Recensione: Le rune del tempo (1^ parte)

Ben ritrovati a un nuovo appuntamento con il progetto “Libri in cambio di recensioni“. Oggi esprimerò il mio parere sul romanzo d’esordio di Jamila Bertero, ovvero Le rune del tempo.

Titolo: Le rune del tempo
Sottotitolo: I cinque regni per la salvezza d’Irlender
Autore: Jamila Bertero
Genere: fantasy medievale sulla scia di Licia Troisi
Editore: Sangel
Pagine: 278
Anno di pubblicazione: 2009
ISBN: 9788890427183
Prezzo: € 15,00
Formato: brossura
Valutazione:

Ringrazio l’autrice per avermelo spedito.

– 

Da aNobii-dipendente, non mi è capitato di rado di trovare un libro di un esordiente che tutti o quasi giudicassero magnifico, ma che poi, andandolo a leggere, si rivelasse molto meno bello del previsto, o addirittura un’autentica delusione. Speravo che Le rune del tempo facesse eccezione, una volta tanto, e invece, purtroppo, non è stato così. E quando dico questo, ahimé, non mi limito a considerare il mio giudizio personale, perché credo di avere materiale a sufficienza per dire, quasi senza ombra di dubbio, che Le Rune del Tempo è un libro scadente, che in pratica è esattamente il contrario di come i più me l’hanno descritto.

Cominciamo questa recensione riportando la quarta di copertina, in modo che anche chi non ne ha mai sentito parlare possa farsene un’idea:

Anno di Luce 1200. Irlender non era mai stato così in pericolo come da quando Re Gourler era salito al potere.
Era giunto il momento che il casato della Rosa Blu partisse alla volta di Xarmar, nelle Terre del Nord, per fermare la sua avanzata. Ad Elorim, nelle Terre di Silivren, del Bianco Bagliore, la principessa Celsien si trovava a dover governare il regno senza alcun aiuto. Celsien si renderà ben presto conto che dovrà andare in aiuto all’esercito di suo padre, Re Thalon, per cercare di sconfigge il nemico. Nel suo viaggio verso Nord incontrerà amici inattesi, una sorella, perduta quando era troppo piccola per ricordare, e …forse anche l’amore. L’Arcimaga Silme le confesserà il potere racchiuso nelle Rune del Tempo, i magici bracciali detentori della straordinaria energia dello scorrere del tempo, nel suo imperturbabile cammino.
Il destino di Irlender sarà nelle mani di Celsien, la Profezia sta per avverarsi …Il sangue del malvagio, salverà l’amore.
Non si può più attendere …le Rune del Tempo stanno per trasfigurarsi.

Già la trama di per sè ci fa capire che Le rune del tempo non brilla per originalità: i cliché del sovrano oppressore, della principessa che deve provvedere da sola al regno, della sorella perduta, del viaggio periglioso, della profezia e degli oggetti magici si fanno sentire. Sempre le stesse carte che si mescolano, sempre la stessa partita che si gioca. E alla lunga questo stanca, soprattutto nel nostro panorama di letteratura fantasy, dove ogni settimana o quasi esce un nuovo libro che prende spunto (un modo gentile per dire che scopiazza) da altri fantasy già esistenti. Ma l’originalità di una quarta di copertina in sè non è poi così importante: ho letto molti libri che si basavano su idee nient’affatto originali, ma che si sono rivelati dei buoni libri sotto altri punti di vista, per esempio della qualità dello stile. Con Le Rune del Tempo, però, non succede nemmeno questo.

Ma prima di analizzare la storia in sè, diamo un’occhiata come al solito all’aspetto del libro, in particolare all’onnipresente cartina del territorio:


Perdonate la bassa qualità dell’immagine, ma sappiate che questo è il primo problema della suddetta mappa fantasy: è tremendamente piccola. Certi nomi non riesco a leggerli nemmeno io nell’originale, quindi figuratevi in questa foto che ho scattato di persona, non avendola trovata su internet.
In ogni caso, la piccolezza non è l’unico difetto di questa cartina: come avrete notato, infatti, sembra un sacco tirata via, approssimativa. A parte tre città, un fiume, un lago e gruppi sparsi di montagne, c’è il nulla assoluto. E voi capite che definire realistica una mappa del genere è molto difficile: nella realtà il “nulla” non c’è, e penso che non occorra un genio per disegnare una cartina più dettagliata e soprattutto realistica. E se è davvero così difficile, tanto vale non metterla proprio.

