[Recensione] La terra dei draghi

Direi che iniziare le “vacanze ufficiali” (poche storie, me le merito!) con una bella recensione del progetto sia la cosa migliore da fare, non trovate? 🙂
In questo preciso momento c’è una fastidiosa Aedes albopictus (volgarmente detta “zanzara tigre”) che mi svolazza intorno evidentemente assetata del mio sangue, ma la Topolina non si lascia certo intimidire da simili seccature, perciò procediamo!

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Titolo: La terra dei draghi
Sottotitolo: L’antica stirpe (#1/3)
Autore: Nicola Cantalupi
Genere: fantasy classico
Editore: Giovane Holden
Collana: Camelot
Pagine: 308
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo di copertina: €15,00
ISBN: 9788863961317
Formato: brossura
Valutazione:  
Grazie all’autore per avermi spedito il libro.

 

RIASSUNTO –  L’era di pace della ridente Amhonùn sembra giunta alla fine. Dall’oscuro nord giungono freddi venti di guerra e i tamburi dei ripugnanti troll rimbombano nella sconfinata pianura del Nhèt-Nimaron.
Riusciranno i giovani Johan ed Elberon a compiere la loro ardua missione?
Il saggio Carmas e il suo speciale addestramento forgeranno due guerrieri elfici pronti a tutto, ma il passato è sempre in agguato e l’amore annebbia la mente e incendia, gli occhi della bella Samaire sono dardi infuocati dolci e temibili, una certezza più vera delle mille frecce scoccate a difesa dell’Amhon-dor, la Grande Porta ormai sotto assedio.
L’unica speranza è riposta nell’antica stirpe, mitica progenie dimenticata oltre le bianche spiagge, oltre i potenti fiumi e le gole impervie, un tempo forza vitale, oggi dimenticata per ataviche colpe e orgogli fratricidi. L’ambasciata per rinnovare l’alleanza sarà un’avventura indimenticabile per due ragazzi alle soglie della vita, quella vera.
Draghi, stregoni, orripilanti troll e antiche genie umane: un fantastico mondo sulla soglia del declino ma pronto a risorgere. Ogni singolo elfo dovrà vendere cara la pelle per salvare la Terra dei draghi: è il momento del coraggio, il ritorno degli eroi.

L’AUTORE  Nicola Cantalupi nasce a Viareggio il 15 dicembre del 1981. Innamoratosi sin dall’infanzia del genere fantasy grazie alla trilogia di Guerre Stellari, pur apprezzando altri generi narrativi e autori quali Pirandello e Maupassant, la sua vera passione esplode con la lettura di Tolkien, suo maestro indiscusso.
Dopo aver letto e riletto le sue opere, scopre in una sua biografia che lo stesso professore di Oxford iniziò a scrivere per poter aver modo di leggere ciò che realmente aveva piacere di leggere… È proprio in quel momento che Nicola decide di dare vita al progetto della trilogia La Terra dei draghi, con l’intento però di non narrare una semplice storia fine a se stessa ma, proprio per ciò che più d’ogni altra cosa lo ha affascinato nel leggere Tolkien, scrivere un romanzo che possa far riflettere il lettore.

*       *      *

RECENSIONE

Oggi desidero parlarvi di un romanzo fantasy di quelli classici, ispirati sotto numerosi aspetti dal celebre Signore degli Anelli: si tratta di un libro in cui, a voler dire la verità, ho trovato alcune cose che mi sono piaciute poco o persino per niente. Ciononostante, anche se di solito non vado d’accordo con le storie che prendono spunto da quelle di Tolkien, quella che state per leggere non è una delle mie “recensioni disastrose”, bensì… insomma, giudicate voi.

Il fatto che il mio giudizio si trovi a metà strada dipende essenzialmente da una caratteristica del libro: ne La terra dei draghi sono presenti, infatti, due livelli di lettura.
Sai che novità?, direte voi. Sarà il solito “fantasy che non è un semplice fantasy ma che raccoglie uno spaccato di virtù e difetti degli adolescenti moderni e offre una visione innovativa della società contemporanea…”
Be’, la risposta è sì e no. Sì, perché effettivamente l’intero romanzo è una metafora critica delle generazioni odierne (come ha confermato anche la chiave di lettura fornitami dall’autore… che una volta tanto l’editore avrebbe fatto bene a inserire nel libro, secondo me); però no, perché nel caso della Terra dei draghi non si tratta di una “scusa”.

