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In my mailbox #4 – Acquisti libreschi

Benvenuti a un nuovo appuntamento della rubrica che raccoglie i libri che durante la settimana si sono aggiunti alla mia libreria. A dire la verità, questa quarta puntata è un appuntamento bisettimanale: un po’ perché il tempo mi mancava, ma soprattutto perché di libri me ne erano arrivati veramente pochi – giusto un paio, se non sbaglio. In questi giorni, in compenso, la mia cassetta della posta sembra essere stata invasa dai libri, perciò ecco a voi gli arrivi di queste due settimane.

In my mailbox #4 – Acquisti libreschi

Titolo: Black Friars – L’ordine della chiave (#2)
Autore: Virginia de Winter
Editore: Fazi
Pagine: 454
Prezzo: €18,00
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eBook scambiato su aNobii.

Axel Vandemberg, giovane crede al trono del regno più importante del Vecchio Continente, farebbe qualsiasi cosa per amore, anche picchiare uno dei suoi migliori amici. Imprigionato nel carcere degli studenti per una rissa, il suo unico, struggente pensiero è dedicato a Eloise Weiss, la ragazza cui ha consacrato la vita fin dall’infanzia. Axel non sa che il suo mondo sta per essere sconvolto dal fatale incontro con Belladore de Lanchale, una cortigiana dal fascino oscuro che ben presto imprigiona il ragazzo in una trama fitta di bugie e ricatti. Mentre Axel lotta contro la seduzione del male, la città pare farsi specchio dei suoi tormenti, trasformandosi in uno scenario di efferati delitti. Protetto dalla notte, tra i vicoli non ancora illuminati dalla luce a gas di una città ammantata di atmosfere gotiche, un assassino inafferrabile uccide giovani umane e bellissime vampire. Unica traccia utile alla Magistratura incaricata delle indagini è il macabro e accurato gioco dell’omicida, che ricompone i corpi delle vittime ispirandosi a celebri fiabe: Raperonzolo strangolata dalle sue lunghe trecce, la Bella Addormentata dilaniata dal morso del principe. Biancaneve avvelenata dalla mela…

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Titolo: Infinity
Autore: Sherrilyn Kenyon
Editore: Fanucci
Pagine: 328
Prezzo: €16,00
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eBook scambiato su aNobii.

A 14 anni Nick Gautier, un ragazzo come tanti, vive nel quartiere francese di New Orleans: ama frequentare le cattive compagnie, è attratto dall’illegalità e quello che ha imparato nella vita è frutto degli insegnamenti della strada. Una notte decide di comportarsi onestamente e si rifiuta di rapinare un turista innocente: una scelta che avrà un prezzo molto alto. Nick pensa di essere ormai spacciato e che la sua vecchia squadra non ci metterà molto a mettersi sulle sue tracce… e invece, inspiegabilmente, quella che sembra la fine di tutto si rivela l’inizio di una nuova vita. Kyrian di Tracia non è solo un comandante macedone a caccia di spietati demoni, è un Dark Hunter, e grazie a lui Nick si mette in salvo e conosce un mondo di cui non ha mai immaginato l’esistenza. I nuovi nemici fanno sembrare quelli vecchi dei veri incapaci: si tratta di uccidere o essere uccisi, e Nick, nato dalla parte sbagliata, trova dentro di sé una forza inaspettata e inizia a lavorare per i non-morti che popolano il suo quartiere. Il tempo stringe, e a lui non resta che trovare qualcuno disposto ad aiutarlo nella difficile battaglia contro i demoni che non risiedono dentro di lui. Nick stava proprio per tornare al club quando sentì uno strano rumore provenire dal vicolo. Sembrava un cane… No, era lo stesso suono che aveva sentito fuori dalla casa di Kyrian, prima. Il suono degli zombi che gli davano la caccia…

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Titolo: Sitael – La seconda vita (#1/3)
Autore: Alessia Fiorentino
Editore: Rizzoli
Pagine: 457
Prezzo: €12,00
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Regalato.

In un mondo governato dalla luce e dal-l’ombra, Etenn è un quattordicenne in-felice della sua vita da scudiero, anche se il colore dorato dei suoi occhi lascia capire che in lui c’è qualcosa di speciale. Proprio quando Qurasch, il figlio del Demonio, minaccia di gettare la Terra di Lycenell nel buio e nel silenzio per condannarla alla sua stessa solitudine, Etenn entra in possesso del Sitael, una sfera di Luce allo stato puro, e da quel momento niente per lui sarà più come prima. Perché il Sitael è l’unica arma in grado di sconfiggere Qurasch, ed Etenn ha la capacità di usarlo come nessun altro. Nel lungo viaggio che lo porterà faccia a faccia con il suo nemico naturale, tra mille prove che riuscirà a superare solo grazie alla sua forza di volontà e all’aiuto degli amici che lo accompagneranno in questa seconda vita, Etenn dovrà mettere insieme i pezzi del proprio passato. E scoprirà lati di se stesso più oscuri di quanto non avrebbe voluto.

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Titolo: Il libro del destino – Alba e Crepuscolo (#3/3)
Autore: Elisa Rosso
Editore: Piemme
Pagine: 468
Prezzo: €18,00
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Regalato.

Il tradimento di Bedwyr, l’erede di Ahina Sohul, lascia atterriti i membri della Compagnia delle Cinque Razze Libere, ma la speranza si riaccende al rivelarsi di un secondo erede al trono degli uomini. Mentre la compagnia viaggia per il regno di Nadesh in cerca delle alleanze che permettano di sconfiggere il Signore delle Nebbie, Eynis, giunta assieme a Jadifh nella città dei Ribelli, si trova a confrontarsi con sua sorella gemella Eryn, separata da lei dalla nascita. Qualcosa di terribile nel passato di Eryn la porta a essere ostile e diffidente nei confronti di Eynis. Se vogliono sconfiggere il male, però, le ragazze dovranno restare unite: solo insieme, infatti, potranno richiamare lo spirito della luce, che nessun mago è mai riuscito a evocare…

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Titolo: London Boulevard
Autore: Ken Bruen
Editore: Casini
Pagine: 300
Prezzo: €16,90
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Preso in biblioteca.

Dopo aver scontato una condanna per aggressione, Mitchell è di nuovo a piede libero, ma il suo passato tenebroso e violento sembra proprio non volerlo abbandonare. L’unico impiego che gli viene offerto – riscuotere debiti a nome di un usuraio – lo costringe a fare di nuovo i conti con il suo lato oscuro e spietato. Ma la svolta è dietro l’angolo: una ricca attrice lo ingaggia come guardia del corpo tuttofare e incontra finalmente la donna della sua vita, la bella Aisling. Tutto sembra andare per il meglio, e Mitchell crede di poter finalmente diventare una persona migliore… ma l’imprevisto è in agguato e in un crescendo di colpi di scena la sua vendetta si scatenerà terribile e implacabile, sullo sfondo di una Londra sempre più cupa e inquietante.

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Titolo: I misteri di Black Port
Autore: Fabrizio Fortino
Editore: Casini
Pagine: 444
Prezzo: €16,90
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Preso in biblioteca.

Nella nebbia dell’Inghilterra vittoriana il maggiore Jack Reynold deve guidare gli uomini del 17° reggimento in una battaglia impari e cruenta, che nasconde un conflitto ben più oscuro e strisciante. Come oscuri e striscianti sono i demoni che tormentano il suo sonno. I suoi uomini scoprono che il mondo intero rischia di essere soggiogato da un potere immenso celato per anni dalle sabbie del deserto egiziano. Le prime malvagie avvisaglie si manifestano sotto forma di inspiegabili quanto efferati delitti che accompagnano l’entrata in scena di uno studioso enigmatico, di una giovanissima e spietata spia e di un inquietante bagliore verde che presto diverrà il segno distintivo dei misteri di Black Port.

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Titolo: Sanctuary
Autore: A.A.V.V.
Editore: Asengard
Pagine: 317
Prezzo: €15,00
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Preso in biblioteca.