In ogni caso, veniamo al vero punto debole di Le rune del vento, che non è la cartina e nemmeno l’originalità della storia, bensì lo stile con cui la storia è stata scritta. Quindi sì, sorvoliamo sia sulla sviolinata prefazione che troviamo all’inizio del libro (“Un romanzo senza confini, che batte tutte le barriere precostruite del mondo reale. […] Un prezioso elemento che ammalierà gli amanti del fantasy e che non potrà mancare nella libreria di casa.”), sia sul prologo che molto prologo non è, perché suona come un tentativo (non troppo riuscito, puor moi) dell’autrice di mettere in poesia il messaggio della sua storia.
Sorvoliamo e passiamo al romanzo vero e proprio.

Un minestrone di infodump, PoV salterini e difetti vari

Si parte come al solito con un estratto direttamente dagli Annali di Irlender, Historia Regni (non ci è dato sapere da dove abbiano imparato il latino, però), che ci racconta qualcosa di questa terra di Irlender. Tutto bene? Per niente, perché – come al solito, aggiungerei – si tratta della classica introduzione raccontata e zeppa di inforigurgiti, ovvero della trovata che utilizzano spesso gli scrittori pigri per non dover sprecare energie per mostrare tutto. E in questo caso, lo Show, don’t tell avrebbe risparmiato ai lettori un capitolo inutilmente noioso. Un esempio? Ditemi se un incipit del genere non fa pensare a un (palloso) trattato di storia, piuttosto che a un romanzo:

Era l’anno di Luce 1200 nel Mondo d’Irlender. Da Quattrocento anni ormai ad Elorim, nelle Terre di Silivren, come in elfico venivano definite le Terre del Bianco Bagliore, si alternavano sovrani lungimiranti, che avevano saputo far prosperare i propri possedimenti, rendendo le terre rigogliose e le genti serene.

Finito il trattato storico, comincia la storia vera e propria, e qui le cose non vanno meglio:

Erano le prime luci di un freddo mattino d’Irlender, nelle Terre di Silivren, quando mi svegliai di soprassalto, madida di sudore, con la mente che ritornava alla realtà, dopo un lungo va gare in un inconscio oscuro e pieno di strani presagi. Mi ero appena accinta a prepararmi con l’abito delle feste, per il Sabato delle Querce, quando Dorotea, la mia balia, venne a chiamarmi.
– Celsien, sbrigati! La colazione è pronta e tuo padre vuole parlarti.
– Arrivo, balia, arrivo – risposi, indaffarata a chiudere l’ingombrante corsetto di fili intrecciati con le ghiere d’acciaio, a guisa di scudo. Ero solita indossare da sola gli abiti, senza l’ausilio di un’ancella, perché non sentivo il bisogno di dover essere servita, come tante donne, invece, trovavano indispensabile.

Solo io noto tutta una serie di problemi?
• Dopo ben due pagine di trattato storico, serve ancora spiegare che Irlender è nelle terre di Silivren?
• La prima frase è così piena di incisi e di altre frasi subordinate che risulta veramente pesante. E questo non è proprio un bene per un incipit.
• Posto che “mi ero appena accinta” è raccontato, non si alza nemmeno dal letto per vestirsi? Come fa, si sveglia all’improvviso e puff!, è già bella che vestita?
• Come mai la balia le dà del tu e la chiama per nome e non “mia signora”, “mia principessa” o un’altra variante, essendo chiaramente di rango inferiore a lei? E Celsien, che a quanto pare vive con la balia da una vita (se è la sua balia, l’ha anche allattata), come mai la chiama ancora “balia”?
• Anche l’ultima frase è palesemente raccontata, e inoltre risulta illogica per un verso, controproducente per un altro. Illogica perché mi sa molto strano che una principessa non sopporti di lasciarsi aiutare a vestirsi; controproducente perché fa sembrare Celsien davvero antipatica, che non è una bene per una protagonista: anche se forse non in modo intenzionale, si vanta di essere capace di vestirsi da sola, come se chi si facesse aiutare fosse in automatico una ragazza civettuola e snob. E questa non l’ha resa certo simpatica ai miei occhi.

Insomma, non male per un incipit, considerato che non è nemmeno una pagina intera. In quella successiva, infatti, troviamo:

Il manto bianco, ormai, stava stasciando il posto a soffici e verdi prati erbosi

Voi l’avreste detto che un prato è verde e addirittura erboso? Io non ci sarei mai arrivata, davvero!
E poco più avanti:

– Buongiorno padre mio, volevate vedermi?
– Sì, Celsien – ribadì lui

Riporto dal dizionario di italiano:
Ribadire: ripetere diverse volte idee, concetti e sim., per farli entrare bene in testa.
Il che implica che usare il verbo “ribadire” al posto di “rispose” non è proprio la scelta migliore che si possa fare…

Un verde prato erboso.