Cercherò di spiegarmi meglio: così su due piedi mi vengono in mente almeno una decina di titoli fantasy la cui quarta di copertina tesseva le lodi dei profondi argomenti che facevano da sfondo alla trama vera e propria… argomenti che poi si sono rivelati inesistenti o, nel migliore dei casi, trattati in modo assai superficiale e scontato. Una sorta di pallida imitazione dei grandi libri che hanno fatto la storia della letteratura fantastica, insomma, ma con un risultato molto più scadente di quello voluto.
Con La terra dei draghi, l’approccio è stato assai diverso, e non solo perché nel riassunto questa cosa dei “profondi argomenti” è soltanto appena accennata («un romanzo che possa far riflettere il lettore»). La critica alla società, infatti, è presente in ogni angolo della storia, ma a mio giudizio è trattata in modo tutt’altro che scontato.

Un esempio di questo si trova già nel titolo. Come mai “La terra dei draghi”, se nel romanzo dei draghi c’è solo un lontano ricordo? Conoscendo le varie scopiazzature mal riuscite del Signore degli Anelli, un lettore poco attento potrebbe pensare a una leggerezza dell’autore, che magari ha scelto un titolo del genere per farlo sembrare più “figo”, o che so io… Qui però è chiaro che non è così.
Può darsi, infatti, che questi draghi non siano solo i grossi lucertoloni alati che ben conosciamo, ma anche degli esseri spietati che combattono eroi e distruggono speranze… E se rappresentassero certi personaggi politici che ben conosciamo? Sta a voi scoprirlo, e in ogni caso io non vi ho detto assolutamente niente! ^^

Tutto questo, insieme a molto altro – come la potente forza dell’amore che muove l’intera storia – è contenuto nel secondo livello di lettura, quello più profondo e, di conseguenza, meno evidente. Ma allora perché non ho messo nemmeno tre goccioline come valutazione?
Il grosso dei problemi, signori miei, sta nello strato superiore, quello della storia vera e propria, ed è dovuto almeno in parte, secondo me, al volersi ispirare troppo al buon Tolkien.
L’aspetto più evidente, infatti, è che questo romanzo segua abbastanza fedelmente il sentiero già tracciato dal Signore degli Anelli, senza tuttavia esagerare: troverete tutte le classiche creature come elfi, nani, umani e mostri vari, i nomi dei luoghi e dei personaggi che danno un vago senso di déjà vu, così come per la cartina (che rimane comunque notevole, nonostante certi nomi dannatamente in piccolo e alcune trovatacce come le “Montagne cavernose” e le “Paludi tenebrose”)… ma le somiglianze, in fondo, sono quasi tutte qui, perciò il difetto più importante de La terra dei draghi non è certo il possedere elementi già visti.

I personaggi, inoltre, mi sono piaciuti molto, anche perché è proprio da qui che l’autore comincia a staccarsi veramente da Tolkien: specialmente a Johan, l’elfo protagonista, mi sono affezionata quasi quanto al mio Frodo, pur essendo questi due personaggi del tutto diversi sul piano psicologico e soprattutto per quanto riguarda la loro storia. Anche la trama, anche se non brilla per originalità, si è rivelata a suo modo appassionante.

Il problema vero, invece, trovo che sia nello stile.
È evidente anche senza leggere la biografia che Nicola Cantalupi è un gran ammiratore di Tolkien. Di certo non posso biasimarlo per questo, però trovo che avrebbe potuto omaggiare il suo mito pur senza commettere certi errori.
Un esempio è la narrazione estremamente descrittiva e minuziosa, che a tratti regala scene assai gustose come quelle che mostrano le abbondanti tavolate degli elfi:

Ogni tavolo era apparecchiato con impeccabile cura e precisione. Un’interminabile susseguirsi di vassoi colmi di ogni genere di cibo e brocche contenenti tre tipi differenti di bevande, diede a Johan l’impressione che, una volta seduti, nessuno avrebbe mai avuto bisogno di alzarsi per procurarsi altro cibo […] Il primo enorme piatto era più simile a una collinetta ancora fumante di carni miste magistralmente arrostite: brani di pollame vario, con e senza osso, ricoperti da una traslucida pelle dorata e croccante e ancora allettanti bistecche bovine e suine adornate qua e là con foglie di rosmarino; a completare il tutto, un vivace susseguirsi di luccicanti arance e sgargianti limoni facevano da cornice al succulento vassoio.