Sanctuary è una città sterminata, dai mille angoli e dai mille misteri, della quale non si vedono i confini.
Una metropoli dagli innumerevoli volti e dagli altrettanti passati, che ha visto centinaia di epoche intervallarsi l’una dopo l’altra, senza sosta. Un luogo dove si intrecciano storie di persone normali ed esseri soprannaturali, chiamati diversi e reietti, perseguitati dalla Loggia e costretti a vivere nell’ombra.
Sanctuary è una città dove è facile incontrare streghe metropolitane che svolgono i loro sabba all’ombra di uno skyline di vetro e cemento; mutantropi in fuga tra i bassifondi cittadini; Dèi mischiati agli uomini, in cerca delle loro antiche origini, assieme a creature mostruose che si aggirano in cattedrali sotterranee, fra elfi e nani, goblin e orchi, demoni e angeli.
Sanctuary è molte voci in una sola: è tante menti e tante memorie raccontate in un unico, magico libro.
Gli Autori: Alan D. Altieri (introduzione), Luca Azzolini, Pierdomenico Baccalario, Solomon Troy Cassini, Franco Clun, Francesco Dimitri, Francesco Falconi, Fabrizio Furchì, Michele Giannone, Cecilia Randall, Fabiana Redivo, Egle Rizzo, Antonia Romagnoli, Luca Tarenzi.

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Titolo: Paranormalmente
Autore: Kiersten White
Editore: Giunti Y
Pagine: 416
Prezzo: €15,00
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Preso in biblioteca.

Evie sogna una vita normale, ma quando a sedici anni si ha il dono di vedere i mostri e si è un’agente del Centro Internazionale del Contenimento del Paranormale anche la ricerca della normalità può essere un’avventura. Se poi ci si mette una sirena come amica del cuore, una fata dei boschi maschio come ex e una cotta per un aitante mutaforma, la missione diventa quasi impossibile… Ma fra mille avventure, e qualche momento di romanticismo, dopo aver sconfitto un’oscura profezia delle fate, aver salvato il mondo del paranormale e aver fatto i conti con la sua vera identità, Evie, accoccolata sotto una coperta con Land, il suo mutaforma, sentirà le loro anime fondersi e l’amore trionferà su tutto, nel mondo normale, e anche in quello un po’ più strano. Ironico e dissacrante, Paranormalmente è un romanzo pieno di azione e di fantasmagorici colpi di scena. Una lettura divertente e originale che sfata i miti fantasy più in voga ridicolizzando i vampiri e ingentilendo i lupi mannari.
Kiersten White ha regalato ai lettori più giovani questo divertente romanzo dai personaggi carismatici, il più fresco ed originale libro sul paranormale dell’anno.

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Titolo: Goetia
Autore: Riccardo Coltri
Editore: Asengard
Pagine: 264
Prezzo: €14,00
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Ringrazio l’autore per avermelo spedito.

Nell’Italia futura sono nati nuovi miti. Uno di questi parla di uno strano sciamanesimo sviluppatosi nel corso degli anni, dopo una guerra che ha ridotto i territori conosciuti in cumuli di macerie, quartieri in rovina e palazzi sventrati. Entità vengono risvegliate nei villaggi di lamiere e rottami tramite sacrifici di sangue e simboli tracciati sul terreno, ma anche per mezzo di parole rinchiuse in vecchi dispositivi elettronici ancora funzionanti, come computer portatili ed ebook reader: i grimori del nuovo tempo. In ciò che rimane di una provincia si muove Cleffi, milite della Scuola del Mattino, giovane violento e con un lungo addestramento alle spalle. Per lui, abituato alle risse nei dormitori e ai combattimenti nelle arene, è giunto il momento di entrare nelle pattuglie. Con un casco e una pistola, Cleffi corre attraverso ciò che resta delle periferie a stanare rivoltosi, ma comincia a notare alcune scritte sui muri e strani vagabondi che, su vesti di fortuna, indossano pelli di bestie e amuleti in plastica e ossa. E d’un tratto si ritrova a chiedersi perché, in quel mondo ormai morto, la goetia sia da alcuni considerata l’ultima soluzione rimasta.

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Titolo: Zeferina
Autore: Riccardo Coltri
Editore: Larcher
Pagine: 216
Prezzo: €10,00
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Ringrazio l’autore per avermelo spedito.

Una figura arranca nella neve, verso un grande albero cavo. Ha i capelli lunghi, color d’arancia, indossa uno scialle e stringe fra le mani un fagotto di stoffe. Il suo nome è Zeferina, in seguito alla morte dell’anziana zia ha cercato di sopravvivere nella nuova nazione, tra le numerose difficoltà economiche. Dopo aver scoperto di aver vissuto per anni con una strega, ha trovato dei vecchi libri e ha compreso l’aspetto segreto delle cose, e ciò che di misterioso si cela da secoli nei boschi…

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Titolo: Sogni tra i fiori
Autore: Mariagrazia Buonauro
Editore: CSA
Pagine: 128
Prezzo: €13,00
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Ringrazio l’autrice per avermelo spedito.

Laura, una donna dolce e riflessiva, dopo aver cavalcato la tempesta per la fine di un amore e la vendita della casa, recupera la gioia di vivere. Quando la sua vita prende un nuovo corso, canta la sua storia che narra d’amore, magia, sogni e speranze in uno stile immaginifico e vibrante che tocca le corde più intime del cuore.

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Titolo: Il fiume scorre in te
Autore: Bianca Rita Cataldi
Editore: Booksprint
Pagine: 362
Prezzo: €17,90
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Ringrazio l’autrice per avermelo spedito
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A pochi mesi di distanza dal suo trasferimento al nord per motivi di studio, Alessandro scompare.“Tornerò presto, questione di giorni. Tornerò con l’ultimo treno, quello della mezzanotte.” Queste le ultime parole che Alessandro rivolge a Dani, la sua ragazza, durante l’ultima conversazione telefonica tra i due. Poi, più niente. Dani, disperata, si racconta mille scuse per giustificare il comportamento del suo ragazzo e ogni sera si reca in stazione, si siede sul marciapiede e aspetta che passi l’ultimo treno, sperando di veder scendere Alessandro. “Mi aveva detto che sarebbe tornato con l’ultimo treno, quello della mezzanotte”. Passano i giorni, e di Alessandro non c’è traccia. Una notte, però, succede qualcosa d’insolito: Dani è lì, seduta sul marciapiede della stazione come tutte le notti, e l’ultimo treno è già passato da qualche minuto quando, all’improvviso, compare un ragazzo. E, di lì a poco, benché gli orari non prevedano più nessuna corsa fino al mattino successivo, un vecchio treno giunge in stazione, stridendo sui binari. Il giovane sconosciuto sale sul mezzo e, pochi secondi dopo, si sente male. Dani sale in carrozza per soccorrerlo ma, purtroppo, capirà ben presto che il malessere del ragazzo è solo una messinscena, una trappola architettata per farla salire sul treno. Ma chi è questo misterioso estraneo? Che legami ha con Alessandro, e perché sembra conoscere il motivo della sua scomparsa? Molte sono le domande alle quali Dani dovrà rispondere, affrontando le insidie di un pericoloso viaggio nel passato della persona che crede di amare e che non ha mai conosciuto per ciò che è realmente.

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Mini-dizionario dei termini usati nei post

Ho deciso di creare questo mini-dizionario per spiegare il significato di alcuni termini che ho usato e userò nelle recensioni; un po’ perché non posso certo pretendere che tutti voi, o miei fidati lettori, conosciate il significato di essi, anche perché in generale non sono affatto di uso comune; un po’ perché, dopotutto, avere le idee chiare non fa mai male ^^
Cominciamo, dunque.

Deus Ex Machina

Si tratta di un espressione che ha origine dall’antica usanza dei teatri greci, nei quali, durante le esibizioni, a volte era necessario che uno degli attori si improvvisasse dio per attuare un intervento divino, spesso per sciogliere una situazione apparentemente senza via di scampo per i personaggi.
Nella letteratura di oggi si usa, dunque, per indicare la comparsa improvvisa di un personaggio o il verificarsi di un evento che risolve una circostanza problematica. Viene usato frequentemente anche con un’accezione negativa, quando per esempio l’autore usa un deus ex machina per salvare il deretano ai suoi eroi in modo così lampante e forzato da far capire che proprio non sapeva cos’altro inventarsi.

Un esempio ce lo dà Chiara Strazzulla con la sua opera prima Gli eroi del crepuscolo: in una scena la Compagnia dei Rinnegati viene circondata da un gruppo di centauri e la situazione sembra farsi davvero disperata per i primi… fino a quando un misterioso corno non suona e i centauri se ne vanno così, senza la minima ragione. Ovvio: quando si sta per averla vinta sul nemico la cosa più intelligente da fare è andarsene, no?

Infodump (o Inforigurgito)

Letteralmente significa “rigurgito di informazioni”: è l’errore in cui cadono molti scrittori dilettanti e consiste nel dover spiegare tutto della storia a ogni costo, soprattutto se si tratta di spiegazioni perfettamente inutili al fine della storia o che possono essere spiegate senza problemi in un momento successivo.

