmette nessuna immagine concreta. E purtroppo si dà il caso che la maggioranza delle parti descrittive sia così. Leggete ad esempio questa:

Il gruppo era così formato. Elamar degli altopiani, veloce come il vento, dagli occhi scuri e la carnagione dorata, i capelli corvini lisci e lunghi in egual misura ondeggiavano al vento.[...]
Nayla dei Cèldi dalla carnagione chiara e delicata, i morbidi capelli biondi leggermente ondulati le cadevano sulle spalle; il volto, dai lineamenti gentili, ma dall’espressione decisa, lasciava intuire le sue nobili origini.[...]
Infine Gotland degli Emidi, dal fisico scattante e asciutto. I capelli bianchi, lunghi fin sotto le orecchie non tradivano la giovane età che i suoi occhi verdi dall’espressione astuta lasciavano percepire.  (pag. 44)

Devo dire che ho sempre adorato le descrizioni stile lista della spesa, specialmente quando sono tutte insieme. Be’, immaginatevi 160 pagine in cui a ogni descrizione si è costretti a leggerle e ditemi se non verrebbe anche a voi la voglia di buttare il libro dalla finestra.

Un altro errore ricorrente è il nostro amico PoV salterino, che anche qui non si fa attendere, ma soprattutto le virgole tra soggetto e verbo, che vi proporrò affinché voi ammiriate in che incredibili posizioni si sono andate a cacciare questa volta:

Purtroppo il nemico, aveva decifrato parte del libro di Iljia [...] (pag. 29)

Arrivato in prossimità della pietra, Elamar, notò quelle scritte e cercò di interpretarle [...] (pag. 38)

Senza esitare, tutti e tre, varcarono un portone di legno che sembrava si potesse sbriciolare da un momento all’altro. (pag. 96)

Tra gli altri difetti troviamo spesso una punteggiatura sballata (per esempio, i dialoghi che vengono introdotti da  « e » se sono a fine frase devono essere chiusi con un punto, cosa che non avviene mai), che di per sé non sarebbe un errore fastidioso come gli altri, ma ne I guerrieri d’argento accade un fenomeno ugualmente irritante: a un certo punto – precisamente a pagina 16 e nelle successive – Elamar inizia a raccontare come è arrivato al villaggio dei Cèldi. Vengono giustamente aperte le virgolette caporali e il nostro personaggio comincia la sua storia in prima persona. Nella pagina dopo, però, Elamar si ritrova a dover riportare a sua volta dei discorsi diretti, che vengono anch’essi introdotti con le virgolette caporali. Accade una cosa del genere, dunque:

Elamar inizia a narrare la sua storia:
«Era una giornata di sole cocente e stavo cacciando un Drill…
[segue una pagina]
… vidi un uomo fermo in mezzo alla via, che mi disse:
«Vieni avanti, Elamar, non avere paura.» 
«Non ho paura!» risposi.»

In pratica, troviamo discorsi diretti all’interno di altri discorsi diretti senza nessuna distinzione: il risultato è che per una buona manciata di pagine non si capisce se è ancora Elamar che parla, se è uno dei personaggi che lui fa parlare o se è il narratore che sta riportando la scena dall’esterno. Insomma, un ottimo metodo se si vuole che il lettore non capisca nulla di quello che legge.

A parte questi difetti, il problema alla fine è sempre lo stesso: sembra che chi scrive non si sia saputo informare a sufficienza sulle regole della narrativa, in particolare della narrativa fantasy. Durante tutta la durata della storia non capivo dove l’autore volesse andare a parare: tutto mi appariva come un’accozzaglia di situazioni slegate e alquanto improbabili, tra l’altro scritta piuttosto male. Una vera delusione, in poche parole.

Parlando di aspetto esteriore del libro, sulla scelta di inserire immagini all’interno della storia non mi trovo d’accordo, perché ritengo che debba essere il lettore stesso a immaginare da solo personaggi e scene, ma almeno in questo caso i disegni sono ben fatti, a parte i soliti tre o quattro in stile fumettoso. Se non fosse per la parte grafica, come la copertina (che è davvero bella) e appunto le illustrazioni, non sarei andata oltre la stella e mezzo: per fortuna con I guerrieri d’argento l’occhio ha avuto la sua parte.
La stessa cosa non si può dire per tutto il resto, però: al di là delle mie considerazioni personali, trovo che I guerrieri d’argento sia un romanzo scadente, che come al solito sarebbe potuto risultare dieci volte migliore se si fosse prestata più attenzione ai dettagli. Non metto in dubbio che un ragazzino di 11 anni possa goderselo tranquillamente senza nemmeno notare certi difetti, ma se chi legge ha un po’ di anni e di esperienza di letture in più alcune cose non passano affatto inosservate.

Qualcuno di voi potrebbe obbiettare: ma è scritto per bambini di 11 anni! Deve essere semplice, o non capirebbero niente!
Be’, sappiate che “semplice” non significa mai “tirato via”, e romanzi come La storia infinita, L’occhio del lupo, Il GGG e tanti altri ne sono la prova. Questo per dire che non è ammissibile scrivere cattivi libri con la scusa che sono per bambini: su 100 piccoli lettori, bene o male, 99 non si accorgeranno di certi errori, ma potrebbe sempre essercene uno che non se li lascia sfuggire. Un esempio potrebbe essere la sottoscritta, che da piccola sapeva recitare a memoria i libri di Geronimo Stilton, ma a cui nonostante tutto non sfuggiva nemmeno una delle (tante) incongruenze presenti… ^^

Per il momento, dunque, il mio giudizio si ferma a due stelline: come al solito, se I guerrieri d’argento fosse finito tra le mani di un editor esperto, molto probabilmente si sarebbe rivelato un piccolo gioiello, un racconto per bambini ma tuttavia godibile anche da un pubblico di adulti.


Letture di settembre

Come ogni mese, eccoci di nuovo con il riassunto dei libri che ho letto. In realtà, questa volta non c’è molto da dire: il blog, la scuola e altri impegni vari mi hanno sottratto un bel po’ del tempo che avrei usato per leggere, perciò in questo mese di settembre ho letto praticamente solo i libri del progetto, che ho già recensito o comunque sto per recensire. In ogni caso, ecco a voi i libri che ho letto in settembre. La novità di questa puntata è la seguente: dato che, come ho già detto, durante il mese il progetto “Libri in cambio di recensioni” mi ha tenuta piuttosto occupata, e che quindi quasi tutti i libri letti godono di un articolo a loro dedicato, ho deciso che non mi limiterò a linkare la recensione completa, bensì scriverò anche una sintesi della recensione stessa.
Ah, dimenticavo: degli ultimi quattro titoli non vedrete la recensione perché arriverà entro pochi giorni.

(Cliccate qui per vedere la slide delle copertine.)

>L’oblio della ragione - Chiara Vitetta (162 pp. – inviatomi
dall’autrice) 

È incredibile la velocità con cui ho divorato questo libro: il postino me l’ha recapitato verso le 11.30 e prima di pranzo l’avevo già finito. L’oblio della ragione è un libretto corto, che si legge in fretta, ma non per questo banale o superficiale.
Per entrambe i racconti che compongono il libro, la fine è tragica, da brivido, lascia l’amaro in bocca, ma non solo, perché nella sua tragicità fa riflettere: non si tratta semplicemente di due racconti di follia; in Giustizia e Blackout c’è molto, molto di più.
Parlando dello stile vero e proprio, Chiara Vitetta scrive in modo lineare, diretto, senza troppi giri di parole, ma nonostante la semplicità riesce a essere coinvolgente e a emozionare continuamente il lettore. A chi legge vengono presentate continuamente situazioni drammatiche, quasi sadiche, ma non gli viene lasciato il tempo di soffermarcisi tanto sopra: viene quasi costretto a continuare, ad andare avanti, a lasciarsi coinvolgere sempre di più dalla storia. A volte si percepisce una leggera ingenuità e qualche pecca di incoerenza (come dei passi non troppo attendibili), ma è naturale che lo stile di un’autrice così giovane – in ogni caso, ripeto, già piuttosto brava – necessiti ancora di qualche limatura.
Ero indecisa tra le tre stelline e mezzo e le quattro, ma alla fine ho optato per quest’ultime: una mezza stellina è per incoraggiare Chiara a fare ancora di meglio, a dare il massimo. Sono sicura che il suo secondo libro sarà indimenticabile.
(Qui la recensione completa.)

