Scrittori si nasce o si diventa?

Si tratta di una domanda da un milione di dollari, su cui tutti continuano a sbattere la testa sopra da anni senza mai riuscire a trovare una risposta abbastanza soddisfacente: scrittori si nasce o scrittori si diventa? Esiste un gene particolare o comunque un qualcosa che renda fin dalla nascita destinati a diventare autori e a pubblicare libri?

Non è facile trovare una soluzione sempre valida a questo quesito, anche perché ho notato un fatto piuttosto bizzarro: chi è riuscito a pubblicare, chi si può ormai definire a tutti i diritti “scrittore”, sostiene di essere nato tale; viceversa, chi invece è ancora in fase di scrittura sostiene il contrario, cioè che scrittori si diventa. L’autrice Chiara Strazzulla, per esempio, dichiara in una presentazione del suo libro Gli eroi del crepuscolo che «scviveve non è una cosa che s’impava, è una cosa che ti viene: è come uno stavnuto, è come una visata, ti esce, pevché è lì; devi pigliave una penna e scviveve.»
Essendo io un’appartenente alla seconda categoria – quelli che non hanno pubblicato e che quindi “scrittori si diventa” –, il mio come al solito è un giudizio di parte, e non neutrale come dovrebbe essere; ma dopo avervi riflettuto a lungo penso di essere arrivata a una risposta che possa essere accettabile. Ovviamente, come al solito si tratta di un “secondo me”, che può essere condiviso o meno, ma spero comunque che vi troviate d’accordo con me.

Scrittori, dunque, si nasce o si diventa?
La teoria che ho elaborato (sto iniziando a parlare come uno scienziato che sta illustrando le sue sensazionali scoperte ai colleghi… aiuto, fermatemi!) non si sbilancia né da una parte né dall’altra, ma rimane più o meno stabile nel mezzo.
Mi spiego. Credo sia inutile negare che, tra i tanti scrittori che si trovano in libreria, alcuni di essi possiedano una marcia in più, un qualcosa, appunto, che ce li fa amare particolarmente. Una cosa del genere, per esempio, mi è capitata quando ho scoperto per caso Hyperversum di Cecilia Randall: mentre lo leggevo, provavo la sensazione che per la Randall scrivere fosse la cosa più naturale del mondo, proprio come uno starnuto o una risata. Lei riusciva a dare vita ai suoi personaggi facendoli sentire vivi e facendo sentire me come se stessi camminando, parlando o combattendo al loro fianco. Oppure, mi è successa la stessa cosa mentre leggevo Wingsworld, romanzo del giovane Francesco Ruccella, che nonostante fosse scritto da far venire le lacrime agli occhi mi dava l’impressione che l’autore possedesse una bravura innata nel narrare storie – sebbene, ripeto, per quanto riguarda lo stile quel libro fosse totalmente da buttare.
Questo qualcosa, signori miei, è il talento: la capacità di far emozionare, di “catturare” chi legge all’interno della storia, che magari possiede uno scrittore alle primissime armi con la licenza elementare che non sa nemmeno cosa siano le regole di grammatica, mentre chi ha passato la vita a studiare la lingua e la letteratura non riesce a raggiungere nemmeno con anni di esercizio. È questo il talento nello scrivere, ed è questo che rende certi testi più gradevoli di altri, e credo che sia anche questo che spinge certi autori a cominciare a scrivere già in giovane età, per poi continuare anche da adulti.
Il talento, purtroppo, non è una cosa che si può comprare o acquistare nel tempo: con il talento ci si nasce o non ci si nasce, e se lo si possiede bisogna solo ringraziare Dio o i vostri genitori (dipende se ci credete o no =] ) per avercelo regalato.

