Recensione: Sogni tra i fiori

Ventitrè. Sono questi i giorni che mi mancano alla fine della scuola. Dopo, ahimè, ne avrò ancora parecchia di roba da fare, tra esami e concerti vari, ma non vedo l’ora di andarmene almeno da scuola. Mentre il conto alla rovescia va avanti, godetevi questa recensione, che ho scritto in uno dei sempre più rari ritagli di tempo.
Ah, dimenticavo: dopo aver letto, ditemi se le novità che trovate in fondo vi piacciono. Si tratta di un esperimento, per ora, perciò fatemi sapere 🙂

– 

Titolo: Sogni tra i fiori
Autore: Mariagrazia Buonauro
Genere: narrativa, storia d’amore, riflessione
Editore:  CSA
Pagine: 128
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo di copertina: €13,00
ISBN: 9788896703038
Formato: brossura
Valutazione: 
Grazie all’autrice per avermi spedito il libro.

    

RIASSUNTO – Laura, una donna dolce e riflessiva, dopo aver cavalcato la tempesta per la fine di un amore e la vendita della casa, recupera la gioia di vivere. Quando la sua vita prende un nuovo corso, canta la sua storia che narra d’amore, magia, sogni e speranze in uno stile immaginifico e vibrante che tocca le corde più intime del cuore.

L’AUTRICE  Mariagrazia Buonauro è nata e risiede a Marigliano, in provincia di Napoli.
Laureata con lode, a ventisette anni è entrata nel mondo della scuola ove ha insegnato Italiano e Latino, Filosofia e Storia.
Adesso è docente di materie letterarie presso il Liceo “S. Cantone” di Pomigliano D’Arco (NA). “Sogni tra i fiori” è il suo primo romanzo pubblicato.

*        *        *

RECENSIONE

Oggi parleremo di un romanzo di quelli brevi, che si leggono nel giro di poche ore, e che personalmente mi ha lasciata soddisfatta sotto alcuni aspetti; abbastanza delusa per altri. Ma vediamo nei dettagli che cosa contiene Sogni tra i fiori.

Chi ci racconta la vicenda è Laura, la protagonista, giovane insegnante che ha alle spalle una storia d’amore finita male, ma che nonostante tutto non abbandona mai la voglia di vivere e non esita a imbarcarsi in una nuova avventura quando, durante un viaggio a New York, conosce Sergio, professore napoletano proprio come lei. E se l’intento dell’autrice era far provare fin dalla prima pagina una forte empatia verso la nostra protagonista, posso ben dire che ci sia riuscita alla grande, perché si è rivelata un personaggio davvero ben realizzato: il suo carattere è equilibrato, con i suoi pregi – come la dolcezza e la simpatia – e i suoi difetti – come una leggera impulsività che talvolta la fa agire senza riflettere. Insomma, potrei definirla una ragazza innamorata che si è lasciata già da tempo alle spalle l’adolescenza, ma ciononostante l’ottimismo e la passione il suo cuore che le trasmette mi ha ricordato molto l’entusiasmo che si vede negli occhi dei bambini. Una giovane in cui non è senz’altro difficile identificarsi almeno in parte, a mio giudizio.

Questo che vi ho appena riferito, dunque, è di sicuro l’aspetto più riuscito di Sogni tra i fiori, ma sfortunatamente è anche l’unico degno di nota. Ciò non significa che il resto del romanzo faccia acqua da tutte le parti, ma l’impressione che ho avuto a lettura ultimata è stata la seguente: i pregi sono pochi ma notevoli; i difetti, invece, sono perlopiù piccolezze, ma devo purtroppo dire che ne ho riscontrati una quantità non irrilevante, anche considerate le poche pagine che ha questo libro.
Per esempio, sempre parlando di Laura, se la sua caratterizzazione mi è piaciuta molto, lo stesso non si può dire del modo in cui si esprime, che spesso mi è parso forzato.
Un aspetto che mi ha alquanto infastidito, per esempio, è il frequente uso di termini stranieri (come “dandy”, “kitsch” o “freak”)… Ma non tanto l’utilizzo in sé, quanto il fatto che Laura ce ne illustri il significato con delle sgradevoli spiegazioni in stile Wikipedia, anche quando il concetto è ovvio. Insomma, sembra che la narratrice – quindi di conseguenza l’autrice stessa – abbia paura che chi legge si trovi davanti un termine che non conosce, e perciò cerchi in tutti i modi di prevenirlo, a volte persino troncando di netto la narrazione. Andrebbe bene per un racconto pubblicato su un testo scolastico per ragazzi, ma non per un libro destinato a un lettore medio: in fondo, hanno inventato i dizionari, perciò è inutile rischiare di essere pedanti anche con parole che bene o male la maggior parte della gente conosce.