>Tokyo Night – Chiara Gallese (276 pp. – inviatomi dall’autrice in formato eBook)
È stato piacevole immergersi tra le pagine di Tokyo Night.
Come non sarà difficile intuire leggendo le notizie che ci vengono date sulla vita dell’autrice, la storia presenta numerosi tratti autobiografici, ed è stato forse questo a renderla maggiormente reale ai miei occhi. Non è facile trovare un libro di narrativa in cui la protagonista femminile non sia un inutile stereotipo. Non è facile, eppure Chiara Gallese c’è riuscita con la sua Keiko.
Tokyo Night, però, non è solo la storia di Keiko, di Masayuki, di Michele e degli altri personaggi: è un vero e proprio viaggio, idealmente indicato dalle varie fermate della metropolitana di Tokyo, attraverso l’affascinante cultura e le profonde origini del Giappone.
L’autrice, inoltre, non perde occasione di istruirci a proposito della vita di tutti i giorni, descrivendoci i piatti giapponesi, gli oggetti tipici, l’arte del disegnare fumetti e cartoni e quella di comporre poesie, se necessario spiegando anche il significato dei termini specifici. L’ho trovato, in pratica, un giusto equilibrio tra una semplice storia e un saggio sui vari aspetti del Giappone. Un romanzo molto accurato, in poche parole.
Anche per quanto riguarda lo stile non c’è niente da dire: a parte qualche piccola svista, probabilmente dovuta alla scarsa attenzione e alla mancanza di editing, l’ho trovato molto ben scritto, anche considerato che l’autrice è alla prima pubblicazione.
Insomma, come potete vedere, questo libro è riuscito a conquistare anche una che, come me, non è affatto attirata dal Giappone, oltre che a meritarsi 4 stelline.
(Qui la recensione completa.)

>Le rune del tempo – Jamila Bertero (282 pp. – inviatomi
dall’autrice) 

Da aNobii-dipendente, non mi è capitato di rado di trovare un libro di un esordiente che tutti o quasi giudicassero magnifico, ma che poi, andandolo a leggere, si rivelasse molto meno bello del previsto, o addirittura un’autentica delusione. Già la trama di per sé ci fa capire che “Le rune del tempo” non brilla per originalità: i cliché del sovrano oppressore, della principessa che deve provvedere da sola al regno, della sorella perduta, del viaggio periglioso, della profezia e degli oggetti magici si fanno sentire.
Ma il vero problema del romanzo non è tanto la trama, quanto i frequenti errori di stile: Show don’t Tell quasi inesistente, Inforigurgiti e As You Know Bob a manetta, cambi di PoV senza ragione e numerose sviste del genere.
Purtroppo, su certi errori è stato impossibile da parte mia anche solo chiudere un occhio. Quindi il mio voto non va oltre una stellina e mezzo. Si poteva fare molto di meglio, secondo me. Speriamo che con i seguiti di questo libro (che, da quanto ho capito, dovrebbe trasformarsi in una duo/trilogia) vada un pelo meglio, ma per il momento questo è tutto.
(Qui la recensione completa.)

>Cassonetti – Gianluca Antoni (234 pp. – inviatomi
dall’autore) 

Come si può facilmente notare leggendo il riassunto, Cassonetti non è un romanzo come gli altri, ed è per questo che non mi è facile nemmeno parlarne (anche perché, mentre lo leggevo, avevo l’impressione di essere troppo “piccola” per la storia che mi veniva proposta, considerato che i quattro protagonisti frequentano l’università e che vivono in un modo in cui mi è difficile identificarmi, avendo un po’ di anni in meno), ma ci proverò lo stesso.
Prima di tutto, mi è piaciuta molto la trovata di stravolgere quasi completamente l’ordine cronologico dei fatti: i personaggi vivono esperienze, tra innamoramenti, ubriacature e varie stupidate giovanili, e spesso si ritrovano a rivivere le stesse scene con loro attori come spettatori esterni e più o meno inconsapevoli. In pratica, è un continuo gioco di dejà vu ignari e involontari, per un effetto forse in un primo momento un poco sconcertante, ma che alla lunga si rivela il vero punto forte di questo romanzo.
Quindi, ve lo consiglio soprattutto se siete adulti e volete farvi due risate ripensando agli anni dell’università, ma in ogni caso, volgarità a parte, trovo che sia un romanzo che possa piacere un po’ a tutti.
(Qui la recensione completa.)

>Il libro selvaggio – Juan Villoro (218 pp. – regalato)
Questo è un libro che è stato scritto per un pubblico di età molto inferiore alla mia, ma l’ho trovato comunque piacevole e ben fatto. Il carattere di Juan, il protagonista, non brilla per vivacità; anzi, l’ho trovato piuttosto noioso. In compenso, il mitico zio Tito è un grande a dir poco: non so cosa darei per possedere un parente del genere. Carina anche l’idea del Libro Selvaggio, un libro che vuole farsi leggere soltanto da un lettore speciale, e soprattutto spassosi gli insegnamenti che zio Tito ci dà sui suoi adorati libri. Davvero una storia carina per i topini di biblioteca come me.

>Oltremondo – Marta Leandra Mandelli (472 pp. – inviatomi
dall’autrice) 

Ho impiegato più tempo del previsto a leggere questo romanzo, sia per il numero di pagine, sia per l’impaginazione piuttosto fitta delle stesse, sia perché, ahimé, la narrazione tende a procedere un po’ lentamente.
Ho notato che la storia fatica un bel po’ a decollare: fino circa a pagina 180 troviamo un lungo capitolo introduttivo che, a mio parere, avrebbe potuto essere sfoltito e alleggerito almeno di 40-50 pagine, non tanto perché queste ultime raccontino fatti inutili, quanto perché questi fatti vengono narrati in un modo piuttosto lento.
I punti a favore, però, sono numerosi. Prima di tutto, non si tratta dell’ennesimo fantasy scadente: entrambi i mondi – il “nostro” del futuro e quello di Oltremondo – sono dipinti in un modo che ho trovato molto efficace e ben riuscito. Nel romanzo tutto è programmato nei dettagli, non c’è niente lasciato al caso: sembra davvero che ci siano dei “fili di ragnatela”, sottilissimi e invisibili, a muovere tutto.
Mi è piaciuta anche la scelta di inserire all’interno di Oltremondo non sempre le solite creature fantasy, bensì molte varietà di felini, come tigri, leoni e puma, che nella storia hanno un ruolo importante.
In definitiva, Oltremondo è un romanzo in cui obbiettivamente c’è del buono. Sarebbe risultato senz’altro più godibile, però, se fosse passato tra le mani di un editor esperto in grado di sfoltire dov’era necessario e aggiustare le varie pecche di stile, cosa su cui probabilmente, conoscendo la casa editrice, non ha potuto contare. E questo è un peccato, perché si tratta senza dubbio di una storia che vale.
(Qui la recensione completa.)

>I guerrieri d’argento – Elvio Ravasio (160 pp. – inviatomi dall’autore)
Per quanto mi sia sforzata, non sono riuscita a trovare un senso alla trama de I guerrieri d’argento. In pratica, tutto si risolve nel riassunto che si trova su internet, ma il risultato non è affatto lineare come sembra. La trama, infatti, pur nella sua semplicità (per non dire banalità) viene trattata in un modo talmente arzigogolato da risultare incomprensibile ai miei occhi, piena di contraddizioni, buchi di logica e così via.
Lo stile, oserei dire inesistente, risulta anonimo e quasi del tutto privo di personalità, oltre che spesso pieno di difetti: troppi errori grammaticali e sintattici, sviste, refusi, ripetizioni e vari obbrobri stilistici. La mancanza di un correttore di bozze e ancor più di un buon editor si fa sentire. Il che non ha propriamente conciliato la mia concentrazione durante la lettura…
A parte difetti stilistici come i soliti infodump, PoV salterino, parti raccontate, errori di punteggiatura e cose varie, il problema alla fine è sempre lo stesso: sembra che chi scrive non si sia saputo informare a sufficienza sulle regole della narrativa, in particolare della narrativa fantasy. Durante tutta la durata della storia non capivo dove l’autore volesse andare a parare: tutto mi appariva come un’accozzaglia di situazioni slegate e alquanto improbabili, tra l’altro scritta piuttosto male. Una vera delusione, in poche parole.
Per il momento, dunque, il mio giudizio si ferma a due stelline: come al solito, se I guerrieri d’argento fosse finito tra le mani di un editor esperto, molto probabilmente si sarebbe rivelato un piccolo gioiello, un racconto per bambini ma tuttavia godibile anche da un pubblico di adulti.
(Qui la recensione completa.)

>Il cuore di Lola – Emanuela Valentini (140 pp. – inviatomi dall’autrice in formato eBook) 
Non si trovano spesso libri come questo, e perciò sono molto riconoscente nei confronti dell’autrice, senza la quale probabilmente non avrei mai sentito parlare di questo piccolo gioiello che è Il cuore di Lola.
Sebbene nelle primissime pagine sembri essere stato scritto solo per raccontare la ripetitiva vita quotidiana dei due protagonisti, in realtà si tratta di una sensazione che è destinata ad andarsene in fretta.
A parte alcune piccole e tutto sommato perdonabili sbavature, ho trovato Il cuore di Lola scritto in modo evocativo e coinvolgente: nulla è lasciato al caso, e ogni particolare viene dipinto e messo al suo posto perfettamente. Trovo che sia uno di quei libri che a lettura ultimata ti lasciano senza parole.
Si tratta senza dubbio un libro che prevede diversi livelli di lettura: oltre a una piacevole storia per bambini, è anche capace di rivelarsi un racconto per adulti in grado di riflettere la realtà, una metafora di vita che saprà insegnare a guardare oltre ciò che appare.
Insomma, un libro piccolo che si legge in fretta, ma a mio parere denso di emozioni. Ed è per questo che vi suggerisco di leggerlo.
(Qui la recensione completa.)

>Nix – Elisabetta Ossimoro (138 pp. -  inviatomi dall’autrice in formato eBook) 
Sebbene il riassunto di questo libro dia l’impressione di trovarsi davanti al solito romanzo che parla di adolescenti, primi amori, scuola e amici e difficoltà nel trovare la propria, il mio consiglio è quello di non lasciarsi ingannare: per quanto non possa vantarmi di essermi divorata una per una tutte le storie di questo genere, sono convinta che Nix abbia qualcosa di particolare, per non dire speciale, che lo distingue dagli altri. A partire dal protagonista, che è uno dei migliori personaggi adolescenti di sesso maschile che mi siano mai capitati: i suoi pensieri riflettono una maturità e un’intelligenza non comuni, una capacità di vedere il mondo al di là dei pregiudizi e delle ipocrisie che lo impregnano che ho trovato. Mi è piaciuto molto il suo modo critico di esaminare ogni cosa, di commentare l’atteggiamento dei suoi coetanei.
Parlando un po’ della storia generale e dello stile, credo innanzitutto che Nix sia scritto davvero bene: il lessico è ricco, la prosa molto coinvolgente e il fatto che sia lo stesso Nico a narrare la storia rende la lettura appassionante. Tutto sommato, si percepisce a ogni pagina che l’autrice conosce bene l’arte dello scrivere: a parte rare sviste, ho trovato lo stile veramente accurato e ben fatto.
Per chi ci è già passato, è senz’altro un modo piacevole per ricordare i momenti della maturità, e nonostante io sia ancora “piccolina” è riuscito a divertire molto anche me.
In definitiva, dunque, anche se nel complesso non è riuscito a lasciarmi interamente soddisfatta, trovo che sia un romanzo d’esordio niente male.
(Qui la recensione completa.)

>Le lettere d’amore (al tempo delle chat) – Andrea Mazzolini, Gioia d’Olivo (123 pp. -  inviatomi dall’autore in formato eBook) 
Sono rimasta piacevolmente colpita da questo libriccino. Non è molto il mio genere, ma ho trovato questo scambio di lettere molto originale, simpatico e realistico. Lo stile è fresco, leggero, spontaneo al punto giusto ma mai tirato via. In particolare, ho apprezzato che, nonostante il titolo “Al tempo delle chat” faccia presupporre un contesto moderno, i messaggi tra Alex e Gaia siano scritti in modo maturo, senza le solite fastidiose abbreviazioni (ma non troppo da sembrare una cosa artificiale) e soprattutto profondo. Sarebbe davvero bello poter instaurare sempre un rapporto così intenso via chat.


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