Ma a questo punto siamo arrivati a porci una domanda ancora più difficile: nascere con più o meno talento per la scrittura vuol dire nascere scrittori? Ed è qui che cominciano i guai, perché molti tendono a fare una grandissima confusione quando si parla di questo.
Dico subito come la penso, dunque: no, assolutamente no. Secondo me, non è affatto vero che il talento con cui si nasce basti da solo a rendere scrittore un “comune mortale”.
Come mai dico questo? Be’, per il semplice fatto che il talento nudo è crudo non insegna a scrivere: per chi ha talento sarà più facile, ma le regole necessarie per scrivere bene (abbastanza bene per essere considerati scrittori bravini) non le può insegnare nemmeno tutto il talento del mondo.
Vediamo un esempio sulla nostra cara Elisa Rosso: lei ha talento per la scrittura? Un pizzichino diciamo pure di sì, perché nonostante il suo libro sia un fallimento sotto tutti gli aspetti, nessuna 12enne priva di talento innato un bel giorno si metterebbe a scrivere un romanzo di punto in bianco, e in ogni caso il suo stile fin troppo semplice e diretto ha saputo farsi amare dalla quasi totalità della componente under 18 dei suoi lettori. Se fosse vero, però, che il talento per lo scrivere rendesse automaticamente scrittori, la sua innata predisposizione per la scrittura le avrebbe evitato anche tutti gli errori grossolani che ha commesso durante la stesura del Libro del Destino. Cosa che – basta leggere una pagina a caso del libro per accorgersene – non è successa.
Io stessa ho iniziato a scrivere a 13, ma, talento o no, per me imparare a scrivere non è stata affatto una cosa istintiva. Scrivere mi è venuto naturale fin dal primo momento, ma se adesso rileggo le mie prime storie mi viene seriamente da prendermi a sberle. E questo non perché fossero scritte male, ma perché erano zeppe di ingenuità mostruose e di tanti altri difetti.

Il problema del talento, infatti, è proprio questo: ti rende più facili le cose, ti dà una marcia in più, ma non ti insegna in automatico tutto ciò che c’è da sapere per scrivere bene. Nascere con talento, ahimè, non vuol dire “nascere imparato”, ed è questo che gran parte degli scrittori che si credono a posto solo perché “loro c’hanno il talento” proprio non vuole mettersi in testa.
Il talento insegna la grammatica? Insegna che mostrare una scena mentre si scrive è sempre meglio che limitarsi a raccontarla? Insegna a caratterizzare a dovere i personaggi di una storia? Insegna a usare uno stile diretto e mai pesante? Pare proprio di no, leggendo i libri di certi sedicenti esperti di talento, che avranno pure facilità nello scrivere, ma che poi scrivono lo stesso come marmocchi delle elementari (senza offesa per questi ultimi, ovviamente).

Un altro esempio che calza a pennello, essendo io tra le tante cose amante della musica classica, viene pensando a Mozart: credo che nessuno possa negare che un bambino di soli tre anni seduto alla tastiera abbia talento per la musica… eppure, i brani composti da bambino fanno sognare quanto quelli creati da adulto?
Ascoltate, per esempio questo minuetto composto a 5 anni (seppur con delle figurazioni davvero carine, puor moi) e una delle mie musiche preferite, la Marcia Turca, creata a più di 20.

Non notate una leggerissima differenza?
Se anche non foste esperti di musica classica, vi assicuro che non c’è nemmeno paragone tra le prime composizioni e le ultime. E perché succede questo? Semplice: un musicista di tre anni, così come uno scrittore di dieci, non può avere per forza di cose la stessa conoscenza di uno di venti o di trenta. Continuando a suonare, o a scrivere, per anni, si acquisiscono abilità che prima non si possedevano, si diventa più maturi, si acquista esperienza.
Oltre all’esperienza, naturalmente, servono delle regole, che deve insegnare qualcun altro, visto che il talento da solo non è in grado. Ed è questo che giustifica i corsi e i manuali di scrittura creativa: insegnano dei metodi di scrittura, suggeriscono tecniche e forniscono esempi, senza i quali non si può scrivere bene.