E questo è solo un frammento della ricca descrizione presente sul libro, che mi è piaciuta molto – oltre a farmi venire l’acquolina.
Come potete vedere, però, gli aggettivi  e gli avverbi spuntano a tradimento e in gran quantità (spesso in numero ancora maggiore che in questo breve estratto), e molte volte nel corso del libro queste descrizioni finiscono per diventare da particolareggiate a noiose.
Le frasi spesso piuttosto lunghe, inoltre, non aiutano a rendere scorrevole la narrazione, che perde sapore a causa dei punti morti. Questo che vi propongo è un esempio ancor più palese:

Improvvisamente un piacevole aroma di miele e vaniglia si spanse tutto intorno a loro; Johan ne fu rapito e, dopo aver chiuso gli occhi, inspirò profondamente. Nel momento in cui riconobbe il profumo dei fiori di Roselia, improvvisamente tutte le vicende e le avventure di quel giorno gli ripiombarono vorticosamente nella mente come rapidi flash e, costretto a riaprire gli occhi da una sensazione di vertigine provocata da quella rapida successione d’immagini, rimase confuso nel vedere lo stesso cielo osservato fino a pochi istanti prima ormai completamente mutato.

Rimango del parere che il 99% degli “improvvisamente” che si trovano nei libri possa essere eliminato senza rimpianti (in fondo “tutto” accade improvvisamente); a parte questo, però, un simile accostamento di avverbi (per non parlare delle ripetizioni e anche delle rime involontarie, problema che si ripete per tutto il romanzo) rende la frase davvero pesante e poco scorrevole.
E poi non dimentichiamoci dei periodi così lunghi da far mancare il respiro disseminati un po’ ovunque, a partire dall’incipit:

Amhonùn giunse infine al trentatreesimo giorno di primavera, portando al culmine la morbosa curiosità che da parecchio giorni ormai affliggeva ogni abitante delle Terre Centrali. Quell’insolita situazione era tutt’altro che ingiustificabile, infatti, le furtive escursioni notturne compiute negli ultimi giorni dal vecchio Tuberon, avevano rivolto verso di lui più di una singola attenzione. Si trattava certamente dell’evento più insolito accaduto ad Amhonùn in circa cinquant’anni, ma la cosa che più di ogni altra suscitò scalpore tra la popolazione, fu che proprio per quella sera Tuberon in persona convocò ogni abitante a un’importante riunione.

Insomma, trovo che si sarebbe potuto fare di meglio (per esempio, eliminando ripetizioni e rime ed evitando quelle due virgole tra soggetto e verbo – non gravi ma fastidiose) per invogliare un potenziale lettore a proseguire con la lettura.

Un altro problema che ho notato è il quasi onnipresente “PoV salterino“: qui in particolare lo vediamo spesso balzare dalla testa di un personaggio all’altra. Anche quando ciò non accade, il punto di vista non è mai ben definito: risulta poco stabile, continuamente in bilico, e purtroppo anche questo aspetto si è rivelato fastidioso.

Per concludere, trovo che ne La terra dei draghi siano senz’altro presenti degli elementi degni di nota, ma non ho trovato, ahimè, nemmeno un aspetto che spiccasse per innovazione o per altre qualità e che emergesse sulle altre in modo da far chiudere un occhio su qualche caratteristica meno riuscita. Invece, pur non mancando i pregi, i problemi si fanno sentire – anche se sarebbe bastato un buon editing per mandarne via almeno qualcuno tra i più evidenti.
E poi questa mania della trilogia (ia ia oooh!) francamente fa fatica ad andarmi giù: un altro “omaggio” a Tolkien o l’ennesima trovata per allungare il brodo? Vi dirò che io opto per la prima, perché comunque il libro è denso di eventi e la conclusione, pur lasciando domande aperte, è ben riuscita. Però è comunque una scelta assai antipatica, perché la voglia di conoscere le risposte è altrettanto forte.
Sperando, dunque, che l’autore non ci metta troppo a concludere la saga, gli consiglio di continuare a scrivere e di non arrendersi, perché nel suo libro c’è del buono e sono sicura che nei prossimi libri questo buono emergerà ancora di più.