L’altro aspetto del modo di esprimersi di Laura che, secondo me, cozza con il suo carattere è il seguente: da una persona come lei non ci si aspetterebbe di cadere in pregiudizi e luoghi comuni… e invece in più di un punto la vediamo mentre spara a zero sui suoi giovani alunni, anche sostenendo cose che di sicuro non sono vere per tutti, come in questo passo:

«L’insegnamento è una missione. Il problema e che i ragazzi, distratti  da tanti divertimenti, sono refrattari allo studio.» mi rispose soprappensiero.
«É vero. Non hanno capito che si devono piazzare con il culo sulla sedia a spremere te meningi per almeno cinque, sei ore, come facevamo noi.»
«Già, il fatto è che, per loro, è più importante apparite che essere. È fichissimo avere il giubbino firmato, la moto, il telefonino supergettonato e la ragazza bella come una dea.» Sergio scuoteva la testa.
«Danno più importanza alla forma che alla sostanza.» asserii.

Insomma, Laura critica gli adolescenti, anche se poi spesso non si rende migliore di loro, per esempio riguardo ai pregiudizi. Questa è forse l’unica cosa che non mi è piaciuta davvero di lei.

Proseguendo con la lettura, troviamo un’impaginazione che poteva essere migliorata.
Se rileggete lo stralcio riportato poco sopra, vedrete che i discorsi diretti terminano con un punto anche se dopo la frase continua, e la cosa si ripete per tutto il libro:

«Stupefacente.» gli risposi, uscendo dalla Cappella palatina.

Se fosse semplicemente così, sarei io la prima a dire: “Ok, è una scelta della casa editrice. Non la migliore che si possa fare, forse, ma va bene anche così.” Il problema, però, è che nel corso del romanzo il modo di scrivere i dialoghi cambia: il punto, per esempio, a volte viene sostituito dalla virgola, e in altre occasioni manca proprio. In poche parole, al di là della scelta discutibile, tutto ciò risulta incoerente.

Tra gli altri difetti di stile, ho notato che a volte le virgole sono posizionate in un modo che spezza il ritmo della lettura, e i frequenti errori di ortografia non migliorano le cose, come gli accenti usati al posto degli apostrofi («va’» che diventa «và», «ma’» che diventa «mà»…). Inoltre, spesso mancano le virgole accanto al vocativo, altro errore se vogliamo non grave ma da evitare comunque in un libro pubblicato.

Insomma, dopo aver letto il curriculum dell’autrice, mi sarei aspettata uno stile più raffinato e consapevole, e invece ho dovuto constatare che purtroppo certi scivoloni di stile – spesso non piccoli – non mancano.
C’è da dire comunque che la cultura e la preparazione di Mariagrazia Buonauro vengono fuori spesso, per esempio quando si incontrano scelte lessicali originali e una scelta di termini molto accurata, perciò il romanzo è stato ugualmente piacevole da leggere.
Il mio suggerimento all’autrice, dunque, è quello di lavorare più sui dettagli: la storia c’è, i personaggi carismatici anche, ma sento che manca ancora qualcosa.

In sintesi… 
Il personaggio di Laura è davvero
riuscito ed equilibrato…
… anche se a volte non si esprime in
modo coerente.
Lo stile è accurato e si avverte la
preparazione dell’autrice…
… ma si poteva fare di meglio.
La trama è ben architettata e ci si
affeziona facilmente ai personaggi.
Ci sono termini stranieri e spesso
spiegazioni inutili e pedanti dei suddetti.
Errori di impaginazione (virgole,
apostrofi e accenti, dialoghi…)
In generale, i molti difetti sono piccoli
ma fastidiosi e ledono quel che c’è di
buono.

*       *       *

Una frase significativa…
Un sole di paglia tramontava nell’acqua, quando ritornammo a casa.
A sera inoltrata ci affacciammo dalla finestrella che dava sul mare. Avevamo un vento leggero in faccia e una luna di fronte che spaccava, illuminando di striscio il giardino della casa. I tetti delle villette scintillavano al suo chiarore; il mare era platino nelle tenebre.
Gli scogli bianchi si stagliavano scultorei nella notte fonda. Silenzio. Solo il fruscio del mare e del vento. […]
Quella notte fu magica e non si parlò di dormire. Finimmo uno delle braccia dell’altro. Sergio mi strinse a sé, smanioso. Mi baciò sul collo.
«Lo sai, Laura? Avevo proprio bisogno di stare solo con te. Ti ho spogliato dante volte nei sogni. Adesso è tutto vero.» Mi persi nei suoi occhi; tra quelle pagliuzze dorate, lessi tutto il calore del sentimento.
Lo percepii intenso. I baci diventarono cose più intime. Nella penombra della camera, risposi con passione alle sue carezze sempre più audaci e diventammo un corpo solo.
Advertisements

16 responses to “Recensione: Sogni tra i fiori

  • Lina

    Brava Marta! Ottima recensione! Complimenti! =)

  • profgemelli

    Approvato anche lo schemino sintetico. In bocca al lupo per i tuoi impegni.