Tornando alla domanda che dà il titolo a questo articolo, dunque, scrittori non si nasce: si può nascere, come ho già detto, con più o meno talento, ma nascere con talento non vuol dire nascere scrittori; possedere doti innate non è condizione sufficiente per essere già buoni narratori. Una buona dose di talento può sempre essere d’aiuto, perché rende le cose più facili, ma un talento non coltivato con esperienza e con tecnica è un talento sprecato.

Per concludere, scrittori si può nascere? Sì, ma non nel senso che a volte ci ritroviamo con dei novelli Manzoni ancora nella culla, venuti al mondo già con la penna in mano: alcuni nascono con abilità innate, ma è sbagliato, solo perché si possiede talento, sentirsi già così bravi da non aver bisogno né di regole né di esperienza.
Quindi, tranquillizzatevi, cari scrittori ancora non pubblicati: c’è speranza anche per chi non ha particolari talenti, perché per fortuna le regole esistono per tutti, e non sono per quelli che “nascono” bravi. 😉

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16 responses to “Scrittori si nasce o si diventa?

  • Sandro Ditrento

    Ciao
    Come medico e modesto studioso della mente umana, forse posso dire una parola in più.
    Tieni conto che tutti noi siamo un impasto di varie cose, e in particolare
    A) i nostri geni, che ereditiamo col DNA dai nostri genitori
    B) l’educazione che riceviamo fin dai primi momenti di vita, e la cultura nella quale siamo immersi e dalla quale riceviamo, quasi per osmosi, idee, concetti, modi di essere e di percepire la realtá
    C) l’esperienza che ci formiamo vivendo ed interagendo costantemente con le cose e le persone.
    Non sono stati ancora individuati nel DNA geni per la scrittura; in compenso sono stati individuati i geni del senso artistico, quelli, per intenderci, che ci portano a “costruire” cose che hanno a che fare con l’arte, o meglio con ciò che è bello, sia esso pittura o musica o scrivere romanzi o testi scientifici comprensibili o statue e palazzi ed eseguire balletti su pattini a rotelle o qualsiasi altra cosa che abbia a che fare con la bellezza.
    E allora chi avrà questi geni particolarmente sviluppati, sentirà l’istinto di creare qualcosa, e ciò che creerà sarà determinato dall’educazione (non dimenticare che Mozart era figlio di un musicista) dalla cultura del suo tempo (Mozart non ha mai creato musica rock), e dall’esperienza, nonchè, come tu hai messo in evidenza, dallo studio della tecnica.
    Artisti si nasce, dunque, ma che poi si diventi pittori o scrittori o musicisti o… Niente del tutto, questo dipende da tutto il resto.

  • werehare

    Sono d’accordo… fino a un certo punto °u°
    Ovvero, quel che dici è giusto ma secondo me mancano da esaminare due punti fondamentali della questione, in più rispetto a quelli che hai trattato tu: l’editing e il lettore.
    Per quel che riguarda l’editing, credo che certe volte sia fondamentale nel definire lo stile e quindi la “facilità di scrittura” di cui tu parli: ho le mie buone ragioni per credere che il primo manoscritto di Elisa Rosso fosse molto meno scorrevole di quello che è poi finito in libreria (tra le righe la cosa si avverte bene), quindi lo stile apprezzato da molti e indice di talento potrebbe essere solo frutto di una limatura in fase di editing e non una capacità dell’autrice. Andrei con le pinze quindi nel definire il talento di qualcuno in base a una forma scritta che a conti fatti è assolutamente neutra e impersonale, e potrebbe essere una standardizzazione: infatti per quel che mi riguarda il talento di Elisa Rosso non l’ho ancora visto nemmanco col binocolo.
    Per quel che riguarda il lettore, credo che anche lui sia determinante nel percepire o meno del “talento” in ciò che legge: mi ricollego di nuovo agli esempi che hai fatto, in Hyperversum (terminato) e in Wingsworld (lo sto leggendo in questi giorni) io ad esempio non ho trovato una bravura particolare nel raccontare, anzi, né mi è parso che i personaggi della Randall fossero caratterizzati decentemente – potremmo discuterne se ti andrà di fare una recensione di uno dei due °U° Quindi, per tornare IT, la gradevolezza di una storia, la bravura nel raccontare o la forza di determinati temi sono secondo me criteri molto aleatori per definire il “talento”, perché possono essere percepiti in modo anche molto diverso da lettore a lettore. E’ difficile anche dare una definizione univoca di “bravura innata nel narrare storie”, quindi non è facile discuterne in modo approfondito. Se bisogna fare una discriminazione per definire il talento o meno secondo me è opportuno farla in base a criteri inequivocabilmente oggettivi, ad esempio la novità delle idee proposte o una brillantezza nello stile che possa essere quantificata in termini di mostrare non raccontare, assenza di spiegoni eccetera.
    Ok, ho finito con la tirata °,°