Un esempio lo troviamo sul libro Wingsworld di Francesco Ruccella, che è una vera miniera d’oro per errori di questo tipo:

«Goccia è ora!» esclamò [Leda] con un tono vivace che straripava di entusiasmo rivolgendosi al piccolo amico blu, che aveva iniziato a fare su e giù insieme a lei per unirsi ai suoi festeggiamenti.
Goccia era un anyfly. Gli anyfly sono creature veramente straordinarie che popolano Wingsworld.
Dopo minuti di enorme gioia, Leda riuscì finalmente a tornare in sé e si avvicinò al calendario appeso accanto al a finestra.

L’infodump è segnato in grassetto, e in questo caso è più che mai fastidioso: fino a una riga prima stavamo assistendo alla felicità di Leda, perciò a chi importa adesso quest’informazione su Goccia? Non sarebbe meglio infilare questa spiegazione in un posto meno inopportuno e soprattutto mostrarlo?

No, perché ovviamente tutti gli scrittori sanno benissimo che i lettori sono scemi e che quindi non capirebbero mai certe cose se spiegate in un altro modo, magari seminando le informazioni un po’ qua e un po’ là.

Una variante di questo difetto è quando l’inforigurgito viene fornito da un personaggio invece che dal narratore, mediante i suoi pensieri (“Sapeva che il castello dove era rinchiusa la principessa era protetto da un terribile drago sputafuoco.”) o più comunemente attraverso i dialoghi (“– Come sai, Asdrubale, il castello è sorvegliato giorno e notte da un drago che incenerisce tutti i cavalieri che provano ad affrontarlo… –”). Entrambi finiscono col risultare forzati e inverosimili: nessuno parlerebbe o penserebbe così nella vita reale (se un personaggio conosce già una certa informazione, non credo che vi si metta a riflettere di punto in bianco, né che si senta ripetere tutta la storia daccapo).

Come sempre, l’autore sembra voler dire al lettore “Sì, bello mio, lo so benissimo che non capisci niente, perciò ti rendo la vita facile e ti dico tutto quel che c’è da sapere senza tanti complimenti”. Peccato che non tutti i lettori siano scemi: ce ne sono alcuni, infatti, che trovano questa scorciatoia per seminare informazioni tremendamente fastidiosa, e che non trovano molto carino essere presi per idioti.

Mary Sue

Dicesi Mary Sue un personaggio di sesso femminile (per il corrispondente maschile si usa il termine “Gary Stue” ) che possieda una o più d’una delle seguenti caratteristiche:
a) essere pressoché privo di difetti e godere di tutti i pregi possibili;
b) godere dell’incondizionata simpatia dell’autore, al punto di incarnare i suoi ideali e rubare di continuo la scena agli altri personaggi anche più importanti di lei;
c) essere spaventosamente brava, coraggiosa, forte [inserire qui aggettivi random] anche rispetto agli standard della sua razza;
d) essere sempre la beniamina di tutti gli altri personaggi, nonostante la sua insopportabile “perfettinosità”;
e) possedere caratteristiche innaturali: capelli o occhi di colori strani, capacità sovrumane e poteri magici a non finire;
f) essere poco o per niente sviluppata per quanto riguarda il carattere e la personalità, o esserlo malissimo.

I miei due esempi preferiti sono sicuramente Nihal della Terra del Vento dell’omonimo romanzo di Licia Troisi e Eynis dal Libro del Destino di Elisa Rosso: la prima con occhi viola e capelli blu, la seconda con capelli color rame e «occhi verdi come smeraldi», entrambe mezz’elfe, entrambe perfettamente perfette ed entrambe insopportabili.

PoV

Abbreviazione di “Point of view”, ovvero il punto di vista: si tratta semplicemente della “telecamera” in uso durante la storia, che può essere in prima o in terza persona. In quest’ultimo caso, il narratore può essere onnisciente (sa tutto di tutti i personaggi) o limitato (descrive in terza persona ciò che vede un personaggio in particolare, pur essendo libero di spostarsi).
È considerato un errore, invece, spostarsi continuamente dal punto di vista di un personaggio all’altro, e in questo caso spesso si ricorre all’espressione “PoV salterino”.

Show, don’t Tell

Una delle tecniche fondamentali di chi scrive, ovvero la regola del “mostrare e non raccontare”. Un buon narratore non deve limitarsi a riferire ciò che sta accadendo, ma dovrebbe imparare a mostrarlo come se stesse girando un film, eliminando i giudizi personali del narratore e descrivendo con cura le sensazioni derivate dai cinque sensi (vista, udito, olfatto, gusto e tatto), limitandosi però all’indispensabile: è inutile, per esempio, mostrare una scena di poco conto, che sarebbe meglio far passare in fretta.

Sindrome di Sonohra

Patologia infettiva e altamente contagiosa, comune al 99,9% degli scrittori di fanta-trash (e non solo a loro). Il nome usato comunemente deriva dal famoso duetto composto dai fratelli Luca e Diego Fainello, vincitori della categoria giovani del festival di Sanremo 2008.
Il suo sintomo più diffuso è l’inquietante mania di creare nomi fantasy con “h” messe alla cavolo, i quali provocano involontari spasmi alla lingua ogni volta che vengono pronunciati, tanto per rendere il tutto più fygo. Il risultato di ciò è che i nomi:
a) sembrano tutti uguali, per la gioia dei lettori che vogliono capire qualcosa della storia;
b) sembrano arrivati direttamente dai generatori casuali di nomi, o in alternativa paiono costruiti pigiando lettere a caso sulla tastiera.
Un’ulteriore aggravante di questa inguaribile malattia prevede non solo l’uso sconsiderato della lettera “h”, ma anche e soprattutto delle lettere straniere come “w”, “x”, “y”, “k” e “j”.
Le creazioni dei soggetti colpiti da questa malattia assomigliano ai seguenti:
Sylvianarlamistrydian, Vandriyan (Gli eroi del crepuscolo, Chiara Strazzulla);
– Jadifh, Eynis, Bedwyr, Harys, Ehinyr, Idahla, Ahina Sohul (Il libro del destino, Elisa Rosso);
– Sevrian, Vikryan, Emyris (La profezia di Arsalon, Gianandrea Siccardi e Alice Montanaro);
– Gwyllywm, Raylyn (Il sigillo del vento, Uberto Ceretoli).

PS: la lista è in aggiornamento: a mano a mano che mi verranno in mente nuovi termini, li aggiungerò.


Recensione: L’erede di Ahina Sohul (2^ parte)

Rieccoci con la seconda parte della nostra recensione (trovate la prima parte qui). Dopo aver parlato dell’ambientazione e aver analizzato il prologo, passiamo alla storia vera e propria.

La trama

Come aveva introdotto il riassunto sul risvolto della copertina, ci troviamo nella terra di Nadesh; in particolare, la storia ha inizio nella città di Batilan (che è una delle più grandi della regione, ma che possiede una taverna e soprattutto non è dotata di inespugnabili portali ma di un semplice cancello), dove incontriamo Bedwyr ed Eynis – il primo quindicenne, la seconda quattordicenne -, entrambi orfani e adottati appena nati da due famiglie del posto. Soprattutto Eynis si dimostra speciale fin dalle prime pagine: vive in un paese pseudo-medievale, ma gira in pantaloni, se ne va a caccia da sola armata di arco e pugnale e soprattutto risponde agli anziani senza che nessuno le dica niente; nessuno di quelli che le stanno intorno si accorge delle sue orecchie a punta e nessuno nota gli strani fatti che accadono quando c’è lei nei paraggi (come la capacità di evocare le ninfe, di “far fiorire il legno” e di cavarsela sempre e comunque in ogni situazione). Di Bedwyr, invece, sappiamo che è un rompiscatole e un antipatico fin da subito, ma per il resto ci troviamo con un ragazzo tutto sommato normale.