  • Sergio

    Che posso dire? Per concordare o dissentire dovrei aver letto il libro. Francamente non centrerei troppo l’attenzione sugli accenti al posto degli apostrofi o sulle virgole prima del vocativo. Se ci fai caso, a parte il fatto che i filologi e i grammatici stanno ancora disquisendo sulla punteggiatura (che un tempo non esisteva), resta il fatto che, in particolare nel discorso diretto, la pausa prima del vocativo la trovi solo nella recitazione delle tragedie greche. Tu dirai: sì, ma in un libro si deve mettere! Penso che tu abbia ragione, ma credo che la cosa più importante di un romanzo sia il contenuto: ti coinvolge? ti appassiona? ti ci ritrovi? Solo dopo aver controllato questo potremo “fargli le pulci”. Certamente saprai che c’è anche chi afferma che Manzoni usava troppe virgole! Torniamo al libro: intanto ho notato che, nei vari siti, è pieno, anzi strapieno di commenti positivi. E questo mi insospettisce (sono un po’ diffidente, eh?).
    Inoltre è molto pubblicizzato e pare anche che abbia vinto diversi premi minori. La mia diffidenza aumenta. Probabilmente sono anche un po’ prevenuto perchè non è il genere letterario che mi interessa di più, Tuttavia, quando ho visto che un paio di “critici” parlavano, quasi con le lacrime agli occhi, di una novella “Liala”… beh, allora, francamente, mi sono cadute le braccia.
    Ciao topolina.

    • gambero83

      In un’opera scritta, la mancanza di virgole (in questo caso nei vocativi) è un errore abbastanza grave, anche perché una cosa è saper scrivere, e un’altra è saper usare la punteggiatura, non sempre le due cose coincidono.

      • Sergio

        Infatti non ho detto che non sia un errore, lo è. La virgola si adopera sempre prima e dopo il vocatico: “suvvia, Giovanni, cerca di stare tranquillo”. Nelle ripetizioni: “Ho capito, ho capito, ho capito tutto”. Nelle enumerazioni: “E quattro, e cinque, e sei” Per separare incisivi e apposizioni che sono come parti accessorie del discorso,e nelle parole, rette da un verbo principale, che vengono ripetute: “I soldati furono fatti prigionieri, spogliati, massacrati, uccisi “. Ritengo quindi che queste regole siano ben conosciute da una docente di italiano come la Bonauro, così come dovrei conoscerle anch’io, che tuttavia insegnante non sono. Può però capitare che, nella foga, qualcosa sfugga anche alla rilettura più accurata; ecco perchè, ove possibile, sarebbe bene affidarsi ad un ulteriore controllo e rilettura da parte di persona diversa e ben preparata. Purtroppo, non sempre le circostanze lo consentono. Nel mio caso personale ho potuto avvalermi delle tue giuste correzioni sul mio libro. Probabilmente io non me ne sarei mai accorto.

  • Sergio

    Ah, dimenticavo: bene lo schemino finale; quanto al fatto che molti giovani, (ovviamente non tutti, e spero non la maggioranza), ci tengano di più all’apparire piuttosto che all’essere, temo sia un’opinione piuttosto diffusa, e che in parte condivido.

  • unavitalunatica

    Furba l’idea dello schemino ;-] E’ un ottimo modo per riassumere il tutto.

  • Ossimoro

    Buona, l’idea dello schemino 🙂
    Qui la trama sembra interessante ma…posso dire una cosa? Il titolo è pessimo! Però ho un quesito: si giustifica questo titolo, nel corso della narrazione?

  • Sergio Giamborino

    ciao marta,secondo me bisogna anche considerare che quei pregiudizi sugli studenti espressi nel libro non appartengono alla scrittrice ma al personaggio.sinceramente non è il mio genere preferito ma la trama non la trovo poi così originale

    • topolinamarta

      Ma infatti non ho detto che è l’autrice ad avere questi pregiudizi: è il fatto che ce li abbia la protagonista che mi ha infastidito, ma non tanto per il luogo comune in sè, quanto perché, secondo me, non si intona col suo carattere.

