Sull’editoria a pagamento III – Un autore dice la sua (1^ parte)

Quello che vorrei proporvi oggi è l’articolo scritto da un autore che ha pubblicato il suo primo romanzo con una casa editrice a pagamento e che mi ha chiesto di pubblicare qui sul blog quel che pensa riguardo al fenomeno dell’EAP. Naturalmente ho accettato: spesso quando si parla di editori a pagamento, molti parlano per sentito dire, senza tuttavia aver sperimentato la questione sulla propria pelle, perciò ritengo che sia interessante anche conoscere l’opinione di chi fa parte direttamente di questo fenomeno. Quindi buona lettura, e spero che vi piaccia.

Editoria a pagamento (1^ parte)

Ho pubblicato un libro con uno dei cosiddetti EAP, ovvero editori a pagamento. La cifra domandatami per la pubblicazione è stata di molto superiore a quella media richiesta; inoltre le copie vendute, dopo circa sette mesi dalla pubblicazione, sono davvero poche. Ciononostante, ritengo che nel mio caso accettare di pubblicare a pagamento sia stata una scelta molto meno sciagurata che in tanti altri casi, dal momento che il mio libro è un romanzo sui generis, e quindi ben poco commerciale. Pertanto, se tornassi indietro, opterei per un’autopubblicazione, conscio che nessun editore free – ossia che non chiede soldi all’autore – accetterebbe di pubblicarlo (anche se non ne ho la certezza assoluta, non avendoglielo mai inviato).

Ci son generi di libri per i quali è praticamente impossibile trovare un editore che non pretenda soldi per pubblicare, anche se c’è sempre l’eccezione che conferma la regola. Molti hanno un mercato alquanto risicato, come per esempio le biografie e le autobiografie di personaggi poco noti, le raccolte di poesie e i testi universitari  che per la loro tipologia non possono essere usati  come libri scolastici (anche se per questi ultimi si parla di editoria sostenuta e non genericamente di editoria a pagamento, visto che il contributo in genere non viene dall’autore, bensì da vari enti).

Rimembro che all’università un professore di geografia ci raccontò questo: se durante un esame un alunno dimostrava di non avere una buona preparazione, lui gli chiedeva se avesse studiato, e se lui rispondeva di non aver studiato molto lo bocciava immantinente, dicendogli: «Ma se me lo dici tu che non hai studiato tanto, io perché ti debbo promuovere?!». Poi ci disse: «Non si dice mai “Io non ho studiato tanto”, e questo non vale solo per geografia, ma per tutte le materie. Non siate così stupidi da darvi la zappa sul piede da soli!».
Vorrei ora ricordarvi la figura del sottufficiale di Polizia Nicola Giraldi, interpretato da Thomas Milian in una famosa serie di film. Nella finzione cinematografica emerge che in passato stava dall’altra parte della barricata, ossia che era un ladro. È verosimile questo personaggio? Molti di voi sosterranno di no: a causa dei precedenti penali non sarebbe potuto entrare nelle forze dell’ordine. Io invece dico di sì, perché se qualcuno commette dei crimini ma non ne viene mai riconosciuto colpevole si ritrova con la fedina penale pulita (quindi non vedo proprio cosa gli impedisca in tal caso di entrare in Polizia).
Quando un libro è pubblicato a pagamento, è come se uno studente sotto esame dicesse di non aver studiato molto: distributori, librai e lettori, infatti, ritengono che l’opera sia stata pubblicata perché l’autore ha pagato e non perché fosse valida. Quindi il testo viene snobbato un po’ da tutti ed è praticamente impossibile che abbia successo. È vero che anche Italo Svevo e Alberto Moravia hanno pubblicato a pagamento i loro romanzi d’esordio e poi son divenuti scrittori famosi, ma erano altri tempi e ogni paragone con loro è anacronistico e demagogico. Oggi basta inserire su Internet in un motore di ricerca il nome della casa editrice del libro e si scopre subito se questo è stato pubblicato a pagamento. Quando Moravia ha pubblicato Gli indifferenti, chi oltre a lui, al padre che gli ha dato i soldi e all’editore sapeva che aveva pagato per pubblicare? Credo proprio che lo sapessero in pochi, e all’epoca non c’era certo Internet. La notizia è divenuta di pubblico dominio solo quando lui era già famoso, quindi è un po’ come un ex ladro che, se non è mai riconosciuto colpevole dei suoi crimini, può anche nella realtà divenire poliziotto, come Nicola Giraldi detto “Er Monnezza‟ nella finzione cinematografica. Ovviamente, però, se il ladro viene processato e condannato non può fare il poliziotto.  Può apparire fuori luogo l’accostamento di chi pubblica a pagamento, che così facendo non commette un’azione illegale, con la figura del ladro.
C’è però un’analogia: oggi che esiste Internet, differentemente da quando è uscito il primo romanzo di Moravia, se si manda a una casa editrice free un manoscritto inserendo nel curriculum vitae un libro pubblicato con un EAP, molto probabilmente si verrà considerati alla stregua di un pregiudicato che vuole entrare nelle forze dell’ordine, e come in tal caso la domanda verrà subito respinta: in pratica scarteranno il testo senza leggerne neanche un rigo.