Fin dal primo capitolo, con un piccolo sforzo di immaginazione, si riesce a capire già con chi abbiamo a che fare, interamente grazie agli spiattellamenti che la Rosso cerca invano di far passare per indizi su ciò che succederà dopo: Eynis ci dice, infatti, che Bedwyr «ha qualcosa di strano. Si vede che non è di Tared [la regione di Batilan] con quel viso pallido. In città tutti sanno che è stato portato qui dal fratello del mercante, ma non si sa nulla della sua origine». Con questo clamoroso infodump la cosa è già abbastanza chiara, ma voglio lasciare un minimo di suspense a chi ancora deve leggere il libro. Perciò niente spoiler e continuiamo con la storia.
Tutta la città di Batilan è in fermento per l’imminente arrivo dei “custodi”, ovvero dei maestri d’armi che prendono i ragazzi della città come apprendisti e li rimandano indietro dopo un tot di addestramento. Già qui viene da pensare: ma come? Se la regione è in guerra, i ragazzi non dovrebbero servire come aiuto nei campi o come soldati per difendere la loro città? Naturalmente no… e indovinate perché? Giusto: perché tanto è fèntasi!
Uno di questi custodi è Galdwin, che decide di prendere come apprendista Bedwyr, il suo amico Rooth e, dopo aver visto una dimostrazione della sua bravura, anche Eynis. Quest’ultima, però, rimane sconvolta da una rivelazione: quella che crede sua madre in realtà è solo la sua madre adottiva (sopresona!), cosa che le dà un ulteriore motivo per andarsene da Batilan. I nostri eroi partono e si dirigono verso Grimson, e vi arrivano dopo essere scampati a un attacco dei terribili amorphi e dopo aver incontrato sul loro cammino Nadyr, il lupo parlante (O.o). A Grimson conosciamo altri quattro amici: gli elfi Principe e Daylin – ovviamente biondi, alti, belli e chi più ne ha più ne metta -,  il nano Nabrik – Gimli in vacanza, probabilmente – ed Evandros, il drago (anche lui parlante). Ebbene sì, siamo al cospetto delle fantomatiche “Cinque razze libere”, «le uniche non soggette al male né schiave di un padrone»… ma aspetta un momento: e allora che cosa caspita fa tutto il giorno Pseudos l’usurpatore? Coltiva i pomodori nel suo orto?

Qui a Grimson, comunque, scopriamo qualcosa in più sulla storia: gli elfi ci raccontano che il Libro del Destino non è altro che il diario di Sam il Veggente, capace di sognare il futuro a causa degli spiriti maligni che si agitano dentro di lui, imprigionati da un elfo molto kattivo di nome Darnar.
Poi si viene a scoprire (altra sopresona!) che Bedwyr è *rullo di tamburi* nientepopodimeno che l’erede al trono degli uomini, il figliuolo di re Galwan, ucciso – guarda caso – proprio quindici anni prima! Ed è a questo punto che la missione della Compagnia (nome estremamente originale, formata peraltro dal casualissimo numero di nove componenti) è chiara: per impedire che i kattivi scoprano il destino che li aspetta, i nostri eroi dovranno recuperare le pagine del Libro del Destino, evviva evviva!

Una trama a dir poco sensazionale, nevvero? Così a prima vista non è proprio un totale fallimento, sorvolando sugli stereotipi (gli orfani alla ricerca del loro passato, la compagnia, il destino, il superkattivo, gli elfi perfettini…): l’idea del “libro del destino”, perlomeno, la trovo carina. I problemi sono che:
– l’80% del libro si riassume in questo modo: la Compagnia che corre dietro agli amorphi che hanno le pagine del Libro, cercano di recuperarle ma gli amorphi, per quanto deficienti, riescono sempre a farla franca; e così via per un bel po’;
– dopo che finalmente sono riusciti ad appropriarsi delle pagine – dopo aver rincorso gli amorphi per mezza Nadesh – i nostri eroi raggiungono la città di Yared; gli amorphi la cingono d’assedio, le danno fuoco e poi la invadono (mossa mooolto intelligente), chiedendo le pagine in cambio dell’arresa. E a questo punto quel gegnaccio  di Bedwyr cosa fa? Per imbrogliare gli amorphi consegna loro delle pagine bianche! Che trovata originale e innovativa, ommioddio!
– i patetici tentativi della Rosso di stupire i lettori con le sue rivelazioni finiscono per far capire anche al più tonto cosa succederà: voglia di leggere il seguito per avere delle risposte? Bye bye…
– le stesse rivelazioni finiscono per risultare anch’esse patetiche: Eynis che scopre di essere stata adottata, fa una scenata davanti a mezza città e dopo cinque minuti non ci pensa già più, Bedwyr che non fa una piega dopo aver scoperto di essere un principe, già al 13° capitolo si capisce chi sia in realtà Galdwin (che, casualmente, non ricorda i primi quindici anni della sua vita…), idem per Jadifh – il bel ragazzo che compare a metà libro – qualche capitolo dopo… Si poteva fare un po’ di meglio, non trovate?

I personaggi

Dedichiamo una parte della recensione anche agli eroi della nostra storia.

Bedwyr: l’orfano perduto, il principino, l’erede di Ahina Sohul. Un inqualificabile mollaccione, un guastafeste con i fiocchi che durante tutto il libro non fa altro che lamentarsi di tutto, piagnucolare di questo e di quello, lagnarsi perché Eynis gli ruba la scena e perché Eynis preferisce Jadifh a lui. Il buffo è che Lady Rosso è convinta che affibbiare tutti questi difetti al suo personaggio principale lo renda irresistibile, diverso dai soliti eroi fantasy. In una videointervista dichiara che «l’eroe in realtà è antipatico, se la mena… come uno di quei ragazzotti che potete trovare su un muretto a fumare (bello!)». La domanda, a questo punto, è: come mai fare in modo che il protagonista stia sulle scatole ai lettori fin dalla prima pagina, invece che farlo affezionare? E la risposta, naturalmente, è: ma perché c’è la bellissima, coraggiosissima e simpaticissima Eynis che deve essere sempre al centro dell’attenzione!

Eynis: un’altra orfana, questa volta non principessina ma con sangue di elfo nelle vene. Lady Red ce la presenta, appunto, come la quintessenza della perfezione: intrepida, brillante, con una varietà pressoché infinita di magic powers, zero punti deboli, bravissima in tutto ciò che fa, tanto da superare addirittura chi è molto più grande ed esperto di lei… la nostra “piccola Eynis”, in pratica, è fin da subito la beniamina di tutti, perché lei è sempre il top: pensate che usa la magia meglio dell’elfo di 600 anni, di quello di 100 e del custode di 30 messi insieme. Roba da far andare in tilt il Mary-Sue test, e tutto questo perché Eynis, per stessa ammissione dell’autrice, possa incarnare gli ideali di Lady Red!
A parte questa sua incredibile bravura in tutto, però, vanta uno spessore psicologico profondo quanto una pozzanghera.

Jadifh: il gnokko della storia, naturalmente piazzato all’interno di essa non perché possa darvi il suo contributo ma solo e unicamente perché è «beeeellissimo», perché lui si che è fygo. Tecnicamente sarebbe un amorphos, ovvero uno dei kattivi, ma – udite udite! – Galdwin capisce che in realtà è buono perché le sue ali sono bianche e non nere!
È pieno di misteri che si rifiuta di rivelare, ma questo non impedisce alla piccola Eynis (e all’intera componente femminile dei lettori di questo romanzo) di prendersi una bella cotta per lui.

Ammirate quanto è gnokko Jadifh!

Galdwin: il Gandalf/Brom della nostra storia, solo con una qualche decina d’anni in meno, il maestro d’armi del giovane Bedwyr. Di lui sappiamo che si è risvegliato in un letto circondato dai visi sorridenti degli elfi che lo hanno trovato, il tutto esattamente quindici anni prima della storia. Un caso?

Principe, Daylin e N(ik)abrik: rispettivamente i due elfi e il nano dell’avventura. I primi, naturalmente, biondi, belli, atletici, forti e quant’altro; non “seri e altezzosi” (Lady dixit) come quelli di Tolkien ma scherzosi e sempliciotti: patetici, in una parola. Il secondo, imbronciato, attaccabrighe e perennemente con il muso lungo, con tanto di battutine alla Gimli.

Nadyr ed Evandros: il lupo bianco e il drago nero, entrambi rigorosamente carini&coccolosi™. Memorabile la scena in cui Eynis sale in groppa a Evandros e quest’ultimo si esibisce in un volo acrobatico con tanto di avvitamenti e giri della morte. Non notate niente di strano? E allora spiegatemi come caspita fa un essere umano (senza sella) a non cadere durante un volo avvitato!

Pseudos, Malbrek e i kattivi: il primo è l’usurpatore dalla risata satanica, l’altro è il solito antagonista veramente diaboliko, loro sono i mostri a servizio dei primi due, ovvero gli spaventosi Amorphi e i terribili Mohrger. Ora ammirate una foto che li ritrae, accanto ad alcuni nostri amici più conosciuti… non notate qualche somiglianza?

I Mohrger e i nostri amici Nazgul.