    • topolinamarta

      Tu giustamente ti poni una domanda fondamentale, alla quale nemmemo io credo che riuscirei a trovare una risposta: cos’è di preciso il talento? Non è facile rispondere, perché come hai detto tu ci sono troppe variabili in gioco: l’editing certamente ha avuto il suo peso nel caso del Libro del Destino (e, tra parentesi, non oso immaginare come fosse prima di essere editato), e soprattutto ciò che piace a me può non piacere a te. Nel caso di Wingsworld, più che altro ho percepito una sorta di “voglia matta” di scrivere da parte di Francesco Ruccella: non so se anche tu hai avuto questa impressione, ma a me è sembrato che l’autore trovasse davvero naturale esprimersi attarverso la scrittura (ho già in programma una recensione di questo libro, comunque). Ovviamente, non posso pretendere che tutti i lettori siano uguali e che apprezzino tutti gli stessi libri allo stesso modo, però hai ragione nel dire che non si può dire “Il tal scrittore ha talento, secondo me”, a meno che la motivazione non sia oggettiva al 100%… cosa non facile, se devo dire la verità.

  • Rowan

    Come dici tu la questione non è semplice, ma secondo me scrittori si nasce, per il semplice fatto che è una cosa che hai dentro da sempre, basta tirarla fuori. Che poi a scrivere si possa imparare/migliorare non c’è dubbio, ma penso che se nasci senza questa “cosa” dentro non ti verrà mai spontaneo scrivere..
    Non so, davvero ^^

    • topolinamarta

      Sì, ma nascere con questa “cosa” non vuol dire nascere scrittori. Il mio intento era smontare il luogo comune secondo il quale certi scrittori affermati sono convinti di essere nati già “imparati”, mentre nessuno nasce bravo: si può nascere predisposti, ma per diventare bravi il talento non è sufficiente.

  • werehare

    @ Marta: è vero che non è una cosa facile, nondimeno per me il talento è tale appunto perché va al di là della soggettività. Per quelo che riguarda Wingsworld, anche io ho percepito una voglia notevole di raccontare la storia ma mi ha ricordato molto il mio entusiasmo di decenne nei confronti dei temi a traccia libera: grande voglia di fare a livello puramente astratto e zero idea di come farlo, con un risultato francamente abborracciato e imbarazzante sotto ogni punto di vista. Non trovo che questo sia “naturalezza nell’esprimersi per iscritto” perché nei fatti non c’è né una trama né una forma scritta né null’altro di scorrevole o naturale, si vede bene che l’autore stesso non sa da che parte prendere e rimedia come può… ma attendo la tua recensione per un parere più approfondito °U° comunque credo che il talento emerga da un certo livello in su, cioè quando uno non sa neanche coniugare i verbi di una frase è molto difficile che riesca a far emergere il proprio talento perché non ne ha i mezzi.