  • profgemelli

    Credo che l’uso della punteggiatura negli incisi del discorso diretto sia un punto dolente per tutti noi scribacchini. Quante volte mi sono lambiccato il cervello su:

    – E’ tardi. – Disse Peppe – A casa mi aspettano.
    – E’ tardi. – disse Peppe – A casa mi aspettano.
    – E’ tardi, – disse Peppe. – A casa mi aspettano.
    – E’ tardi – disse Peppe – A casa mi aspettano.
    – E’ tardi – disse Peppe. – A casa mi aspettano.
    …..

    oppure su:

    – E’ tardi, – disse Peppe – a casa mi aspettano.
    – E’ tardi, – disse Peppe, – a casa mi aspettano.
    – E’ tardi – disse Peppe, – a Casa mi aspettano.
    ……

    e se uno usa le virgolette ce ne sono altri, di dubbi. L’unica cosa chiara è che è tardi e che Peppe deve andare a casa.

    In realtà la cosa più seria che ho trovato in rete su questo argomento di punteggiatura l’ho trovata su un sito di harrypotteraggini:

    http://magiesinister.forumcommunity.net/?t=44899617

    Non che mi piaccia poi più di tanto, quel che dicono lì sull’argomento.

    E’ un bel problema… Ma poi ti capita fra le mani un libro di Mc Court (quello de “Le ceneri di Angela” per intenderci) e ci trovi dentro dialogni vividi e incisi chiari, e senza bisogno di usare né virgolette né trattini!

    In pratica Mc Court scriverebbe semplicemente:

    E’ tardi, disse Peppe. A casa mi aspettano.

    oppure:

    E’ tardi, disse Peppe, a casa mi aspettano.

    Grande superMc. Perché io non ho il coraggio di far lo stesso?

    In ogni caso è chiaro che ogni scrittore fa come gli pare. Però, come dice Marta, bisogna cercare di essere il più possibile coerenti.

    • sergio

      Beh, non è che ognuno faccia come gli pare, qualche elasticità c’è, ma non sono molte. Se togli il “disse Peppe” che è una spiegazione per il lettore, dipende dalla pausa che vuoi dare al discorso. Quindi, secondo me, puoi crivere sia: è tardi, a casa mi aspettano. Oppure: è tardi. A casa mi aspettano (meno logica la pausa in questo caso). Se imvece inserisci, tra trattini, la spiegazione per il lettore, le forme corrette possono essere solo due: – E’ tardi, – disse Peppe – a casa mi aspettano – oppure, – E’ tardi. – disse Peppe – A casa mi aspettano. –
      Ora mi domando cosa diranno il Gambero e Marta 😀

    • topolinamarta

      Per quel che ne so io, non c’è un modo giusto o sbagliato di scrivere i dialoghi, anche se forse alcune forme sono più corrette di altre: per esempio, mi risulta che dopo il punto ci vada sempre la maiuscola, ma che quest’ultima non vada messa se la frase prosegue. In questo caso, per dire:

      – E’ tardi. – Disse Peppe – A casa mi aspettano.

      io metterei il punto dopo “disse Peppe” e non prima, e terrei la maiuscola solo nella seconda parte, così:

      – E’ tardi – disse Peppe. – A casa mi aspettano.

      Ma ripeto, non esiste la forma giusta o quella sbagliata. Io personalmente ne preferisco alcune piuttosto che altre, e a volte vado a periodi. Al momento, per esempio, mi piace scrivere così:

      «È tardi», disse Peppe. «A casa mi aspettano.»

      Però anche qui le possibilità sono molte: la virgola e il punto vanno prima o dopo la virgoletta? Come comportarsi con punti e maiuscole? Io credo che non importi, basta che un autore scelga un modo di scrivere e che lo utilizzi SEMPRE per tutto il testo.

  • profgemelli

    Einaudi usa sempre la doppia punteggiatura:

    – E’ tardi, – disse Peppe.
    – E’ tardi, – disse Peppe, – andiamo a casa.
    – E’ tardi, – disse Peppe. – Andiamo a casa.

    In pratica la regola di Einaudi mi sembra che sia: metti sempre un segno d’interpunzione prima del secondo trattino, ma mai il punto. Però altrove (mondadori) trovo anche:

    – E’ tardi – disse Peppe.
    – E’ tardi – disse Peppe – andiamo a casa.
    ecc… insomma Mondadori mette meno punteggiatura di Einaudi.

    In effetti in questo momento non riesco a trovare esempi di editori famosi che chiudano la frase con un punto prima del secondo trattino:

    – E’ tardi. – disse Peppe.

    che pure non mi sembrava male.

    E tutto questa storia solo per il trattino!!!

    • sergio

      Mah, io più che gli editori guarderei i buoni scrittori in lingua italiana: Manzoni, Verga, Pirandello, Moravia, Pratolini, Jovine, etc.
      Darei anche un’occhiatina al Dizionario linguistico di Gabrielli e “in punta di lingua” di Cesare Marchi.

      • topolinamarta

        Be’, il Manzo mette pure i due punti ogni due per tre, anche più volte nello stesso periodo… cosa che, onestamente, a me dà parecchio sui nervi 😀

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: