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Sull’editoria a pagamento III – Un autore dice la sua (2^ parte)

Eccovi la seconda parte dell’articolo scritto da un autore che conosco e che mi ha chiesto questo spazio per esprimere quel che pensa riguardo all’editoria a pagamento. Trovate la prima parte qui.

Editoria a pagamento (2^ parte)

Un giorno lessi su Yahoo! Answers una risposta che mi fece sbellicare dalle risate. Un utente chiedeva come pubblicare un libro che era composto sia da testi in prosa che da poesie: la risposta indicava gli editori free del blog Writer’s Dream. Già trovare un editore free per una raccolta di poesie è impresa assai ardua, ma trovarlo da esordiente per un libro in cui compaiono sia parti in versi che in prosa direi proprio che è come fare sei al Super Enalotto, con la differenza che in tal caso non diventeresti comunque ricco. Anche Alda Merini ha pubblicato opere in cui vi sono sia prose che versi, ma quando era già una poetessa nota. Che un editore free accetti un testo di un esordiente così atipico mi sembra praticamente impossibile.

Anche la mia amica che ha pubblicato la biografia del tenore mi ha fatto ridere. Ricordo che quel giorno eravamo in macchina e stavamo andando a teatro. Conversando, lei mi disse che il comune, essendo quel tenore l’unico personaggio illustre del paese, avrebbe dovuto valorizzarlo, approvando dei suoi progetti di iniziative culturali relative alla sua figura che invece non ha preso in considerazione. Quando le feci notare che sarebbe stato molto difficile attrarre il pubblico con una manifestazione culturale legata a questo personaggio mi chiese: «Salisburgo per chi è famosa?». Naturalmente le risposi che era famosa per Mozart. Lei fece un cenno di assenso che mi fece scoppiare a ridere perché in quel modo paragonava questo tenore a Mozart. Le mie risate non erano provocate solo dal fatto che Mozart fosse una figura con ben altra notorietà. Se il personaggio di cui ha scritto la biografia fosse stato un artista del quale si potessero ammirare le opere, infatti, il paragone ci sarebbe pure stato: oggi non è molto conosciuto, ma domani chissà? Con i critici giusti, un qualsiasi artista – che sia un romanziere, un poeta, un pittore, un cantante o un compositore, anche se è già morto – si può sempre valorizzare. Non dimentichiamoci che Van Gogh in vita non è stato certo un pittore famoso. È divenuto celeberrimo dopo la sua morte, ma di lui erano visibili le opere. Di questo tenore (che diversamente da Van Gogh è stato famoso in vita) non essendo stato appunto registrato, non lo sono. Parlando di possibili manifestazioni culturali incentrate sulla figura di un cantante lirico son decisamente uscito dall’ambito dell’editoria, ma è un esempio per farvi capire che certi temi, pur avendo un elevato valore culturale interessano ben poco il pubblico e gli editori non pubblicano pertanto senza contributo libri relativi a essi. Un esempio a tal riguardo son certi generi di testi universitari.

Alcuni manuali che si usano all’università per tante materie  son libri che possono essere utilizzati anche come testi scolastici. Non penso proprio che un editore chieda contributi per pubblicarli, perlomeno se a scriverli è un docente abbastanza noto, in quanto hanno appunto un buon mercato, mercato che diventa veramente florido nel caso di materie come la storia che son insegnate in ogni tipo di scuola secondaria, dagli istituti professionali ai licei, passando per gli istituti tecnici. Però il discorso è diverso per i saggi, e comunque per i libri universitari che per la loro tipologia non son utilizzabili come testi scolastici. In questo caso, molto spesso – per non dire sempre – l’editore chiede un contributo economico per la pubblicazione, che può esser pagato dall’università o da altre istituzioni, perché,  a fronte del mercato estremamente asfittico per questo genere di libri, tutti i professori e i ricercatori universitari li scrivono. Quindi, anche se il libro è ottimo, non può esser venduto in un numero di copie tali da far sì che all’editore convenga pubblicarlo senza ricevere un contributo economico prima della pubblicazione. Quando nessuna istituzione finanzia la pubblicazione del manoscritto di un professore universitario, esso resta inedito. Infatti, nella mia esperienza di studente della Facoltà di Lettere e Filosofia, mi son imbattuto spesso in testi d’esame disponibili unicamente sotto forma di fotocopie.

