Recensione: d.flies

18 gennaio. Un freddo polare. Dita completamente congelate.
Sebbene scrivere alla tastiera in questo stato – nonostante i guantini senza dita – sia un’impresa epocale, non sarà certo il freddo a fermarmi. Il progetto, perciò, va avanti: oggi tocca al romanzo di Diletta Fabiani, d.flies.

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Titolo: d.flies
Autore: Diletta Fabiani
Genere:  narrativa, musica
Editore:  Lulu
Collana: narrativa
Pagine: 178
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: €11,00-13,50 (eBook scaricabile gratuitamente su Lulu)
Formato: copertina morbida
Valutazione: 

Lo trovi su: Ilmiolibro.it, Lulu, aNobii, Facebook, sito dell’autrice, booktrailer

Grazie all’autrice per avermelo inviato in formato eBook.

Le cose non sono più state le stesse da quando June è morto. Il gruppo si è sciolto ed Airon si è ritirato nella sua casa in riva al mare, a condurre una vita fatta di giornate vuote e notti ripetitive. Finché una sera non incontra in un locale Ken Taira, un giovane cantante che gira il mondo con la sua chitarra. Chi è? Perché assomiglia così tanto a June? E che cambiamenti può portare questo incontro nella vita di Airon?

Prima di cominciare questo romanzo, ma dopo aver letto la trama e aver constatato che non avrebbe potuto essere più distante dai miei gusti (parliamo di rock giapponese, di cui – non scherzo – ho scoperto l’esistenza giusto qualche giorno fa), il mio timore era quello di trovarmi immersa in un mondo per me assolutamente incomprensibile, magari pieno di termini tecnici sul rock e di riferimenti che non sarei mai e poi mai stata in grado di cogliere… e invece non è successo nulla di tutto questo; anzi, oserei dire l’esatto contrario.
Cioè, a dire la verità, come ho potuto verificare oggi mentre visitavo la pagina dedicata a d.flies sul blog di Diletta Fabiani, i riferimenti c’erano eccome, ma erano evidentemente così bene amalgamati col resto della storia che la lettura è scivolata via come se niente fosse.
Nonostante, dunque, ci troviamo con un racconto che parla di giovani bande di rockettari – che si dà il caso viaggino in una corsia parallela alla mia – posso garantirvi che rimane una delle storia più interessanti e coinvolgenti che abbia mai letto.

Ma partiamo dal principio: di che parla d.flies? Il riassunto che ho riportato poco fa ne svela in parte la trama, ma so che non vi dispiacerà sapere qualcosa di più.
Detto in poche parole, incontriamo cinque ragazzi – Airon, June, Sada, Rendy e Nun – che amano a tal punto la musica che hanno deciso di formare una rock band: se prima la loro esistenza, tra concerti, tournée e fan adoranti, era perfetta, tutto precipita quando June abbandona la festa a cui stava partecipando insieme agli amici e, completamente ubriaco, prende la moto e se ne va, restando vittima di un incidente che si porta via la sua vita. Gli altri membri della band, soprattutto Airon, che è quello che con June aveva il rapporto più intimo, faticano a superare il brutto momento, e passato lo shock prendono strade diverse. Ma un giorno Airon, mentre si trova in un locale dove spesso si esibiscono musicisti esordienti, conosce Ken Taira, che non solo assomiglia a June nel comportamento e nei gesti, ma dice addirittura di aver composto alcune canzoni che June aveva scritto per sé e mai divulgate. Questo mistero getta parecchio scompiglio nell’ex-gruppo: possibile – si domanda Airon – che Ken sia una specie di reincarnazione di June?

Quel che mi ha colpito maggiormente in d.flies è stata di sicuro l’abilità dell’autrice di permeare le sue pagine di emozioni:  la passione per la musica, il dolore causato dalla perdita e l’impotenza di fronte alla morte, la tenacia a voler andare avanti anche quando sembra che tutto stia crollando, la forza dell’amicizia che è in grado di superare qualsiasi ostacolo… tutte queste emozioni sono talmente evidenti da essere quasi palpabili. Questo, naturalmente, non sarebbe stato possibile senza una caratterizzazione dei personaggi progettata a puntino, cosa che a Diletta Fabiani sembra essere riuscita quasi alla perfezione: tutti mi sembravano talmente ben congegnati da apparire reali.
Non essere catturati dal fascino di Airon, poi, penso sia impossibile: il fatto che sia lui a narrare la storia in prima persona mi ha permesso di conoscerlo bene, ma al contempo mi ha dato l’impressione che ci fosse in lui una fetta nascosta di cui si sa poco o nulla e che gli conferisce un’aura di misterioso carisma. Il risultato di questo, dunque, è un personaggio irresistibile, per il quale è difficile non provare un’immediata empatia.
Per gli altri ragazzi vale la stessa cosa: tutti diversi, tutti con un modo differente di fare, di parlare e di rapportarsi con gli altri, nonché tutti con una personalità notevole.