Alcuni editori a pagamento sostengono che pagare l’editore sia l’unico modo che ha un esordiente per essere pubblicato. Molti probabilmente ritengono che se il libro è valido, qualsiasi sia il genere al quale esso appartiene, si può trovare un editore che non chieda soldi per pubblicarlo. Io non condivido nessuno dei due punti di vista.
Pur credendo che in tal caso forse sia meglio rivolgersi a un book on demand, non penso proprio che ci sarebbero molte possibilità di pubblicare un libro – quand’anche  fosse eccelso – con una casa editrice che non chieda un contributo economico, se questo appartenesse ai generi che ho citato all’inizio di questo articolo.
L’autobiografia di un personaggio pubblico è molto gradita agli editori, che, qualora questi avesse poca confidenza con la penna, sarebbero ben lieti di pagargli anche i ghost-writer.
Ovviamente, in virtù della  sua notorietà,  il libro sarebbe comunque molto commerciale. Ma l’autobiografia di uno sconosciuto è uno dei testi più invisi agli editori, perché lo è anche al pubblico. Di fronte a un libro del genere quasi tutti pensano: “Questo chi si crede di essere per ritenere che interessi agli altri la storia della sua vita?”.
Ho sentito un editore free dire esplicitamente a coloro che pensano che la propria vita sia stata così movimentata e avvincente da poterci  scrivere addirittura un romanzo di astenersi dal farlo. O in alternativa di scriverlo ma poi di autopubblicarlo, facendone stampare solo un numero di copie sufficiente per parenti e amici, in quanto solo a loro può interessare.
Son ben poco apprezzate anche le biografie di personaggi poco noti. Marta ha letto la biografia di un tenore che una mia amica ha autopubblicato, dopo aver rifiutato la proposta di una casa editrice che pubblica solo libri sulla musica che le aveva chiesto un’ingente somma di denaro. Non perché lo dica io, ma per ammissione della stessa Marta, è un libro interessante e ben scritto. Per come la vedo io, però, è ovvio che la casa editrice le abbia chiesto i soldi per pubblicarlo: si tratta della biografia di un cantante lirico del XIX secolo, che ha sì avuto un grande successo a livello internazionale – come dimostrato da una ricca documentazione che nel libro compare – ma si è ritirato dalle scene pochi anni prima della comparsa dei primi grammofoni, non venendo perciò registrato.
Ovviamente la storia di un tenore non registrato non è molto appetibile neppure per i melomani, in quanto è un artista la cui arte è andata totalmente perduta. Insomma, anche in tal caso le copie del libro che si ipotizza di vendere son poche e l’editore non investe.

Possiamo fare un discorso analogo con le opere in versi.  Hanno un mercato veramente molto esiguo. C’è chi non ha mai letto una silloge poetica in vita sua anche tra coloro che son accaniti lettori di romanzi, e ben disposti a leggere libri di narrativa di qualsiasi genere. In Italia dopo D’Annunzio con la poesia non si è più arricchito nessuno, e anche i poeti più noti per vivere hanno fatto altri lavori, a volte sempre collocabili nell’ambito letterario e altre no (un’eccezione è rappresentata da Alda Merini, ma ha vissuto in condizioni di notevole indigenza, mantenuta dai due mariti che ha avuto e dai servizi sociali del comune, per non parlare degli anni che ha trascorso in manicomio durante i quali non aveva bisogno di soldi per mangiare). Anche le raccolte poetiche dei poeti più noti come Maria Luisa Spaziani si vendono con estrema difficoltà, figuriamoci quelle di un autore esordiente! Sul blog Writer’s Dream ci son editori free che pubblicano poesie, ma son pochi, e penso che sia difficilissimo pubblicare con loro; inoltre, anche se ci si riuscisse, il successo sarebbe tutt’altro che assicurato.

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6 responses to “Sull’editoria a pagamento III – Un autore dice la sua (1^ parte)

  • gambero83

    C’ è ben poco da dire ormai: pubblicazione a pagamento = merda. Autopubblicazione = 20 copie vendute. Pubblicazione con grandi case editrici = impossibile se non con raccomandazione o per via del proprio passato da velina o calciatore. Tutto questo, ambientato in Italia, vuol dire una cosa sola: cambiamo hobby xD

  • Ossimoro

    L’intervento è molto interessante, ma per ora c’è solo il preambolo. Sono in attesa della seconda parte per sentire dove andrà a parare 🙂

  • RobyGranger

    Il problema principale dell’editoria italiana è che ci sono più scrittori che lettori, e più case editrici (a pagamento, free, grandi, piccole, medie…) che scrittori.
    Ora, sinceramente, preferirei che scrivere un libro sia una cosa da elite, che pochi possano permettersi. E invece tutti ci improvvisiamo scrittori senza esserlo, scriviamo schifezze e le vere opere d’arte passano in secondo piano, soffocate dalle schifezze. E non sono solo gli esordienti a scrivere schifezze, il bello (o brutto?) è che il più delle volte sono i grandi scrittori a scrivere schifezze, perchè diventano come un computer che deve produrre un tot di file all’anno. Ma l’arte mica si può “commissionare” così! Se non sei ispirato, se non hai una grande idea, è inutile che ti metti a scrivere, quella carta sarà buona solo ad accendere il fuoco! Quindi che cosa si dovrebbe fare? Innanzitutto fare una bella ripulita da case editrici, la piaga di tutta questa storia. Poi prendere pochi editori e insegnargli che un libro si pubblica perchè è bello e non perchè così possono prendersi almeno 500 euro come contributo; devono capire che un libro per essere pubblicato non deve solo avere una storia interessante, ma deve anche essere scritto in italiano, seguire le regole d’oro e basilari della narrativa e infine, solo alla fine!, essere commerciabile. Dopo di chè, possiamo far capire che pubblicare un libro non è cosa da tutti, e che solo i migliori possono incominciare (non dico andare avanti, siamo già in quella fase).
    Utopia.

    • topolinamarta

      Hai proprio ragione, Roberta: di sicuro il fatto che nel nostro paese tutti vogliano scrivere libri (non scrivere e basta, scrivere per pubblicare; ergo, per sentirsi dire che si è bravi) incide molto sulla qualità generale dei titoli che si trovano in commercio. Per garantire il successo solo a chi se lo merita bisognerebbe che le case editrici pubblicassero davvero solo i manoscritti buoni… ma si sa, questo, almeno al momento, è impossibile… 😦

  • Lavoisier

    oh buone feste nèh!

  • L’EAP, un virus molto contagioso « PUB

    […] d’inchiostro propone la prima parte dell’articolo scritto da un giovane autore sulla sempre più imperante EAP. Vissuto in prima persona, il fenomeno dell’editoria a pagamento sembra essere l’unica […]

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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