[Recensione] Figlie di Diana

Come da titolo, oggi parleremo di Figlie di Diana, eBook che l’autrice mi ha gentilmente inviato nell’ambito del solito progetto.

Titolo: Figlie di Diana
Autrice: Stefania Tuveri
Genere: fantasy, young, paranormale, streghe
Editore: Lettere animate
Collana: Nuovi mondi
Pagine: 140
Anno di pubblicazione: 2012
Prezzo di copertina: €9,90 (eBook: €0,99)
ISBN: 9788897801146
Formato: brossura
Valutazione: 
Grazie all’autrice per avermi inviato il libro in formato eBook.

     

RIASSUNTO – Due giovani sorelle sono alle prese con una domanda che cambierà le loro vite: la Magia esiste? La risposta arriverà dalla saggezza della nonna che si occupa di loro e il misterioso e complesso mondo della stregoneria si rivelerà in tutto il suo misticismo, tra incantesimi, Tarocchi e rune. Ma praticare l’antica arte magica comporta delle grandi responsabilità e il Male è in agguato. La sfida che attende Selene e Caterina sconvolgerà le loro vite, ma ci sarà sempre spazio per amore e amicizia.

L’AUTRICE  Stefania Tuveri (Fidenza, 27-09-1993) vive in provincia di Piacenza e frequenta l’ultimo anno di liceo classico. Ha partecipato a diversi concorsi letterari qualificandosi prima nella sezione “giovani” del premio “Felice Daneo”, seconda nel premio “FantasticHandicap” e ottenendo la medaglia d’argento nel concorso “Il Chiostro”. Diverse le pubblicazioni in antologie, tra le quali “Black Candies”, edita da Lettere Animate Editore.

*        *        *

RECENSIONE

È giunto il momento di parlare di un romanzo che mi ha lasciata un po’… così. Come sempre non è mia abitudine scoraggiarmi alla vista di una storia non esattamente innovativa, dato che ho incontrato spesso libri le cui trame non fossero nulla di speciale, ma che si sono ugualmente rivelati notevoli o addirittura indimenticabili. Non è questo il caso, purtroppo, di Figlie di Diana, e cercherò di raccontarvi perché la penso così proprio partendo dalla trama.

Ammetto di aver storto il naso fin dalla prima volta che ho letto la sinossi: quella di due sorelle che scoprono di possedere poteri magici – come la capacità di leggere nel pensiero altrui – e di essere le ultime nate di un’antica stirpe di streghe, concedetemelo, non è certamente quel genere di trovata che fa esclamare: “Wow, che fantasia! Una cosa del genere non si era davvero mai sentita!” Ma ripeto: a volte la bravura dell’autore è tale da saper ricavare un libro notevole anche da una trama assai sfruttata.
Come ho già detto, però, la storia che Stefania Tuveri costruire attorno a questa idea è proprio quella che suggeriscono le apparenze, ahimè: mi è sembrata assai piatta e piuttosto insignificante, e non vi ho scovato nulla, nemmeno una pallida scintilla di novità che la rendesse più originale e meno scontata.
Lo stesso modo con cui è raccontata, inoltre, mi ha fatto venire più di una volta il latte alle ginocchia: tutto scorre velocemente, troppo in fretta e senza soffermarsi sulle varie vicende per il tempo dovuto.

Per farvi un esempio concreto, se all’inizio Selene e Caterina – i nomi delle sorelle – appaiono sconvolte e spaventate dalle stranezze che capitano loro, sembrano accettare la loro condizione dopo cinque minuti, con una naturalezza fuori luogo. Lo stesso vale per gli amici amici: prima reagiscono allarmandosi, giustamente, ma passano alla completa fiducia nel giro di poche pagine.
Quelli che dovrebbero essere i punti chiave dell’intera storia, dunque, si riducono a descrizioni quanto mai sterili che lasciano una forte sensazione di incompiutezza, e oltretutto scritte con uno stile scialbo e a tratti persino semplicistico.
Ecco un estratto che rende bene l’idea:

«Vedi nonna, quello che cercava di dirti…».
La nonna era seduta a capotavola e le nipoti stavano una alla sua destra, una alla sua sinistra. Allungò le mani e prese quelle delle  giovani sfoggiando di nuovo quel sorriso che sembrava avesse comprato al supermercato quella mattina insieme alle arance.
«So di cosa parlate. Siamo streghe».

Così, all’improvviso, senza una minima spiegazione che servisse a rendere almeno più accettabile la dura realtà. E meno male che le nonne dovrebbero avere più tatto delle altre persone!

Eh sì, ragazze, siete proprio streghe!

Insomma, la sensazione dominante è che tutto succeda con eccessiva smania di arrivare alla fine.
E poi, come dicevo, un altro problema non da poco è lo stile, che oltre a sembrare tirato via presenta anche degli errori veri e propri. A volte gli esempi valgono più di mille parole, perciò eccovi di nuovo alcuni estratti che rappresentino i principali difetti che ho trovato.