    Per quel che riguarda quel che dice Rowan mi è venuto in mente l’esempio di Fuyumi Souryo, della quale si dice che abbia detto di dedicarsi ai manga senza alcuna passione, solo per lavoro; nondimeno Mars viene indicato come un capolavoro degli Shojo, e anche solo sotto il punto di vista dei disegni è meraviglioso. Credo che sia vero che non si arriva all’eccellenza senza talento, ma ci si può andare vicini.

    • topolinamarta

      grande voglia di fare a livello puramente astratto e zero idea di come farlo, con un risultato francamente abborracciato e imbarazzante sotto ogni punto di vista. Non trovo che questo sia “naturalezza nell’esprimersi per iscritto” perché nei fatti non c’è né una trama né una forma scritta né null’altro di scorrevole o naturale, si vede bene che l’autore stesso non sa da che parte prendere e rimedia come può

      È questo ciò che intendevo: l’autore sembra proprio tenere alla sua storia, ma come accade con molti primissimi tentativi di scrittura pensa che vada bene tutto purché riesca ad arrivarci in fondo, e il risultato è un’accozzaglia di idee sparse (che a mio parere sarebbero potute risultare buone, se trattate da uno scrittore più esperto e consapevole) descritte con uno stile semplicemente da vomito. Non a caso, Ruccella ha impiegato un mese a scriverlo e uno a rivederlo, poi l’ha pubblicato subito…

      • werehare

        Questa cosa del mese non la sapevo °___________° ma posso facilmente capirla… comunque dissento fino alla morte sul fatto che le idee siano buone, sono degne sì e no di un romanzo della Allibis °O° (ora puoi cacciarmi dal tuo maniero e hai ragione xD)

      • topolinamarta

        Mettiamola così: le idee avrebbero potuto (forse) trasformarsi (più o meno) un libro quantomeno (all’incirca) decente, se solo l’autore vi si fosse applicato un po’ (molto) di più. Insomma, io sono del parere che anche dall’idea più banale del mondo può saltar fuori un libro carino, a patto che sia scritto bene: anche Wingsworld sarebbe potuta diventare una storia decente, se a scriverlo fosse stata – che ne so – Bianca Pitzorno, ma con le capacità di Francesco Ruccella anche il Signore degli Anelli sarebbe risultato un raccontino per bambini scemi.
        Ah, dimenticavo: credo proprio che nella futura recensione che scriverò l'”amichevole” chiacchierata avvenuta qualche mese fa tra me e Francesco Ruccella via aNobii meriti una menzione speciale… Non sarà nei toni del Duello tra Lady Rosso e Princess, ma alcune convinzioni del nostro amico sono davvero meravigliose… ^^

  • werehare

    Uhu, attendo con ansia la rece allora *U*

  • Ritam

    Salve a tutti, volevo sottoscrivere appieno tutto quello che ha detto Marta, inoltre fare un paragone con il mondo del disegno (editoriale e commerciale per lo più, ma il discorso può spaziare anche in ambito più ampio), poiché più volte in blog come questo http://robadadisegnatori.blogspot.com/2011/07/talento-vs-tecnica-i-corsi-servono.html (che per inciso consiglio a chiunque, se già non lo conoscete) è stata sollevata una questione molto simile e non priva di polemiche, ovvero se i corsi, gli stage e le scuole di fumetto/disegno/illustrazione siano di qualche effettiva utilità o per disegnare basti puramente avere talento!
    Certo, nel contesto del disegno entra un po’ di più in gioco l’aspetto materiale e commerciale, in quanto i corsi e scuole sono quasi sempre a pagamento e vengono per lo più frequentati da persone che vogliono effettivamente fare del disegno un mestiere retribuito mentre forse (dico FORSE, correggetemi se sbaglio) gli aspiranti scrittori badano di più al vedere il loro libro pubblicato piuttosto che ai guadagni che ne trarranno, visto che saranno retribuiti in base alle vendite (giusto?)
    Comunque sia anche Morena, la moderatrice di Roba da Disegnatori, giunge ad una conclusione simile a quella di Marta, ovvero che col talento puro senza la tecnica, le basi dell’anatomia, la prospettiva e le tecniche di colorazione non si può pretendere di essere dei bravi illustratori o fumettisti, o per lo meno non in maniera davvero “completa”.
    Trovo che sia molto interessante vedere due discussioni di radice differente arrivare praticamente alla stessa conclusione! Mi piacerebbe sentire la vostra in proposito! Ciao a tutti!

  • profG

    Personalmente non sono così sicuro che esista davvero quella cosa che di solito chiamiamo talento, o, se esiste, è qualcosa di estremamente sfaccettato, tanto da essere quasi indefinibile. Forse saper inventare e raccontare storie è di per se un talento, ma quel che invidio in quelli che per me sono grandi scrittori (in questo contesto mi vengono in mente per esempio F. McCourt, S. King e J. London) non sono le storie ma la capacità di ipnotizzare il lettore indipendentemente dalla forza eventuale della storia narrata. Penso (eccone un altro) al racconto “teste in fermento” di A. Cechov, dove in pratica non succede niente, ma è un bellissimo racconto. Perchè certi autori scrivono così “bene”? E’ solo cultura ed esperienza o anche un diverso tipo di talento? Boh. Forse quest’abilità di narrare nasce, almeno in parte, dalla capacità di osservare e di ricordare, e magari di guardare alla vita e alle persone con un certo disincanto (o magari, proprio al contrario, sulla base di convinzioni granitiche e di un forte impegno sociale). Certo, nascere e crescere in una famiglia dove si parla in modo corretto e si leggono libri aiuta. L’infanzia è fondamentale: non credo che Tarzan, talento a parte, scriverebbe dei buoni romanzi.

  • Silverware

    Sono d’accordo con te, Marta: col talento ci si deve nascere, ma per diventare bravi si deve far pratica e studiare.
    Nessuno può dirlo con più cognizione di causa di me che come scrittore e artista faccio un mestiere che non mi è stato tramandato da nessun membro della mia famiglia. I miei genitori sono un contabile e un’impiegata, i miei nonni portavano il carbone e aggiustavano le biciclette. Per risalire a qualcuno che abbia mai preso un pennello in mano devo arrivare al mio bisnonno paterno che imbiancava le chiese, e da quel che ne so erano tutti poveri o comunque gente comune che non ha potuto studiare. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che avrei scelto una carriera da creativo. Se la creatività è racchiusa in un gene sono piuttosto sicuro di non possederlo! Nonostante questo sono riuscito a imparare un po’ di illustrazione da zero e ho sempre avuto un’affinità per la scrittura. Mi considero la dimostrazione vivente che uno può riuscire a fare qualunque cosa per cui senta di avere talento 😀

  • ardens

    Hai dimenticato la Forza Di Volontà perchè senza di quella il talento non servirà a niente. Mentre invece anche chi non ha talento puo diventare uno scrittore non eccelso ma godibile. Se uno possiede entrambe le doti buon per lui. Se uno non possiede nessuna delle due…sarà meglio che cambi mestiere…;-) Kiss
    Ardens

  • Topolinamarta: Scrittori si nasce o si diventa? | selviero's blog

    […] Questa è una di quelle volte, e ho deciso di riportare il suo articolo (vecchio di tre anni, lo so, ma certe cose non invecchiano mai davvero ) sul mio blog perché… perché è. Prima o poi sono sicura che avrei finito con l'affrontare anch'io l'argomento, perciò tanto vale lasciare la parola a qualcuno che mi ha anticipata; se volete potete considerarlo la premessa necessaria al mio articolo precedente, "Sulla scrittura in generale".  […]

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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