In sintesi…
La metafora nascosta sotto la storia
vera e propria è assai ben fatta.
Solite creature fantasy e senso di
déjà vu per i nomi.
Lo stile molto ricco di dettagli spesso
crea belle descrizioni…
… ma il più delle volte risulta
noioso.
Trama non nuovissima ma carina e
appassionante, personaggi ben
caratterizzati.
Diversi difetti di stile: avverbi e
aggettivi in quantità, problemi di
PoV, ripetizioni, ecc…
Frasi molto lunghe e poco
scorrevoli.
I molti omaggi a Tolkien spesso lo
hanno penalizzato.

*        *       *

Una frase significativa…

Erano ormai certi che in pochi si sarebbero uniti alla comune causa e, pur mostrandosi un’inutile mossa, era ormai giunto il momento di affrontare la realtà e studiare un modo per contrastare quelle incursioni, nel disperato tentativo di adempiere al compito assegnatogli da Carmas.
I sei saggi continuarono nella loro discussione per parecchio tempo quando a un tratto, un interminabile frusciare di indumenti colpì la loro attenzione. Ammutoliti si voltarono. Come una vasta onda che si ritraeva e che iniziava dalle prime fila della folla stessa, ogni elfo presente in quella piazza si inginocchiò al cospetto dei sei, facendo capire loro che tutti li avrebbero seguiti: tutti erano pronti a combattere e tenere alto l’onore della Grande Muraglia e della città.
Quello fu il momento in cui la speranza divampò in tutta Amhonùn… quello fu il momento in cui Amhonùn si destò.

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9 responses to “[Recensione] La terra dei draghi

  • Johan

    Grazie Martina Topolina!… Da qui si riparte per migliorare stile… e originalità!!! Grazie ancora…

  • Lavoisier

    la tavolata degli elfi ha fatto venire fame pure a me…..

  • The One Who Danced In Minefields

    Okay, non ho la più pallida idea di chi sia il ragazzo disegnato. Probabilmente, è Johan l’elfo. Beh, Johan ha appena rubato il furetto “cornuto” di Dita di Polvere, haha. Sempre che quelle del furetto di Johan siano corna, eh ^^

  • Letture di luglio 2012 « Pensieri d'inchiostro

    […] Questo è un libro in cui ho trovato alcune cose che mi sono piaciute poco o persino per niente. Tuttavia, anche se di solito non vado d’accordo con le storie che prendono spunto da Tolkien, quella che state per leggere non è una delle mie “recensioni disastrose”, bensì… insomma, giudicate voi. L’aspetto più evidente, infatti, è che questo romanzo segua abbastanza fedelmente il sentiero già tracciato dal Signore degli Anelli, senza però esagerare: troverete tutte le classiche creature, i nomi dei luoghi e dei personaggi che danno un vago senso di déjà vu, così come per la cartina, ma le somiglianze, in fondo, sono quasi tutte qui. Il problema vero, invece, trovo che sia nello stile. Gli aggettivi e gli avverbi, infatti, spuntano a tradimento, e molte volte nel corso del libro queste descrizioni diventano da particolareggiate a noiose. Non dimentichiamoci, inoltre, del “PoV salterino“. Per concludere, trovo che ne La terra dei draghi siano senz’altro presenti degli elementi degni di nota, ma non ho trovato, ahimè, nemmeno un aspetto che spiccasse per innovazione o per altre. Invece, pur non mancando i pregi, i problemi si fanno sentire. Consiglio dunque all’autore di continuare a scrivere e di non arrendersi, perché nel suo libro c’è del buono e sono sicura che nei prossimi libri questo buono emergerà ancora di più. (Recensione completa qui.) […]

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    […] terra dei draghi – L’antica stirpe, il primo romanzo della sua trilogia fantasy che ho recensito qui su Pensieri d’inchiostro poco tempo […]

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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