Apro una piccola parentesi a proposito dei nomi scelti dalla Rosso per i suoi personaggi.
Basta un solo sguardo per rendersi conto che non ce n’è uno che non contenga almeno una lettera straniera tra le W,Y,J,K e soprattutto H: Eynis, Bedwyr, Galdwin, Jadifh, Nadyr, Daylin, Nabrik, Mohrger, Ahina Sohul, Idahla, Feyra Haillen… Con i nomi delle città va un tantino meglio, ma di tutti i personaggi solo Evandros e Pseudos si salvano: tutti gli altri sono pieni di lettere inutili a non finire, alcune davvero ridicole come l’”h” alla fine di Jadifh. Posso sapere cosa cambia tra “Jadifh” e Jadif”? O tra “Nadyr” e “Nadir”?
Tutte quelle “h” inutili, come ho già detto nella puntata precedente, sono poi un preoccupante sintomo della “Sindrome da Sonohra”, che approfondirò più avanti: a meno che uno non pronunci, per esempio, “Mohrger” come se stesse rigurgitando la cena, quell’”h” provoca solo involontari spasmi alla lingua e un senso di ribrezzo per chi legge. Se fosse “Morgher” allora l’”h” avrebbe un senso, supponendo una lingua che, come l’italiano, possiede la “g” dolce, ma scritto in quel modo barbaro…

Altre schifezze di vario tipo

Se pensavate di aver toccato il fondo, vi sbagliavate, perché non è ancora finita! Per concludere questa recensione, infatti, ecco a voi un bell’elenco delle varie incongruenze e dei difetti che incontrerete se mai vorrete leggere questo libro:
– A un certo punto Bedwyr definisce Jadifh “piccione alato” per via delle sue ali. C’è qualcuno che potrebbe cortesemente mostrarmi l’immagine di un piccione non alato? So bene che esistono 300’000 specie di animali ancora da catalogare, e che quindi potrebbe esistere in teoria un piccione senza ali (magari era un piccione nato a Chernobyl…), ma visto che di regola i piccioni hanno le ali…
– Sempre a proposito dei personaggi, i dialoghi sono a dir poco pietosi, e non solo perché in un dialogo a due il primo si rivolge a secondo sempre chiamandolo per nome (chi, nella realtà, parla in questo modo?): le voci dei personaggi sono tutte uguali, tutti si esprimono nello stesso modo bambinesco, dalla ragazzina all’elfo, dal sovrano all’oste… Se questo significa “buona caratterizzazione dei personaggi”, io mi chiamo Frodo Baggins!
– Nei primi capitoli Eynis non fa altro che ripetere che se usa la magia in pubblico rischia di essere incolpata di stregoneria, per poi usarla davanti a mezza città per fare a Bedwyr una bella doccia di tè, e ovviamente nessuno le dice niente… perché lei è Eynis, lei è la perfezione!
– Com’è vero che un autore di romanzi fantasy dovrebbe essere più di tutti attento a caratterizzare l’ambientazione da lui creata, Lady Rosso in tutta la sua bravura fa l’esatto contrario: ci dice che la città è circondata da due cerchie di mura di difesa e protetta da un cancello. Mai sentito parlare di portoni di legno, di quelli belli grossi?
– A Batilan sembra che si faccia sempre festa, il che potrebbe far pensare a un’epoca di pace. Non è così, ovviamente, come dimostra prima di tutto l’attacco iniziale dei goblin… ma allora perché i cittadini (parole dei personaggi) non devono sapere che sono in guerra? Inoltre, se non viene manco nominata un’accademia militare o altro – visto che i ragazzi se ne vanno a imparare a combattere con i loro custodi – come fa a camparci un armaiolo? Lo so, le risposte le sapete già: ma perché è fèntasi, ovviamente!
– Nonostante ci troviamo in una società chiaramente medievaleggiante (un uomo in taverna dice che “le donne devono stare al loro posto” e uno dei custodi non voleva credere a Eynis in quanto donna), Eynis se ne va in giro in pantaloni come se nulla fosse, armata di coltello, e soprattutto va a caccia da sola nel bosco armata di arco stile Eragon. Ah, e non dimentichiamoci che, naturalmente, la nostra piccola Eynis ne sa più dell’elfo di 600 anni! Come, non si sa: nell’ambientazione creata dalla Rosso non possono esserci scuole per la sua stessa natura, ma mi sono giunte voci che esista una certa biblioteca spuntata dal nulla… Non chiedetemi perché, però: siamo in un fèntasi, lo sapete.
– Vogliamo parlare di quando Galdwin, in equilibrio sul ramo di un albero mentre regge Bedwyr, riesce ad afferrare una freccia al volo senza scorticarsi una mano?

Permettetemi un’ultima osservazione (dopo di questa ho finito, giuro): vedendo la mole del libro (quasi 500 pagine), molti potrebbero chiedersi “Ma non pensi a quanto abbia impiegato la povera Elisa Rosso a scrivere un romanzo così ricco e complesso?”. E io risponderei così: aprite il libro a una pagina qualunque e contate le righe per pagina. Se siete capitati su una pagina piena, noterete che sono 28, giusto? Bene. Adesso prendete un altro libro a caso, apritelo sempre a una pagina qualunque e mettete a confronto la dimensione dei caratteri. Forse a un primo sguardo non si nota, ma vi assicuro che gran parte dei libri pubblicati sono scritti con corpo 11-12, e le pagine contano più o meno 36-40 righe. Il Libro del Destino, invece, è corpo 14; leggasi: un corpo talmente grande che ci leggerebbe anche mia nonna di 80 anni.
Tempo fa provai a fare questo esperimento: presi il prologo disponibile sul sito, lo convertii da PDF a DOC e trafficai con l’impaginazione finché non ne trovai una “normale”, o perlomeno più onesta di quella usata dall’impaginatore della PIEMME. Facendo la proporzione, le 500 pagine del libro risultarono 150 mie, vale a dire circa 300 cartelle di 2000 battute. Andai a vedere sul blog di Lady Rosso e trovai la conferma: circa 600’000 battute, l’equivalente di 300 cartelle e di 150 pagine nel formato che uso di solito.
Non so se mi spiego: il riassunto del mio libro supera abbondantemente la lunghezza del romanzo della Rosso. “Libro così lungo e complesso”? Bau!

Detto questo, la conclusione è sempre la stessa: se volete regalare 18€ a una scrittrice presuntuosa e piena di sé, che ha scritto un libro orripilante e che è diventata un successo unicamente grazie al fatto che è una baby scrittrice, fate pure, ma non dite che non vi avevo avvertito! :)


Recensione: L’erede di Ahina Sohul (1^ parte)

Ed eccoci qua con la mia prima recensione, come promesso di un libro scritto da una baby autrice.
Innanzitutto, faccio una piccola premessa: so per esperienza che è praticamente impossibile scrivere una recensione obbiettiva al 100%. Per quanto sia documentata, infatti, chi recensisce vi mette sempre un po’ di farina del suo sacco. Mi spiego: certi difetti ci sono e ci restano indipendentemente dal parere personale di ciascuno, ma non tutti questi difetti possono essere sempre valutati sullo stesso piano. Per esempio, io giudico un errore piuttosto grave il cambio repentino di punto di vista (d’ora in poi PoV – Point of View), mentre per altri può essere un difetto su cui si può chiudere un occhio. Questo dipende soltanto dalla sensibilità di ciascun lettore, e visto che come critica sono ancora alle prime armi, non pretendo certo di esprimere dei pareri assoluti. Spero solo che le mie siano recensioni che vi aiutino a scegliere cosa leggere e cosa no e che vi siano utili in un qualche modo, magari per diventare dei lettori più attenti e consapevoli.

In secundis, visto che la cosa ha suscitato già alcune lamentele, sappiate che non ho scritto questa recensione perché ce l’ho con l’autrice: non la conosco personalmente, non le ho mai parlato e non ho minimamente in considerazione la sua età. L’ironia che riscontrerete leggendo la recensione non è dovuta a invidia, a frustrazione o che so io: semplicemente, reputo che l’atteggiamento della scrittrice sia stato davvero poco cortese nei confronti di chi prima di me l’ha criticata, perciò potrei ben dire che una bella recensione/stroncatura se l’è proprio meritata. Il sarcasmo, comunque, non è rivolto personalmente a lei, ma soltanto al libro e alla sua reazione davvero infantile e maleducata.
Vi chiedo solo una cosa, però: se avete intenzione di leggere la recensione che segue con l’intenzione di darmi dell’invidiosa-che-critica-tutto-e-che-ce-l’ha-con-i-poveri-baby-scrittori, chiudete immediatamente la pagina e saremo tutti più contenti. Tutto ciò che segue, infatti, non è frutto della mia seppur fervida immaginazione, ma lo potrete verificare personalmente se vorrete leggere il libro.

Detto questo, cominciamo pure con un libro che, a mio parere, è uno dei peggiori romanzi mai pubblicati da un baby scrittore, ovvero Il libro del destino: L’erede di Ahina Sohul, della giovane Elisa Rosso.

Titolo: Il libro del destino
Sottotitolo: L’erede di Ahina Sohul
Autore: Elisa Rosso
Genere: fantasy classico, elfi
Editore: Piemme
Collana: Freeway Fantasy
Pagine: 495
Anno di pubblicazione: 2008
ISBN: 9788838474668
Prezzo: € 18,00
Formato: rilegato
Valutazione:  


Qualcosa sull’autrice

Ma come, Elisa Rosso chi?
Stiamo parlando di una studentessa milanese nata nel 1993, che cresce a furia di racconti e leggende raccontatele dai suoi genitori, e che a soli 12 anni si mette in testa di scrivere un libro. Un bel giorno, durante una vacanza in montagna, sequestra il portatile di sua mamma e butta giù il prologo del suddetto libro; dopo averlo letto, la mamma lo apprezza molto e la esorta ad andare avanti, e prima ancora che il romanzo sia concluso, i genitori prendono contatti con la Piemme, che la pubblica a soli 15 anni, facendola così diventare la più giovane scrittrice italiana. La sua opera prima è un fantasy che copia prende spunto dai libri di Tolkien, scrittore molto amato dalla Rosso, dal titolo Il libro del destino: finora sono usciti due dei tre libri previsti – perché naturalmente si tratta di una trilogia che, ovviamente, all’inizio doveva essere un libro solo, ma che poi per magia sono diventati ben tre –, ovvero L’erede di Ahina Sohul e Il principe delle nebbie.
Le premesse per un best-seller mondiale ci sono tutte, no? Un fantasy “eroico e avventuroso”, un’epica trilogia mozzafiato, ma soprattutto un’autrice quindicenne! Deve essere un vero e proprio gegno per aver pubblicato così giovane, no?
Già.
Peccato che, come ho scritto nel mio precedente articolo sui baby scrittori, il merito di questo esordio così precoce non sia merito della bravura dell’autrice, bensì unicamente della smania di mamma e papà. Infatti, come si trova scritto sullo stesso blog: «è tutta “colpa” di mia madre, che ha chiamato in giro mentre stavo ancora scrivendo, e ho saputo che sarei stata pubblicata mentre ero appena a metà del libro!»
Così come accade sempre con i baby scrittori, ai genitori proprio non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che per loro sia matematicamente impossibile giudicare male (ma anche solo in modo oggettivo) ciò che ha scritto la loro bambina e comprendere che il suo libro non sia poi quel capolavoro che credono. Ma questo pensate che agli editori importi qualcosa? Certo che no, a loro interessa solo fare i soldi, ed è ovvio che un baby scrittore sia una miniera d’oro per loro. E di conseguenza, i baby autori crederanno di essere stati pubblicati perché loro valgono, e non sospetteranno mai che la loro opera prima in realtà sia identica a quella della maggior parte dei loro coetanei scrittori: infantile, piena di ingenuità e in generale inadatta alla pubblicazione.
O almeno non lo sospetteranno finché non arriverà un qualche critico che farà loro vedere le cose come stanno, e che quindi come minimo li farà cascare dalle nuvole: è successo proprio questo con la Rosso, cosa che, tra l’altro, le ha fatto meritare l’appellativo di lady. Un brutto giorno, infatti, la suddetta è stata raggiunta tramite aNobii (correggetemi se sbaglio) da una certa Princess, che ha criticato duramente il suo libro. Ma Elisa Rosso era (ed è tutt’ora) troppo brava, giovane e talentuosa per accettare le critiche, seppur obbiettive. Il risultato è stato questo epico duello, in cui vediamo la nostra Lady Rosso (o, come preferisco, Lady Red) prendersela a morte con colei che ha osato criticare il suo ineguagliabile capolavoro, arrivando addirittura a insultarla sul personale. Le sue motivazioni? Due soltanto:
a) “Perché è fantasy”;
b) “Perché io sono una bambina piccola e voi siete tutti degli invidiosi. Gnè!”.
Il tutto alla faccia dell’intervista in cui dichiara che “le critiche negative le accolgo con piacere perché, se costruttive, mi daranno la possibilità di migliorare!”.
Questo è solo il primo degli effetti collaterali che provoca il pubblicare in giovane età: se Il libro del destino fosse tutto sommato decente, si potrebbe chiudere un occhio sulla scenata fatta dall’autrice, magari dando la colpa all’ingenuità dovuta ai suoi quindici anni. Ma in questo caso il libro non arriva nemmeno lontanamente a un livello di decenza tale da poter essere pubblicato, e vediamo subito i motivi per cui affermo questo.

Ah, dimenticavo: non potete proprio non fare un salto sul favoloso blog della Rosso! In particolare, non fatevi scappare gli esilaranti commenti delle fan!

Il libro

Partiamo dal principio, in questo caso dal biglietto da visita del libro, ovvero la copertina. Verrebbe da dire che è davvero ben fatta, come del resto accade sempre con le immagini del grande Iacopo Bruno. Leggendo il romanzo, però, ci accorgiamo di alcuni piccoli dettagli per i quali viene da domandare se chi l’ha realizzata (o commissionata) abbia davvero letto il libro. I piccoli dettagli sono i seguenti:
– A meno che uno non perda tempo a leggere i ringraziamenti, non c’è verso di capire dal libro chi sia la bella signorina sul davanti: nella storia, infatti, non viene affatto detto che la protagonista – Eynis – abbia gli occhi azzurri e le treccine. In teoria, infatti, dovrebbe avere i capelli ramati e gli occhi verdi… e meno male che nei ringraziamenti Lady Red dice chiaramente «Grazie a Iacopo Bruno per aver disegnato Eynis esattamente come me la immaginavo»!
– Sempre alla faccia che la copertina di un libro dovrebbe, in teoria, raffigurare quanto contenuto nel libro, è inutile che cerchiate di capire chi sia il tipo a cavallo: è tutt’ora un mistero.
– Il terzo particolare che proprio non va lo troviamo proprio nel titolo: come si scopre leggendo il libro, l’effettivo “erede di Ahina Sohul” si chiama Bedwyr. Ma a questo punto i problemi sono due:
a) leggendo il libro scopriamo che, in realtà, il personaggio principale non è Eynis ma Bedwyr, nel senso che la prima ruba continuamente la scena al secondo, al punto da chiedersi come mai il libro non sia intitolato a lei invece che a lui;
b) ma soprattutto, come mai, se il libro è intitolato a Bedwyr, in copertina troviamo Eynis?
Un dilemma senza soluzione, in poche parole.
Solleviamo la copertina e nel risvolto troviamo il riassunto del libro:

«Il Signore delle Nebbie con il suo esercito di amorphi ha assaltato la città di Ahina Sohul, capitale delle terre di Nadesh, usurpato il potere del re e messo sul trono Pseudos, alleato delle forze del male. Quindici anni dopo, il custode Galdwin parte alla ricerca del giovane Bedwyr, vero erede al trono di Ahina Sohul, sopravvissuto al massacro della famiglia reale. Lo trova a Batilan, dove conosce anche Eynis, una ragazza dal passato misterioso e dalle incredibili doti. Bedwyr ed Eynis si uniranno ai rappresentanti delle cinque Razze Libere: Uomini, Elfi, Lupi, Nani e Draghi. Insieme cercheranno di ritrovare le pagine perdute del Libro del Destino, il libro profetico in grado di rivelare a chi lo possiede le sorti della Terra di Nadesh…»

Ed ecco che, in sole 124 parole, troviamo un concentrato di cliché a dir poco epico: un signore oscuro che usurpa il trono, l’esercito dei mostri brutti&kattivi, un erede perduto, una ragazzina carina, coraggiosa, intelligente e chi più ne ha più ne metta, la compagnia delle razze libere (ma se sono oppressi da un usurpatore cosa vai a dire che sono libere??) e naturalmente l’immancabile Destino-Ineluttabile-e-Spietato.
Ma adesso passiamo alla parte più interessante del libro, ovvero la cartina delle terre di Nadesh.

L’ambientazione

Ed ecco a voi la splendida (?) mappa di Nadesh che troviamo all’inizio e alla fine del romanzo, scannerizzata dalla sottoscritta perché su internet non se ne trova una decente:

Come per tutte le cartine dei fantasy scritti da baby autori, troviamo:

- una terra, tra l’altro che sembra appena abbozzata, le cui estremità rientrano perfettamente nel perimetro della pagina, con tanto di confini regolarissimi (come la linea della costa praticamente priva di curve);

- paludi, deserti, boschi a forma di nuvoletta – con tanto di città nel bel mezzo stile Eragon –, montagne che sembrano tracciate con la squadra e compagnia bella piazzati alla cavolo;

- fiumi che cominciano e finiscono nel nulla o che addirittura sembrano risalire verso le montagne, anziché andare verso il mare;

- il solito Regno delle Nebbie nell’angolino più irraggiungibile della pagina, naturalmente sede dei kattivi;

- città anch’esse piazzate come capita, tutte rigorosamente con nomi stile “Signore degli Anelli” e parecchie immerse nel nulla assoluto;

- infine, come patetico tentativo di farla sembrare una mappa decente, troviamo addirittura la stessa font usato nel libro di Tolkien, ovvero il First order plain.

Se dopo questa recensione avrete ancora voglia di leggere il libro, noterete senz’altro qualcos’altro che non va. Vi do un indizio: guardando questo dettaglio di cartina, vi sembra forse intelligente la scelta dei personaggi di andare da Batilan a Grimson per poi rifarsi tutta la strada fino a Balbe?

Un dettaglio della mappa di Nadesh

Il quasi onnipresente problema delle distanze, ahimè, non fa altro che risultare ridicola a chi guarda la cartina. Una mappa ben realizzata è molto utile per seguire il percorso dei personaggi (come nel Signore degli Anelli, senza la quale ci si perde leggermente…), ma quando è disegnata così alla cavolo, sarebbe meglio che non ci fosse neppure. Ma come può il capolavoro di un baby scrittore essere tale senza una bella mappina fèntasi?

Un estratto

Dopo aver ammirato le terre di Nadesh, addentriamoci nella storia. Senza fare spoiler, vi propongo alcuni passi dell’estratto che la stessa casa editrice Piemme mette a disposizione sul loro sito:

PROLOGO

LA CITTÀ DEGLI UOMINI

Il cielo era rosso sopra la città di Ahina Nhife, o Ahina Sohul come la chiamavano gli uomini. Un tempo le mura e le case erano di marmo bianco, ma ora erano sporche di sangue e annerite dal fumo. L’assalto era avvenuto di notte, quando le truppe di Pseudos potevano agire indisturbate con l’aiuto delle tenebre. Ma gli uomini avevano opposto resistenza e ora giacevano lungo le strade, immobili.

L’Aquila bianca non riusciva a rimanere impassibile di fronte all’orrendo spettacolo che si rifletteva nei suoi occhi arancione, all’odore acre di fumo e sangue. «Tutto questo non era necessario» pensava. «Avrebbero potuto abbandonare la città e fuggire nelle terre di Vahls dove sarebbero stati al sicuro. Ma gli uomini di Ahina Sohul sono orgogliosi e temerari, hanno preferito tentare una disperata difesa, pur di non abbandonare la loro città…»

Cos’è che non va in questo incipit? Il problema è che fugge via troppo veloce. Sei sole righe non bastano nemmeno per un inizio in medias res: sono a malapena sufficienti per dare una spolveratina iniziale riguardo a quello che sta succedendo. Ok, il cielo è rosso, la città è in guerra, gli uomini che si sono difesi sono morti… e poi? Basta così? Veramente restrittivo, come incipit, secondo me.
E qui incontriamo già il difetto principale della scrittura di Lady Rosso, che molti tendono a scambiare per dinamismo e vivacità di stile: non mostra ciò che succede, lo racconta e stop, senza mai prendersi la briga di approfondire ciò che sta descrivendo. Non si perde in descrizioni inutili, e questo è un bene, ma nemmeno fuggire via in questo modo, senza dare al lettore la possibilità di assaporare la storia è così giusto. La Rosso racconta solo ciò che pare a lei, e che chi non capisce si arrangi: è questo ciò che trapela da uno stile così riduttivo.

Passando al secondo paragrafo e sorvolando sulla scelta dell’aquila bianca (mai usato questo animale, eh? Nooo…), il difetto persiste: un «orrendo spettacolo» non dice niente, non mostra che lo spettacolo che l’aquila sta osservando sia veramente orrendo. Qui, inoltre, troviamo un altro errore non da poco:

…non riusciva a rimanere impassibile di fronte all’orrendo spettacolo / che si rifletteva nei suoi occhi arancione,/ all’odore acre di fumo e sangue.

In sole 23 parole, il PoV cambia ben due volte: nel primo passo si trova chiaramente nell’aquila, poi esce di botto a osservare i suoi occhi (un PoV all’interno di un personaggio non può fare commenti sul suo aspetto, a meno che non si stia guardando allo specchio), e poi rientra dentro all’aquila. Un bell’effetto stile “partita di ping-pong”, non trovate? Peccato che errori del genere siano da evitare, specialmente se ci troviamo nella prima pagina di un libro e soprattutto se il suddetto libro è passato tra le mani di un editor. Ma Lady Red è troppo brava per commettere errori, no?

Pseudos se ne stava là, sul suo cavallo, a osservare compiaciuto le truppe di amorphi e di goblin che si riversavano nella capitale della terra di Nadesh. /Sembrava godere delle urla delle donne e del pianto dei bambini./
Sapeva che ben presto sarebbe diventato re. Sarebbe stato l’unico erede al trono perché tutto i possibili pretendenti sarebbero tragicamente morti nell’assalto: nessuno avrebbe sospettato che era stato lui a organizzare la presa della città. Anzi, avrebbero creduto che la stava difendendo coraggiosamente.

Anche qui, a parte il solito difetto del mostrato-e-non-raccontato (mai sentito parlare dello Show, don’t tell, cara Lady?), anche il PoV salterino persiste: prima è nella zucca di Pseudos, poi esce all’improvviso (è quel “sembrava” che rovina tutto: Pseudos sta godendo delle urla e dei pianti, non sembra godere. Sempre che non stiamo parlando di uno schizofrenico, ovviamente) e rientra dopo sole 11 parole. Editooor, dove seeei??

A un suo ordine, una pattuglia di venti uomini si dispose in formazione intorno a lui. La spronò alla carica nella zona Sud di Ahina Sohul, dove sapeva che l’attendevano cinquecento goblin, pronti all’agguato. Poi si diresse verso un’immonda creatura dalla pelle coriacea: un troll del regno delle nebbie.

Sì, lo so, anche qui lo Show, don’t tell è andato a farsi benedire. Ma questo cosa volete che importi a Lady Red? Lei è già bravissima è piena di talento a soli quindici anni, no?
Notate, inoltre, l’originalità che spicca dalla scelta dei kattivi usati: sempre i soliti troll e goblin, che essendo malvagi sono anche inesorabilmente brutti (maddai?); solo con gli amorphi si ha un pizzico di novità… ma allora perché la casa Lady non impiega una riga per descriverceli? E anche riguardo ai troll e ai goblin, come accade sempre nei libri fantasy moderni, ciò che traspare è: “Non sai come sono i troll e i goblin? Eccheccavolo, devo dirti sempre tutto io?? Fatti un giro su Wikipedia, se proprio ci tieni a saperlo!”
In parole povere: non ho voglia di inventarmi delle nuove creature, così prendo quelle già fatte, ma se vuoi sapere come sono arrangiati tu.

Si continua in questi toni per un paio di pagine, sempre con i soliti difetti, che non sto a ripetere. Passiamo un poco più avanti, dunque:

Poi [Pseudos] prese a sghignazzare e la sua lugubre risata echeggiò nelle sale ormai vuote del palazzo. Si interruppe solo quando udì un rumore di passi. Il troll Rorg si stava avvicinando e trascinava un uomo legato.

Ovvio, no? Non sarebbe un superkattivo che si rispetti, se non si concedesse la sua diabolica risata stile “MUHAHAHAHAAAAA!!!”.
A parte questo, notare l’originalissima scelta del nome del troll, che più che un nome sembra l’ultimo agonizzante grugnito di un maiale. Un ottimo esempio di come, per creare nomi vincenti, sia sufficiente pigiare a caso le lettere sulla tastiera.

Segue un interessante dibattito tra Pseudos e il re di Nadesh, Galwan (tra parentesi, sembra che la Rosso abbia l’inquietante mania di affibbiare ai suoi personaggi i nomi più brutti presi dal ciclo bretone, come, appunto, Galwan o l’orribile Bedwyr).

- Parla, dunque, cane! (Bau!) Dov’è il Libro del Destino? – gli intimò. Galwan seguitò a tacere. Il troll lo colpì duramente alla schiena. Il re si piegò in avanti con una smorfia di dolore, ma la sua bocca si atteggiò subito a un mezzo sorriso. – È tutto inutile – disse. – Non lo troverai mai!
– Invece credo proprio di sì – sibilò l’usurpatore. – E sarai tu, Galwan, a dirmi dove si trova: se parlerai, avrai salva la vita.
– Anche se te lo dicessi – sorrise il re – non potresti averlo comunque.
– Cosa vai blaterando? – gridò Pseudos, abbandonando di colpo il tono sprezzante.
– L’ho distrutto, Pseudos. Ho distrutto il Libro del Destino. Vi ho letto del tuo arrivo e ho distribuito le pagine in ogni angolo della terra di Nadesh. Rassegnati, non lo avrai mai!

E qui abbiamo un’altra delle idee gegnali della Rosso: se proprio Galwan ci teneva che il Libro del Destino non finisse nelle mani del suo diabolico cugino, perché si è limitato a strappare le pagine del libro e a disseminarle per le terre di Nadesh (quanto caspita di tempo ha impiegato, tra parentesi? Che ci abbia messo proprio il tempo necessario trascorso dalla lettura del libro all’arrivo di Pseudos? Mi balla un occhio…), mentre avrebbe potuto – che ne so? – bruciarlo, buttarlo in mare o in un luogo irraggiungibile, o comunque in un posto dove non sia così facile da riassemblare?

La risposta è: certo che no, altrimenti non ci sarebbe nessuna storia… altrimenti non saremmo in un fèntasi!
Parliamoci chiaro, gente: sono d’accordo che serva una quest, ma ci vuole tanto a creare una quest degna del suo nome? È così impossibile costruire un fantasy in cui le basi della missione siano perlomeno solide e non pericolanti?
Sì, avete ragione: del resto la povera Lady Red è solo una bimba piccola. Non dobbiamo mica pretendere tanto da una così giovane e talentuosa baby scrittrice di fèntasi, giusto?

L’usurpatore fremette, la sua mano scivolò sull’impugnatura della spada, ma poi riprese l’autocontrollo e si rivolse al troll.
– Dove sono gli eredi?
– Non li abbiamo ancora trovati – borbottò la creatura.
Pseudos si rivolse a Galwan. – Tu hai due figli, giusto? Dove sono nascosti? E dov’è tua moglie?
Ma sapeva che anche per questa domanda non ci sarebbe stata risposta. E infatti il re rimase in silenzio e si limitò a guardarlo negli occhi con un misto di sfida e di trionfo sul viso. Pseudos imprecò, si volse e fece per andarsene, ma improvvisamente si girò di scatto con la spada sguainata e gli mozzò di nettò la testa. Poi, soddisfatto, si risedette sul trono del re.

Altro cliché vecchio come il mondo: il re è spacciato, ma i suoi eredi riescono a salvarsi nonostante tutto, destinati a crescere e a sconfiggere il kattivo.
E per finire Pseudos fa ancora spettacolo di tutta la sua malvagità: il re non serve più? Bene, tagliamogli la testa! E meno male che erano cugini!

In quello stesso momento da una porta laterale della città usciva un cavallo al galoppo. China sul collo del destriero c’era una donna che lo incitava con furia disperata. Era la regina di Ahina sohul. Con una mano reggeva le redini e con l’altra teneva un fagottino. Davanti a lei sedeva un ragazzo che osservava sgomento la terra scorrere sotto gli zoccoli del cavallo. Non era mai andato così veloce. Non aveva mai avuto così paura. Si girò verso la madre, ma la donna teneva gli occhi, verdi come smeraldi, fissi sulla strada insanguinata. L’unica cosa che contava per lei in quel momento era fuggire velocemente, portare via i suoi figli da quell’inferno. Spronò ancora il cavallo, poi lo lasciò andare a briglia sciolta, chinandosi a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Ora erano fuori dalla città e il cavallo correva come se avesse il re degli amorphi alle calcagna. Il cappuccio scivolò via dal capo della donna, rivelando una cascata di capelli neri come l’inchiostro e le orecchie appuntite, ma lei non se ne curò: fuori dalla città era improbabile che la riconoscessero.

E qui facciamo la conoscenza della mogliettina di Galwan, che ovviamente, pur avendo letto sul Libro che il caro cugino Pseudos avrebbe attaccato la capitale, ha aspettato solo l’ultimo momento per fuggire.
Notate anche le due originalissime similitudini “verdi come smeraldi” e “neri come l’inchiostro” e fateci l’abitudine: sempre se deciderete di leggere il libro, saranno gli unici paragoni che incontrerete, oltre agli onnipresenti “rosso come il sangue” e “bianco come la neve”.

Un altro pezzo memorabile:

Intanto, oltre un’impervia catena di montagne, in una terra arida e sassosa dove le unite forme di vita erano i vermi che si contorcevano nel terreno asciutto, su una collina spoglia che sorgeva isolata nella pianura, una figura nera e silenziosa procedeva tra le foglia morte lungo un viale di pietra costeggiato da grigie statue simili a effigi di tombe.

Ma i vermi non amavano le zone umide? A parte questa licenza poetica un bel po’ triste, solo a me ricorda qualcosa la “figura nera e silenziosa procedeva tra le foglia morte lungo un viale di pietra costeggiato da grigie statue simili a effigi di tombe”? Un déjà lu?

In quello stesso istante, nel cuore del regno degli elfi silvani, una boccetta d’inchiostro di infranse a terra rompendo il silenzio che regnava in un austero studio dalle pareti di legno.
L’uomo, seduto alla scrivania, guardò allibito la propria mano tremante che aveva lasciato cadere il piccolo vaso. Nei suoi occhi, uno giallo e uno verde, si rifletteva il terrore. Si appoggiò allo schienale della sedia, passandosi la mano tra i capelli color dell’oro.

E a chi tocca ora? Ma naturalmente all’elfo dei boschi, dagli occhi gialli e verdi e dai capelli biondi come l’oro! Che tocco di originalità, mi congratulo con lei, Lady!

Poco più avanti, invece:

- Ascolta, Harys. I Mohrger sono stati liberati. Se non fuggiamo subito per nostro figlio sarà la fine!
Sul bel viso della donna si disegnò un’espressione di puro terrore. – I Mohrger! Miei dei, no! – mormorò, mentre dalle guance iniziavano a scivolare lacrime silenziose.
L’uomo dagli occhi diversi la strinse forte a sé. – Andrà tutto bene, non ci troveranno, te lo prometto. Porterò te e il bambino al sicuro.
La donna si alzò e lo seguì, ma i suoi singhiozzi sempre più forti si confondevano ormai con le grida di angoscia degli elfi per il risveglio dei Mohrger e del loro terrore.

Pauuura! I Mohrger si sono risvegliati! Saranno stati gli spasmi involontari della lingua al sol pronunciare questo terribile nome a far spaventare la povera Haris?
Scherzi a parte, questo è solo il primo dei sintomi che mi ha fatto giungere a un’altrettanto spaventosa conclusione: Lady Red soffre della temutissima e incurabile Sindrome da Sonohra.

Il nostro prologo si conclude in questo modo: la bella regina di Ahina Sohul continua la sua fuga per dieci giorni e dieci notti (‘mazza!), dopodiché si ferma in un villaggio e affida il fagottino contenente il figlio più piccolo (provate a indovinare un po’ di chi si tratta! Vi do un indizio: inizia con la B…). Successivamente, lei e il figlio più grande riprendono la loro fuga, fino a che una freccia degli amorphi non abbatte il loro cavallo. Ammirate questo memorabile finale:

La donna e suo figlio vennero circondati dagli amorphi. Il ragazzo estrasse un pugnale per proteggere la madre, ma lei gli urlò di mettersi in salvo, gli intimò di scappare e di non fermarsi mai. Il giovane a malincuore si gettò a correre nel bosco, ma fu inseguito dai goblin che, più veloci si lui, presto lo raggiunsero e lo circondarono.
Stavano per ucciderlo, quando la madre pronunciò alcune parole, seguite da un lampo accecante, e il ragazzo fu libero di riprendere la sua fuga.

Ma uau. E questo dovrebbe essere un punto di tensione? A me più che altro sembra la lista della spesa.
E per concludere in bellezza:

L’aquila bianca osservò a lungo dall’alto il principe degli uomini che si faceva strada a fatica sul terreno accidentato della foresta, incespicava e continuava a camminare, senza arrestarsi mai, secondo gli ordini ricevuti.
Solo lei aveva visto. Solo lei sapeva. Solo lei avrebbe ricordato.

Ta-ta-ta-taaaa! Ecco a voi un memorabile finale ad effetto!

Se ancora non vi siete sentiti male per un tal concentrato di schifezze stilistiche (e ci tengo a ricordarvi che siamo solo a pagina 12 su 495!), continuate pure a leggere la prossima puntata. Ma non dite che non vi avevo avvertito, eh? :)


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