Si prosegue con un gran numero di frasi raccontate e dei soliti inforigurgiti, ma non solo: qui troviamo addirittura il cosiddetto “As you know, Bob”, ovvero un must che non può assolutamente mancare. E Le rune del tempo ne è pieno.
Ecco alcuni esempi presi sempre dal primo capitolo:

Lasciandomi un sorriso compiaciuto, proruppe:
– …e sei anche un ottimo guerriero. Nonostante io abbia cercato in tutti i modi di dissuaderti dal prendere in mano le armi, tu da bambina giocavi con le spade, anziché con le bambole. Il tuo posto preferito era la fresca solitudine del bosco, dove ti allenavi a tirare con l’arco e le frecce erano tue fedeli compagne. […] Quanto tempo è passato da quando, all’età di cinque anni, durante la Luna d’Inverno, prendesti in mano per la prima volta l’arco, che io stesso ti regalai?
– Ricordo, Padre – dissi confusa con gli occhi sognanti rivolti in l’alto […] – era enorme e lucente, con una rosa intarsiata. Le sue irte spine disposte tutt’intorno all’impugnatura d’oro, circondavano la mano di chi ne prendeva possesso. La corda che lo tendeva era di un materiale nobile, che sapeva solcare l’aria con il sibilo leggero di un alito di vento. Mi divertivo a passare le mie giornate a tirare con l’arco alle cascate di Tornavento, per poi rincasare passando attraverso i campi assolati di Anaslund, vicino al grande cerchio di Pietre di Mellun, nella foresta degli Elfi volanti.

Sorvolando sul disgustoso cliché della bambina che fin da piccola preferisce spade e archi alle bambole (un incrocio tra Nihal ed Eynis, in poche parole), trovo poco felici anche trovate del genere: dialoghi così sono tutt’altro che realistici, perché è illogico che un essere umano parli in questo modo. Chi parlerebbe a distanza di anni della propria bicicletta in termini come: “La candida catena perfettamente oliata e le nobili ruote gonfie al punto giusto mi conducevano per quieti sentieri e magici boschi fatati, popolati da simpatici cerbiatti e vivaci scoiattoli rossi”, a meno che non sia in vena poetica (cosa che Celsien al momento NON è)?
Si tratta come al solito della pensata tipica dello scrittore pigro, che utilizza i dialoghi per fornire al lettore informazioni che mostrare sarebbe troppo faticoso per un risultato piuttosto patetico, se devo dire la verità.
Questo scambio di dialoghi, inoltre, ha anche un altro problema (oltre a “in l’alto” e all’onnipresente virgola tra soggetto e verbo), che nella citazione ho segnato in blu: se il punto di vista è all’interno di Celsien (cosa ovvia, dato che parla in prima persona), come caspita fa a vedere dall’esterno i suoi occhi e a giudicare che sono sognanti? Che siano rivolti verso l’alto ci può stare, ma dovrebbe essere suo padre a dire che ha uno sguardo sognante. E sappiate che questo è soltanto il primo dei tanti errori di PoV che ho trovato, e non è nemmeno il più grave!

La candida catena perfettamente oliata e le nobili ruote gonfie al punto giusto mi conducevano per quieti sentieri e magici boschi fatati…

Fateci tranquillamente l’abitudine, perché nelle Rune del tempo questa è più la regola che l’eccezione: quando gli fa comodo, il narratore cambia PoV senza tanti complimenti, nel migliore dei casi piazzando un capitolo o due con su scritto “Dal diario di Andrew” o “Dagli annali di Irlender” (del tutto fuori luogo), o addirittura infilandosi nella testa degli altri personaggi come se niente fosse. Un errore piuttosto grave, per quanto mi riguarda.

Stesso discorso vale per il “Divenni scura in volto” di pag. 23 (Celsien non si può vedere diventare scura in volto), e per un’altra frase che troviamo più avanti, a pagina 224:

Mi misi a sedere con il volto ceruleo e spaventato, gli occhi sbarrati e i lunghi capelli che m’incorniciavano il viso e ricadevano sciolti lungo le spalle.

Prima di tutto, come sempre, Celsien non può in alcun modo vedere il proprio viso e i propri occhi. Inoltre, trovo che questo modo di auto-descriversi non sia proprio un granché.

Ma più avanti le cose peggiorano ancora. Per esempio, in parecchi punti Celsien inizia di punto in bianco a riportare tali e quali i pensieri degli altri personaggi, come ad esempio a pag 53:

[Celsien entra in una locanda e scambia alcune parole con la locandiera.]
Ha uno strano modo di comportarsi e un modo di parlare molto raffinato rispetto alla gente del paese e delle campagne circostanti, pensò d’un tratto la cameriera, che conosceva bene tutti a Sertin.
Mi parla in tono famigliare, quasi mi conoscesse, ma certamente è solo un’impressione e dire che ho fatto attenzione a non avere gioielli in evidenza, pensavo

Sorvolando sulla punteggiatura sbagliata e sui soliti infodump e frasi raccontate… mi spiegate come fa Celsien a riferire i pensieri della locandiera, tra l’altro ritornando immediatamente all’interno dei suoi?

Il meglio, però, deve ancora venire, perché dopo un po’ avviene il massimo: Celsien più di una volta sviene e continua a raccontare le scene come se fosse sveglissima. A pag. 87, per esempio:

[…] per poi ritrovarsi il mio corpo svenuto tra le braccia. [Andrew] Mi adagiò dolcemente sull’erba, nell’incavo delle radici di una quercia, che si trovava a pochi passi da noi. Scostandomi i capelli dal viso, si soffermò a fissarmi.
…È così bella… pensò Andrew …esile e indifesa, con i lunghi capelli ramati, che le ricadono lungo le spalle con ciocche ribelli. Dai lineamenti del suo volto traspare la nobiltà del suo animo.

Coerenza del PoV? Bye bye… Ah, e non dimentichiamoci i soliti “As you know, Bob” (d’ora in poi AYKB) e inforigurgiti a manetta e la solita punteggiatura bislacca.

O ancora, a pagina 251:

Gail e Parsel furono i primi a riprendere conoscenza.

Vi ricordo che ci troviamo ancora nella testa di Celsien. Detto questo, come fa la nostra protagonista, dato che è ancora svenuta, a dirci che tizio e caio sono stati i primi a riprendersi?

Non è finita qui, però: eccovi altri due begli esempi di raccontato:

Re Thalon era sempre stato agli occhi di tutti un uomo forte e deciso. Il suo fiero vigore trapelava da quel suo passo sicuro e dal portamento tipico del generale militare. Da giovane doveva essere un soldato dal fascino carismatico. Anche ora che gli anni avevano colorato di fili d’argento i suoi capelli, l’animo del combattente covava sotto le sembianze di un bonario e anziano re. (pag. 23)

Alisea era una donna alta e slanciata, da poco aveva compiuto i suoi ventidue inverni. La luminosità del suo viso lasciava scorgere l’indole pacifica, seppur resa forte e indomabile da una razionalità innata e un temperamento ostinato. Nonostante si mostrasse a tutti come una persona molto aperta e solare, in realtà era schiva e riservata. (continua per un’altra pagina buona con lo stesso tono da lista della spesa) [pag. 179]

… e un altro po’ di AYKB:

– C’è una minaccia che incombe sul nostro regno. È giunta ieri notizia, dal cavaliere della contea di Wizamy, che le Terre Lontane, donateci dai nostri antenati affinchè le preservassimo nel tempo, sono state conquistate dai guerrieri Altem, i mezz’uomini – disse [Re Thalon] in tono severo.

Ma Le rune del tempo non si limitano agli AYKB: si sono addirittura inventate un nuovo genere di inforigurgito, ovvero l’”As you think, Bob”, “Come tu pensi, Bob”. Anche di questa novità, Le rune del tempo è pieno zeppo: ogni due per tre ci ritroviamo con dei personaggi che pensano in un modo che non sta né in cielo né in terra. Ecco subito alcuni esempi:

Alis, così si chiamava la locandiera che mi stava offrendo ospitalità, si rese conto di aver sentito pronunciare parole che aveva udito solo un’altra volta prima di allora, quando era ancora una bambina. (pag. 54 – anche qui: 1) Come fa a sapere come si chiama, visto che lei non gliel’ha mai detto? 2) Come può Celsien riportare i pensieri della locandiera?)

[…] non posso privarmene, e ciò che di più caro mi resta di mia madre, fu lei a donarmelo (pag. 69)

È davvero intrigante e misterioso, pensò Alisea. Non mi era mai capitato prima d’ora di rimanere così estasiata ad ascoltare il suono della voce di qualcuno, come se fosse il canto di un usignolo, perdendomi tra le sue parole, come in un labirinto di voci, che sa cullare e dar conforto. (pag. 177)

è proprio vedendo la passione che muove questi ragazzi, che capisco che non posso arrendermi. Non posso smettere di combattere questa guerra, per la pace in cui, nonostante tutte le avversità continuo a credere. È per tutto quello che sta nascosto nei loro cuori puri e limpidi, che non posso esimermi dal dare loro un futuro, una speranza a cui aggrapparsi. Solo così possono intraprendere il loro viaggio e fare loro la mia battaglia, continuando a lottare quando saranno cresciuti e avranno compreso la loro strada. (pag. 200)

Cioè, spiegatemi, chi è che pensa in questo modo? È come l’esempio sulla bicicletta che ho fatto poco fa… Chi si metterebbe a pensare in modo così complicato? In circostante normali, nessuno, ed ecco perché mi sembrano pensieri così poco realistici.

~ ~ ~

Continua a leggere la seconda parte della recensione.

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5 responses to “Recensione: Le rune del tempo (1^ parte)

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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