Pubblicare da esordiente un libro che appartiene a un genere letterario molto commerciale senza pagare è però possibilissimo e conosco personalmente chi l’ha fatto. Se un romanzo giallo, d’avventura, d’amore oppure fantasy ha una trama interessante e una buona forma, prima o poi l’autore, se insiste a mandarlo alle case editrici senza fermarsi ai primi rifiuti, troverà l’editore disposto a pubblicarlo senza chiedere un contributo economico.  Pubblicare un libro con un editore che non chiede soldi all’autore è indubbiamente molto più vantaggioso per quest’ultimo, ma perché? La risposta a questa domanda a molti lettori di questo articolo sembrerà ovvia: il motivo è chiaramente il risparmio di denaro. In realtà non è questa la motivazione principale.
Il contributo economico per la pubblicazione di un libro richiesto dagli EAP è molto variabile, a seconda della casa editrice e della lunghezza del testo. In alcuni casi può superare i 5000 euro, ma in altri non raggiunge i mille.

Facciamo ora un confronto tra l’ipotetica storia di due autori. Supponiamo che l’autore A pubblichi a pagamento, accettando la prima proposta di pubblicazione e spendendo 800 euro, ma un contratto analogo è invece rifiutato dall’autore B, che decide di mandare il proprio manoscritto a molte decine di editori gratuiti ottenendo rifiuti su rifiuti. Un bel giorno l’autore B decide di far leggere il suo manoscritto a una persona competente in materia. Questa gli dice che il testo così com’è non sarà mai accettato da nessun editore e gli dà consigli per migliorarlo. Presentando il testo rivisto a vari editori free, fioccano nuovi rifiuti, finché un bel giorno uno di questi accetta di pubblicarlo. Nel frattempo son passati diversi anni. Se l’autore B avesse accettato la proposta editoriale a pagamento, avrebbe potuto ammortizzare il costo rivendendo parte delle copie che l’editore gli dava in cambio a parenti e amici. L’editore free con cui alla fine ha pubblicato gli ha fornito invece solo un paio di copie omaggio.
Morale della favola: facendosi stampare di volta in volta pochissime copie da spedire agli editori nella copisteria sotto casa che ha prezzi di stampa abbastanza alti e pagando l’importo dovuto per le spedizioni, ha speso di più di quel che avrebbe speso  se avesse accettato la proposta a pagamento, considerando che in tal caso al netto dei soldi recuperati rivendendo una parte delle copie a parenti e amici la spesa effettiva sarebbe stata ben inferiore agli 800 euro.

Riguardo a questo caso, visto che scegliendo di non pubblicare a pagamento ha perso tempo e denaro, pensate che l’autore B abbia fatto una scelta più infelice rispetto all’autore A? Io credo proprio di no!
Come vi ho detto, il testo pubblicato a pagamento è destinato a un praticamente sicuro insuccesso (anche se ci può sempre essere la classica eccezione che conferma la regola, perché non sto parlando di matemati-ca).
L’editore a pagamento lo stampa normalmente in poche centinaia di copie. Sotto le 1500 il libro non entra in libreria, come dice Costantino Margiotta – cofondatore della casa editrice free Zero91 – nel video “Quando i sogni hanno un prezzo – 4° parte” (3’ 14’’).  Le parole dette nella  seconda parte (2’ 27’’) da Giorgia Grasso, direttrice editoriale della casa editrice a pagamento Gruppo Albatros Il Filo – “…la distribuzione, se non piazza un certo numero di copie, il libro non te lo prende e non te lo distribuisce…” – son tutt’altro che atte a smentirlo! Questo non significa che il libro non possa esser presente nelle librerie della casa editrice e in quelle di amici dell’editore e dell’autore:  anche se l’editore a pagamento ha un distributore nazionale – e quindi su richiesta dell’utente finale (ovvero del lettore) è ordinabile in tutta Italia -, non viene però mandato a scaffale dal distributore, se non nelle librerie che come ho detto son legate in qualche modo all’autore o all’editore. Inoltre, spesso i librai si rifiutano di esporre i libri a pagamento, per la motivazione che vi ho già esposto. Sempre per questo motivo le testate giornalistiche e molti blog si rifiutano di recensirli.

Non è detto che saranno vendute un numero elevatissimo di copie di un romanzo pubblicato con un editore che non chiede contributi agli autori. Il mercato librario è un settore molto difficile. In tal caso il libro è però maggiormente promosso dall’editore, che ha decisamente più interesse a farlo di quello che pubblica ricevendo un contributo dall’autore, visto che non ha altri introiti se non quelli derivati dalla vendita del libro. L’editore free, che ha investito soldi e tempo sul libro ritenendolo meritevole della pubblicazione, potrà pure sbagliarsi, ma sicuramente costituisce una garanzia in più sulla qualità dell’opera per il lettore, rispetto all’editore a pagamento: quest’ultimo, anche se il libro non è apprezzato da nessuno avrà comunque un guadagno, avendo incassato i soldi dell’autore. Il testo, oltre che di migliori attività promozionali, beneficerà probabilmente della stampa in una tiratura di diverse migliaia di copie, e pertanto sarà diffuso in molte librerie su tutto il territorio nazionale.
Se vi arriva una proposta editoriale a pagamento, potete appurare che i libri di questa casa editrice si vendono poco, verificando di persona che è molto difficile trovarli nelle librerie, ma anche facendo qualche semplice ricerca su Internet.

Per esempio, andate sul sito della casa editrice e scegliete un po’ di libri a caso tra quelli che compaiono nel catalogo. A questo punto inserite ciascun titolo insieme al nome dell’autore su aNobii, che è il maggior social network dedicato ai libri, per vedere quanti utenti sono in possesso del libro. Poi ripetete l’operazione su Google. Compariranno subito i link del libro nelle varie librerie online. Cliccateci e vedrete quante recensioni ha.
Successivamente ripetete queste operazioni con i libri che compaiono nel catalogo di una casa editrice che è presente nell’elenco degli editori free pubblicato dal blog Writer’s Dream. Forse vi imbatterete anche in qualche eccezione, ovvero in un testo pubblicato a pagamento di cui si parla più che di uno pubblicato free, ma facendo il confronto scegliendo a caso una decina di libri pubblicati dagli EAP e un’altra decina pubblicati dalle case editrici free, noterete sostanziali differenze.

Ricapitolando, un romanzo pubblicato a pagamento non solo è destinato a non aver successo, ma non aiuta nemmeno l’autore affinché una casa editrice free prenda maggiormente in considerazione le sue opere future.
Secondo me non c’è comunque niente di male a pagare per pubblicare anche un libro che appartiene a un genere letterario commerciale, e che con un po’ di pazienza in più si potrebbe pubblicare anche con un editore che non chiede soldi. Se uno è semplicemente soddisfatto dal raccontare in giro che ha pubblicato un libro e di regalarlo o venderlo alle persone che conosce, ha tutto il diritto di farlo; forse è però opportuno renderlo consapevole del fatto che quel libro non avrà successo e non costituirà nemmeno un trampolino di lancio per opere future.


Sull’editoria a pagamento III – Un autore dice la sua (1^ parte)

Quello che vorrei proporvi oggi è l’articolo scritto da un autore che ha pubblicato il suo primo romanzo con una casa editrice a pagamento e che mi ha chiesto di pubblicare qui sul blog quel che pensa riguardo al fenomeno dell’EAP. Naturalmente ho accettato: spesso quando si parla di editori a pagamento, molti parlano per sentito dire, senza tuttavia aver sperimentato la questione sulla propria pelle, perciò ritengo che sia interessante anche conoscere l’opinione di chi fa parte direttamente di questo fenomeno. Quindi buona lettura, e spero che vi piaccia.

Editoria a pagamento (1^ parte)

Ho pubblicato un libro con uno dei cosiddetti EAP, ovvero editori a pagamento. La cifra domandatami per la pubblicazione è stata di molto superiore a quella media richiesta; inoltre le copie vendute, dopo circa sette mesi dalla pubblicazione, sono davvero poche. Ciononostante, ritengo che nel mio caso accettare di pubblicare a pagamento sia stata una scelta molto meno sciagurata che in tanti altri casi, dal momento che il mio libro è un romanzo sui generis, e quindi ben poco commerciale. Pertanto, se tornassi indietro, opterei per un’autopubblicazione, conscio che nessun editore free – ossia che non chiede soldi all’autore – accetterebbe di pubblicarlo (anche se non ne ho la certezza assoluta, non avendoglielo mai inviato).

Ci son generi di libri per i quali è praticamente impossibile trovare un editore che non pretenda soldi per pubblicare, anche se c’è sempre l’eccezione che conferma la regola. Molti hanno un mercato alquanto risicato, come per esempio le biografie e le autobiografie di personaggi poco noti, le raccolte di poesie e i testi universitari  che per la loro tipologia non possono essere usati  come libri scolastici (anche se per questi ultimi si parla di editoria sostenuta e non genericamente di editoria a pagamento, visto che il contributo in genere non viene dall’autore, bensì da vari enti).

Rimembro che all’università un professore di geografia ci raccontò questo: se durante un esame un alunno dimostrava di non avere una buona preparazione, lui gli chiedeva se avesse studiato, e se lui rispondeva di non aver studiato molto lo bocciava immantinente, dicendogli: «Ma se me lo dici tu che non hai studiato tanto, io perché ti debbo promuovere?!». Poi ci disse: «Non si dice mai “Io non ho studiato tanto”, e questo non vale solo per geografia, ma per tutte le materie. Non siate così stupidi da darvi la zappa sul piede da soli!».
Vorrei ora ricordarvi la figura del sottufficiale di Polizia Nicola Giraldi, interpretato da Thomas Milian in una famosa serie di film. Nella finzione cinematografica emerge che in passato stava dall’altra parte della barricata, ossia che era un ladro. È verosimile questo personaggio? Molti di voi sosterranno di no: a causa dei precedenti penali non sarebbe potuto entrare nelle forze dell’ordine. Io invece dico di sì, perché se qualcuno commette dei crimini ma non ne viene mai riconosciuto colpevole si ritrova con la fedina penale pulita (quindi non vedo proprio cosa gli impedisca in tal caso di entrare in Polizia).
Quando un libro è pubblicato a pagamento, è come se uno studente sotto esame dicesse di non aver studiato molto: distributori, librai e lettori, infatti, ritengono che l’opera sia stata pubblicata perché l’autore ha pagato e non perché fosse valida. Quindi il testo viene snobbato un po’ da tutti ed è praticamente impossibile che abbia successo. È vero che anche Italo Svevo e Alberto Moravia hanno pubblicato a pagamento i loro romanzi d’esordio e poi son divenuti scrittori famosi, ma erano altri tempi e ogni paragone con loro è anacronistico e demagogico. Oggi basta inserire su Internet in un motore di ricerca il nome della casa editrice del libro e si scopre subito se questo è stato pubblicato a pagamento. Quando Moravia ha pubblicato Gli indifferenti, chi oltre a lui, al padre che gli ha dato i soldi e all’editore sapeva che aveva pagato per pubblicare? Credo proprio che lo sapessero in pochi, e all’epoca non c’era certo Internet. La notizia è divenuta di pubblico dominio solo quando lui era già famoso, quindi è un po’ come un ex ladro che, se non è mai riconosciuto colpevole dei suoi crimini, può anche nella realtà divenire poliziotto, come Nicola Giraldi detto “Er Monnezza‟ nella finzione cinematografica. Ovviamente, però, se il ladro viene processato e condannato non può fare il poliziotto.  Può apparire fuori luogo l’accostamento di chi pubblica a pagamento, che così facendo non commette un’azione illegale, con la figura del ladro.
C’è però un’analogia: oggi che esiste Internet, differentemente da quando è uscito il primo romanzo di Moravia, se si manda a una casa editrice free un manoscritto inserendo nel curriculum vitae un libro pubblicato con un EAP, molto probabilmente si verrà considerati alla stregua di un pregiudicato che vuole entrare nelle forze dell’ordine, e come in tal caso la domanda verrà subito respinta: in pratica scarteranno il testo senza leggerne neanche un rigo.

Alcuni editori a pagamento sostengono che pagare l’editore sia l’unico modo che ha un esordiente per essere pubblicato. Molti probabilmente ritengono che se il libro è valido, qualsiasi sia il genere al quale esso appartiene, si può trovare un editore che non chieda soldi per pubblicarlo. Io non condivido nessuno dei due punti di vista.
Pur credendo che in tal caso forse sia meglio rivolgersi a un book on demand, non penso proprio che ci sarebbero molte possibilità di pubblicare un libro – quand’anche  fosse eccelso – con una casa editrice che non chieda un contributo economico, se questo appartenesse ai generi che ho citato all’inizio di questo articolo.
L’autobiografia di un personaggio pubblico è molto gradita agli editori, che, qualora questi avesse poca confidenza con la penna, sarebbero ben lieti di pagargli anche i ghost-writer.
Ovviamente, in virtù della  sua notorietà,  il libro sarebbe comunque molto commerciale. Ma l’autobiografia di uno sconosciuto è uno dei testi più invisi agli editori, perché lo è anche al pubblico. Di fronte a un libro del genere quasi tutti pensano: “Questo chi si crede di essere per ritenere che interessi agli altri la storia della sua vita?”.
Ho sentito un editore free dire esplicitamente a coloro che pensano che la propria vita sia stata così movimentata e avvincente da poterci  scrivere addirittura un romanzo di astenersi dal farlo. O in alternativa di scriverlo ma poi di autopubblicarlo, facendone stampare solo un numero di copie sufficiente per parenti e amici, in quanto solo a loro può interessare.
Son ben poco apprezzate anche le biografie di personaggi poco noti. Marta ha letto la biografia di un tenore che una mia amica ha autopubblicato, dopo aver rifiutato la proposta di una casa editrice che pubblica solo libri sulla musica che le aveva chiesto un’ingente somma di denaro. Non perché lo dica io, ma per ammissione della stessa Marta, è un libro interessante e ben scritto. Per come la vedo io, però, è ovvio che la casa editrice le abbia chiesto i soldi per pubblicarlo: si tratta della biografia di un cantante lirico del XIX secolo, che ha sì avuto un grande successo a livello internazionale – come dimostrato da una ricca documentazione che nel libro compare – ma si è ritirato dalle scene pochi anni prima della comparsa dei primi grammofoni, non venendo perciò registrato.
Ovviamente la storia di un tenore non registrato non è molto appetibile neppure per i melomani, in quanto è un artista la cui arte è andata totalmente perduta. Insomma, anche in tal caso le copie del libro che si ipotizza di vendere son poche e l’editore non investe.

Possiamo fare un discorso analogo con le opere in versi.  Hanno un mercato veramente molto esiguo. C’è chi non ha mai letto una silloge poetica in vita sua anche tra coloro che son accaniti lettori di romanzi, e ben disposti a leggere libri di narrativa di qualsiasi genere. In Italia dopo D’Annunzio con la poesia non si è più arricchito nessuno, e anche i poeti più noti per vivere hanno fatto altri lavori, a volte sempre collocabili nell’ambito letterario e altre no (un’eccezione è rappresentata da Alda Merini, ma ha vissuto in condizioni di notevole indigenza, mantenuta dai due mariti che ha avuto e dai servizi sociali del comune, per non parlare degli anni che ha trascorso in manicomio durante i quali non aveva bisogno di soldi per mangiare). Anche le raccolte poetiche dei poeti più noti come Maria Luisa Spaziani si vendono con estrema difficoltà, figuriamoci quelle di un autore esordiente! Sul blog Writer’s Dream ci son editori free che pubblicano poesie, ma son pochi, e penso che sia difficilissimo pubblicare con loro; inoltre, anche se ci si riuscisse, il successo sarebbe tutt’altro che assicurato.


Sull’editoria a pagamento II – Una testimonianza

Uno dei problemi maggiori di quando si discute sull’editoria a pagamento è che spesso si tende a parlare in astratto, per sentito dire, limitandosi a riferire voci più o meno attendibili ma che spesso non si sa da dove arrivino. Ecco perché oggi, dopo aver postato un articolo che cercava di fare un riassunto sul complesso discorso riguardante l’editoria a pagamento, ho deciso di farvi leggere una serie di email ricevute da un’autrice che ha pubblicato un libro con un editore a pagamento: si tratta di una testimonianza di una diretta interessata, di una persona che c’è passata e che, per confermare quel che ho scritto nel precedente articolo, non ne è rimasta per niente soddisfatta.

Per chi ancora non è convinto di tutti gli inganni che si nascondono dietro agli editori a pagamento, ecco cosa pensa un’autrice dell’editore che l’ha pubblicata, in questa interessante email che mi è arrivata qualche settimana fa. Non si tratta del testo originale, poiché la scrittrice in questione ha preferito rimanere anonima, ma i contenuti sono pressocché invariati.

Storia di una truffa legale

Sono qui per raccontare una storia, precisamente la storia mia e del mio libro.

Ho pubblicato un anno e mezzo fa un libro con un editore a pagamento… anzi, a essere precisi, con quello che credevo fosse un editore. Penserei di essere una scrittrice fallita, se solo non fosse stato per il successo, seppur minimo, che il mio romanzo sta riscuotendo solamente grazie alla mia autopromozione incessante e per i premi letterari vinti da me. Ecco perché adesso ho una gran voglia di piangere.

Il contratto da me firmato, come è noto, obbliga l’autore ad acquistare un gran numero di copie del libro, per una spesa esageratamente alta. La stampa, infatti, necessita di molti meno soldi, anche se l’editore preferisce parlare di “servizio stampa”, che in teoria dovrebbe comprendere recensioni su testate giornalistiche, presentazioni, booktrailer e via dicendo.
In teoria, naturalmente, perché dopo più di un anno dalla pubblicazione ancora non ho visto niente di tutto questo. Niente, nemmeno un trafiletto striminzito. Ciononostante io, l’allocca che gli editori normali snobbano perché non possiede un’adeguata raccomandazione, ho speso tutti i miei risparmi per pubblicare il mio libro, un sogno che l’editoria distorta di questo paese mi ha sempre negato. E questo è stato un errore, perché adesso mi vergogno di aver regalato i miei soldi a questi ladri. È il mio nome a essere stato infangato, oltre che il mio portafogli.

Non sono rimasta zitta a rodermi il fegato nel mio angolino, però. Da qualche mese ho deciso di scrivere all’editore, molto educatamente, tutte le cose che non andavano, per mettere in guardia i futuri autori affinché non commettano il mio stesso errore. Ha funzionato, perché in breve tempo la notizia ha iniziato a girare: a quanto pare, non sono l’unica a pensarla così.
A quel punto, l’editore mi ha telefonato, per cercare di correre ai ripari e di salvare il salvabile (anche se non mi hanno mai risposto quando li contattavo io): mi ha chiesto scusa per essermi sentita trascurata e ha cominciato a promettermi chissà cosa. Tutt’ad un tratto mi garantiva mari e monti, come presentazioni in ogni dove e presenza a varie fiere del libro. Anzi, mi ha addirittura rimproverato per non aver sfruttato abbastanza la casa editrice, dal momento che mi avrebbero dato tutto ciò che desideravo.
Molto bene.
Ho cominciato chiedendo all’editore di organizzarmi una presentazione alla fiera del libro di una città italiana. Risposta: ci avrebbe provato, ma è una cosa molto difficile.
Altra richiesta: ho domandato quando avrebbero pubblicizzato il libro nella trasmissione televisiva che mi avevano promesso nel contratto. Risposta: purtroppo in molti anni hanno scelto soltanto due libri della mia casa editrice, pertanto è molto complicato da ottenere.
Nuovo messaggio: a quando il trailer del romanzo (anche questo deducibile dal contratto)? Risposta: se avessi voluto investire sul booktrailer, avrei dovuto farmi fare un preventivo da sola, giacché l’editore non si assume queste spese.

A questo punto, credo che sia legittimo da parte mia arrabbiarmi non poco con chi mi sta prendendo in giro così sfacciatamente. Adesso però sto male, perché vorrei che il mio libro sparisse da tutti i negozi, che venisse eliminato dalla faccia della terra. Vorrei poter dire a tutti la verità sulla mia casa editrice, dire al mondo che è una ladra senza pari.
Vorrei, ma non posso, e questo per un semplice fatto: l’editoria a pagamento non è illegale. Il mio editore scrive sul contratto quel che promette, e lo rispetta… a modo suo.
Per esempio, dopo varie insistenze sono riuscita a fare in modo che il mio libro venisse esposto alla fiera del libro di una importante città estera. Dato che nutrivo seri dubbi sulla serietà della casa editrice, sono andata io stessa per verificare che il libro ci fosse. Arrivo là e scopro che non c’è nessun dipendente della casa editrice ad accogliermi: ho dovuto girare da sola nel labirinto della fiera per cercare se ci fosse qualche editore straniero interessato al mio romanzo. Ma niente, perché la mia casa editrice non accetta di tradurre nessuno dei suoi titoli, nemmeno se l’interessato fosse un editore importantissimo.
Il problema è che se io provassi a intervenire legalmente perderei la causa, perché, come ho già detto, il mio editore scrive sul contratto in modo che chi legge sia indotto a firmarlo. Quello che poi realmente dà non è nient’altro che una presa in giro, ma facilmente riconducibile alle varie voci del contratto, quindi da questo punto di vista la casa editrice ha la coscienza pulita.

Ora mi sento svuotata. Ho davvero la nausea per questa brutta esperienza, e quel che è peggio e che adesso il mio editore sta ridendo di me alle mie spalle, per essere caduta nella trappola come un allocco.
Spero soltanto che questa mia esperienza serva a far riflettere chi deve ancora pubblicare: non fate il mio stesso errore, non affidatevi a un editore a pagamento, se non volete essere presi in giro.

Paradossalmente, però, io ce l’ho più con tutto il sistema editoriale italiano che con le case editrici a pagamento: troppo spesso l’autore, snobbato dall’editoria, è costretto a finire nelle mani di questi avvoltoi. È quasi il sistema stesso che ce lo spinge, dato che non concede alcuna possibilità agli esordienti sconosciuti: gli editori grandi – a meno che tu non abbia la famosa spintarella – non hanno in nota gli esordienti. Ciononostante, siamo in tanti a volerci provare comunque. E spero che siano ancora molti gli scrittori disposti almeno a tentare, disposti a non rinunciare a una prospettiva di realizzazione reale e duratura, consci però che nella vita, a volte, i compromessi consapevoli (e i rospi ingoiati) sono sentieri nascosti che conducono verso le strade maestre.


Sull’editoria a pagamento I – EAP? No, grazie.

Quella di scrivere una serie di articoli a proposito dell’editoria italiana, in particolare di quella a pagamento, è stata una delle idee che più mi hanno convinto ad aprire questo blog.
Tutto è nato, come gran parte delle mie bizzarre idee, da Yahoo! Answers: la sezione Libri ed Autori è tuttora piena zeppa di autori che hanno pubblicato a pagamento il loro primo romanzo e che, probabilmente in mancanza di un’adeguata distribuzione e pubblicità, si pubblicizzano praticamente a ogni risposta, a volte addirittura creandosi account multipli. Incuriosita da questo fenomeno, ho cercato di scoprire qualcosa in più, ed è stato così che ho conosciuto l’editoria a pagamento, in particolare la conosciuta casa editrice che di nome fa Gruppo Albatros – Il Filo. Fortunatamente, da qualche anno a questa parte esiste Writer’s Dream, un forum per tutti gli scrittori e gli aspiranti tali, su cui è possibile trovare molte informazioni a proposito dell’editoria, come appunto quella a pagamento. E ne sono rimasta colpita al punto da decidere che non potevo proprio non dedicarvi almeno un articolo.
Ho impiegato più tempo del previsto a scriverlo, dato che le cose da dire a proposito dell’editoria a pagamento (d’ora in poi EAP) erano davvero tante. Sarebbe stato impossibile far entrare tutto in un unico post, e se anche ci fossi riuscita, sarebbe venuto fuori un articolo talmente lungo che anche solo per farlo entrare nel layout del blog sarebbe servito un computer con lo schermo più alto della statua della libertà. Meglio evitare, dunque, siete d’accordo? ^^ Ho deciso, perciò, di scrivere vari articoli che arriveranno un po’ per volta, dedicati a vari aspetti dell’EAP.
In particolare, questa puntata parlerà in generale di come mai, secondo me, pubblicare a pagamento è – permettetemi – una GRAN cavolata. Quindi, ecco a voi:

EAP? No, grazie.

L’argomento di cui vorrei parlare oggi prende spunto dall’articolo “I 10 motivi per non pubblicare a pagamento” del blog di Writer’s Dream, che mi sono permessa di rielaborare e di commentare con i miei pareri personali a riguardo.

• Innanzitutto, cominciamo con il motivo che mi pare il più ovvio di tutti: che senso ha pagare (e qui si parla anche di 3-4000€) per pubblicare, quando esistono tantissime case editrici che danno la possibilità di pubblicare senza spendere un soldo? Questo al di là della qualità della pubblicazione: pochi si possono permettere, per esempio, un anello con diamante incastonato (esempio di oggetto che costa molti soldini), ma non credo che esista una persona tanto scema da rifiutare un gioiello del genere, se regalato. Questo è un esempio bislacco finché volete, ma il concetto rimane lo stesso: perché pagare, se si può avere gratis?
A me, onestamente, sembra la cosa più elementare del mondo, ma a quanto pare non per tutti è così, dal momento che i cataloghi degli editori a pagamento sono sempre traboccanti – nel senso letterale del termine – di nuovi titoli.

• Ho notato che si scatena sempre un certo malcontento, quando si scopre che un certo autore è riuscito a pubblicare con una grande casa editrice solo perché raccomandato: così sono buoni tutti, non trovate? Non è forse troppo facile diventare famosi non per la propria bravura (che, in effetti, non c’è quasi mai nel caso di una raccomandazione) ma per la spintarella che si è ricevuta? Ebbene, per l’EAP vale lo stesso, identico discorso: pubblicare a pagamento è come essere raccomandati.
Questo perché chiunque, grazie a una casa editrice a pagamento, può avere la soddisfazione di tenere in mano il proprio libro pubblicato. In questo caso, però, le “opportune conoscenze” vengono sostituite da un bell’assegno a tre zeri.

• A proposito del fatto che chiunque, pagando, può pubblicare… spesso gli editori a pagamento si inventano la storia della “democratizzazione culturale“, secondo la quale, appunto, tutti possono pubblicare. Ed è a questo punto che mi salta la mosca al naso: chi l’ha detto che la pubblicazione è un diritto di tutti? Perché chiunque – e quindi anche chi non sa scrivere – deve vedere il proprio libro pubblicato? Non dovrebbero essere soltanto i migliori a riuscirci? E invece no, perché oggi scrivere è una moda come un’altra, e essere (o fingersi) scrittori lo è ancora di più. E quindi pubblicare deve essere un diritto di ciascuno, anche di chi non se lo meriterebbe.

• Sempre riguardo al processo di democratizzazione culturale, sappiate che le case editrici a pagamento pubblicano di tutto, e quindi senz’altro anche cani e porci. Non ci credete? Be’, Writer’s Dream ci ha fornito una prova valida: ha provato a inviare al Gruppo Albatros questo manoscritto, composto da copia-incolla da Wikipedia e altri stralci vari assemblati senza nessuna logica. E ovviamente il Gruppo Albatros ha offerto loro un contratto di pubblicazione, per la bellezza di quasi 3000€!

• È stato dimostrato anche che il contributo spesso elevatissimo che chiedono certe case editrici non è un semplice contributo: i costi effettivi necessari alla stampa di tot copie di un libro sono in realtà molto inferiori al “contributo” che chiedono gli editori a pagamento. Quindi la domanda sorge spontanea: perché vengono chiesti molti più soldi di quelli necessari? Ma soprattutto, dove vanno a finire questi soldi extra?

• Qualcuno potrà obbiettare: “Ma magari questi soldi in più servono all’editore a fare meglio il suo lavoro, organizzando presentazioni, spedendo i libri a più librerie, darsi da fare per la pubblicità…”. Sbagliato per diversi motivi.
Innanzitutto, un editore come si deve è un imprenditore, e come tale deve assumersi le sue responsabilità: per guadagnare deve impegnarsi a vendere più copie possibili, e se non è in grado di guadagnare abbastanza non ha motivo di continuare a esistere.
Inoltre, credete che davvero gli editori a pagamento si impegnino a pubblicizzare i loro libri? Naturalmente no: perché faticare tanto, quando hanno già la sicurezza di avere i soldi in tasca?

• A proposito di librerie, voi l’avete mai visto tra gli scaffali un qualche libro pubblicato a pagamento? Se guardate lo spot a cui ho messo il link nel terzo punto, Giorgia Grasso ci invita a cercare i libri del Gruppo Albatros in libreria. Ebbene, cercate pure, tanto non li troverete mai. Gli unici che abbia mai visto erano nello scaffale “Scrittori Riminesi” della libreria Mondadori di Rimini; libri che, con ogni probabilità, sono finiti in quello scaffale solo perché i rispettivi autori hanno pregato in ginocchio (o minacciato con il bazooka) il libraio perché li esponesse tra gli altri. Ma in generale non ne troverete nemmeno uno, perché quasi tutti i librai si rifiutano di esporre libri pubblicati a pagamento. Se arrivare in libreria è difficile per chi pubblica gratuitamente, sappiate che pubblicando a pagamento avrete la certezza di non arrivarci neanche.

• Un ulteriore motivazione per non pubblicare con l’EAP è la seguente: avete mai acquistato o comunque letto un libro pubblicato a pagamento? Io sì, e vi garantisco che non è stato piacevole. Come mai? Molto semplice: l’editing era praticamente inesistente. Era scritto da cani, pieno zeppo di fastidiosissime “d” eufoniche, di refusi e di periodi pesanti. Una vergogna, se devo essere sincera. E con questo ritorniamo a uno dei punti precedenti: perché darsi da fare con l’editing, che renderebbe un libro migliore, quando i soldi ce li abbiamo già?

• Molti si sono già domandati: “Ma non è illegale tutto questo? Non è contrario alla legge questo tipo di editoria, che fa pagare tanto e in cambio dà poco o niente?”. No, purtroppo non è (ancora) illegale, e ciò accade per un semplice motivo: in media, i contratti a pagamento sono scritti in modo molto scaltro: rimangono sul vago proprio per confondere le idee e promettono esattamente quel che poi danno, ma scrivono, per fare uno dei miei soliti esempi bislacchi, “Ti regaliamo un pregiato frutto esotico”; tu ti aspetti un ananas bello grosso, e invece ti arriva un kiwi ammaccato, mezzo marcio e con i vermi dentrp. Tu però non puoi protestare, perché il contratto è rispettato.
Editori come il Gruppo Albatros ti promettono la luna, per poi darti una luna sì… ma di plastica, però resta inattaccabile, perché il contratto è formulato in modo da indurre i poveri polli a firmarlo.

• Molti non sanno che l’autore non è il cliente dell’editore, bensì colui che fornisce all’editore la materia prima. Senza l’autore, l’editore non può vendere nulla. Ecco perché è assurdo pagare per pubblicare: sarebbe come se un contadino dovesse pagare per fornire frutta e verdura al venditore, invece che essere pagato per il materiale che fornisce.

• Sono sempre di più i giornalisti, gli scrittori, i blogger che snobbano i libri pubblicati a pagamento. Questo non per cattiveria, ma proprio a causa delle basi marce su cui si poggia l’EAP. A nessuno piace spendere soldi per un libro per poi ritrovarsi con un prodotto scadente, e ormai le voci stanno cominciando a girare: meglio non aggiungere legna da ardere a un fenomeno vergognoso come l’EAP.

Chi pubblica a pagamento danneggia gli altri esordienti e soprattutto sè stesso:  se pubblica un libro scadente, il suo e tutti gli altri libri scadenti sommergeranno quei pochi libri che veramente valgono; se invece il suo libro vale, questo verrà sotterrato da tonnellate di spazzatura. In entrambi i casi, i romanzi che vengono pubblicati sono veramente troppi (l’EAP produce circa 60’000 titoli all’anno, e pensate che solo il Gruppo Albatros pubblica annualmente più libri della Mondadori): nel mondo editoriale non c’è spazio per tutti, e visto che i libri scadenti sono la maggioranza, a rimetterci sono proprio quei testi che contengono del buono. Come al solito, non sono i migliori che fanno strada, ma quelli che hanno più soldi.

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 Questo articolo che ho scritto non è che una spolverata generale del complesso discorso sull’EAP. Ci sarebbe molto altro da dire, ed è per questo che ho deciso che, poco per volta, approfondirò tutti questi punti. Quindi arrivederci al prossimo post, in cui fornirò la testimonianza di una diretta interessata, di un’autrice che ha pubblicato con il Gruppo Albatros e con cui ho avuto occasione fare uno scambio di pareri molto significativo.
Alla prossima, dunque, miei fedeli lettori.


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