A proposito dei rapporti che corrono tra questi cinque amici (non ho detto quattro, perché anche se l’intero racconto si svolge dopo la morte di June è come se lui vivesse ancora: in Ken Taira, ma anche e soprattutto nei pensieri e nei ricordi di Airon), ho trovato commovente e assolutamente riuscita la serie di capitoli in cui Airon e gli altri si ritrovano insieme, a distanza di anni dalla loro separazione, e si confrontano riguardo alla morte del loro amico: ciascuno al principio sembra credere di essere l’unico che soffre ancora dopo tanto tempo e soprattutto pare voler colpevolizzare solo se stesso. Riflettendo insieme, però, si accorgono che in realtà tutti quanti soffrivano, solo in modo differente, e che se June è morto la colpa è in parte di tutti: ognuno di loro sapeva che se June avesse continuato a bere in quel modo avrebbe fatto una brutta fine (e anche lui stesso lo sapeva bene, pur non riuscendo a comportarsi diversamente), ma alla fine nessuno aveva preso in mano la situazione; non fino a quando ormai era stato troppo tardi per tornare indietro.
Insomma, trovo che questa sia in tutto il libro la parte più densa di emozioni, nonché di pensieri e di messaggi profondi che – una volta tanto posso affermarlo con convinzione – nell’intreccio in cui sono stati inseriti mi hanno tenuta incollata alle pagine.

Parlando, appunto, dell’intreccio, l’idea di sfruttare una storia di giovani musicisti spaziando sul giallo e sul paranormale (la faccenda della “reincarnazione” di June, dopotutto, tiene col fiato sospeso per parecchi capitoli), ma soprattutto concedendo un notevole spazio alle emozioni, aveva un ottimo potenziale… che Diletta Fabiani ha saputo sfruttare appieno.
La narrazione in prima persona è serrata e coinvolgente e i frequenti flashback non solo non rendono intricata la lettura, come purtroppo accade di solito, ma, come ho già detto, danno l’impressione che June continui a vivere attraverso i ricordi di Airon.
Anche riguardo allo stile le cose vanno assai bene: la scelta lessicale non è particolarmente varia, ma meglio poche parole scelte con cura e che si susseguono con ritmo incalzante piuttosto che frasi contorte e appesantite con inutili gingilli. L’unica cosa che infastidisce un poco la vista sono solo quegli inguardabili << e >> al posto delle vere virgolette caporali, ma questo e un paio di refusi perdonabili sono i soli difetti di stile che ho riscontrato.

Poco fa parlavo dei richiami al rock giapponese che l’autrice ha disseminato all’interno della sua storia. Inutile dire che a lettura ultimata posso ben vantarmi di non aver scovato nemmeno uno degli oltre trenta riferimenti elencati da Diletta Fabiani sulla pagina linkata sopra: l’unica cosa che avevo vagamente intuito, senza esagerare, è che i nomi dei vari capitoli sono le traduzioni dei titoli di omonime canzoni.
Questo, però, non fa che rafforzare quanto sto per dirvi: sapete a malapena cosa sia il rock giapponese? Non ci capite niente quanto la sottoscritta? Nessun problema: leggetelo lo stesso. Scoprirete che anche una storia che parla di un argomento di cui forse si interessano in pochi (non ci metterei la mano sul fuoco, però: magari, dopo aver pubblicato questa recensione, scoprirò di essere l’unica in tutto il web a sapere poco o niente del rock giapponese, quindi non si sa mai!) può rivelarsi lo stesso incredibilmente piacevole e soprattutto ricca di pensieri e di emozioni palpabili.
Quindi doppi complimenti all’autrice, che è riuscita a creare un racconto affascinante sotto tutti gli aspetti, adatto sia a chi si ciba solo di rock che a coloro che, invece, per i più svariati motivi non ne sono appassionati.

Ah, dimenticavo: non pensate che d.flies, il titolo del libro nonché il nome del gruppo formato da Airon e gli altri, sia un nome scelto a caso e senza un particolare significato! 😉

*       *       *

Ancora oggi mi chiedo cosa gli frullasse per la testa, ed ancora oggi non so darmi risposta. Dove andava? Perché? Come diavolo ha fatto a non vedere quella curva così ampia?
Ma sono tutte domande che non avranno mai risposte, perché l’unico in grado di fornirmele è morto e freddo, nella neve, come la neve.

Tutto ciò che mi rimane ora sono i ricordi. Non avremmo potuto continuare senza la nostra voce, senza il nostro leader, e così la nostra avventura finì lì. Mi rimangono i dischi incorniciati a casa mia, le foto fatte insieme ai cantanti che avevo sempre ammirato, decine di demo tape inediti che non registreremo mai. A volte ricordo ed a volte sogno quei giorni che mi sembrano così lontani, benché siano passati solo sette anni da quel Capodanno; a volte mentre giro per questa città vedo qualcosa che a June piacerebbe, e per un secondo lui è lì al mio fianco, il suo sorriso selvaggio stampato sul viso.
Ma è tutto qui, non resta nient’altro.

 

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12 responses to “Recensione: d.flies

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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