I suoi genitori erano sul famoso volo 5022 della Spanair, diretto alle isole Canarie, schiantatosi al suolo poco dopo il decollo il 20 agosto 2008.
Quando Selene vide il servizio al telegiornale sull’accaduto, si sentì morire. Crollò in ginocchio e pregò che i suoi genitori avessero perso quell’aereo o che fossero tra i supersiti. […] Selene aveva solo quindici anni e Caterina diciotto. Dopo quell’avvenimento, il loro legame era divenuto fortissimo e vennero affidate alle cure della nonna materna, l’unica parente che poteva occuparsi di loro.

Sto parlando, naturalmente, della consecutio temporum non rispettata, problema che si incontra numerose volte nell’intero romanzo.
Un altro esempio si trova più avanti, quando Selene e i suoi amici si mettono a guardare il film “Giovani streghe”, di cui viene raccontata per filo e per segno la trama al presente: questo non solo spezza la narrazione (e succede un sacco di volte, come illustrerò fra poco), ma per giunta suona pedante e antipatico. Dopotutto, se avessi voluto leggere il riassunto del film in stile Wikipedia sarei andata, appunto, su Wikipedia… non trovate?

N.B.: da usare con parsimonia onde evitare spiacevoli inconvenienti.

Poi troviamo il quasi onnipresente problema del “punto di vista ballerino”, anche se qui occorre fare una precisazione: dato che Selene e Caterina possono leggere i pensieri degli altri, questi cambi di PoV possono essere giustificati almeno in parte… ma non sempre, come potete verificare dal seguente estratto:

Caterina stava iniziando a mangiare, cercando di ignorare l’immobilità della sua convitata. Non voleva che desse peso a ciò che era accaduto poco prima, perché non voleva che la sorella minore si dovesse preoccupare della sua presunta pazzia. […] Si sorprese pensando quanto fosse cresciuta. […] Avrebbe compiuto diciotto anni senza la fortuna di avere una torta fatta da mamma, senza una mega festa organizzata da papà, come aveva avuto lei. “Ci sarò io. Non è molto, ma farò il possibile”, pensò.
«Ok, così almeno non dovrò farmi mezz’ora in pullman in piedi come al solito».
Selene era uscita dal suo stato di trance e finse che non fosse sospetto che la sorella avesse risposto ai suoi pensieri.

In pratica, per tutto il romanzo siamo costretti ad assistere a uno scambio continuo tra il punto di vista di Selene e quello di Caterina. D’accordo, le due possono sapere l’oggetto del pensieri dell’altra, ma ciò non toglie che cambi così repentini siano ugualmente fastidiosi. Inoltre, aspetto assai più importante, generano confusione in chi legge, cosa che l’autore dovrebbe evitare nel modo più assoluto.

Continuiamo con i problemi di stile: ‘sta volta tocca al nostro amico Show, don’t tell, regola che per buona parte della storia viene ignorata del tutto:

[Marta] Era una ragazza seria sempre pronta per gli amici ed era diretta, delle volte fin troppo. Chiara, invece, tendeva a giudicare, facendolo senza rendersene conto. Delle volte sembrava una moralista astrusa, ma sapeva essere anche comprensiva quando si sforzava. Silvia invece era un po’ la pazza del gruppo, gonfia, spesso, di battute idiote, ma sapeva quando doveva essere seria, sua degna spalla era Michele, seguito a ruota da Daniele.[…]

Sette righe per raccontare i caratteri di ben cinque persone. Punteggiatura e stile elementare a parte, descrivere in questo modo mi sembra una scelta davvero triste. E via via che si procede, la cosa riprende col medesimo tono:

Caterina non aveva mai avuto molto garbo quando si trattava di dare brutte notizie, era piuttosto diretta, anche se questo non significava essere insensibile. Era una delle persone più sensibili al mondo.

Silvia era una ragazza che dietro le sue continue battute idiote nascondeva un grande cuore.

Infine troviamo quei passi che io, nel mio file ePub, ho evidenziato e archiviato sotto il nome “Chiacchiere inutili”: passi in cui l’autrice fa capolino all’interno della sua storia e fa un commento personale su quello che sta succedendo, talvolta anche condito da una sorta di morale assai antipatica, e dove si perde in divagazioni in tono aulico-poetico… nonché, appunto, in chiacchiere inutili.

Ecco cos’è la vera amicizia. Un legame che la lontananza non è in grado di intaccare e che nemmeno il feroce tempo può combattere.

La legge non le poteva accusare di niente, al contrario, per l’opinione pubblica, l’idea di una setta di donne che si vendicano dei tradimenti subiti con uno squartamento in piena regola era stato un piatto succulento. Il gusto per l’orrido aveva pervaso la società e l’accanimento di ogni talk show, notizioario o programma d’intrattenimento sulle vicende, ne erano una prova.

La certezza che spesso, una volta che si è persa la via, non è facile tornare indietro. Non lo è perché esiste un punto, quello che un pilota chiama punto di non ritorno, oltrepassato il quale non si può semplicemente chiedere scusa e fingere di non averlo fatto. E redimersi, rendersi conto di avere sbagliato e ottenere il perdono non sono cose semplici. Alcuni non sono in grado di farlo, altri vorrebbero, ma se ne rendono conto troppo tardi, altri non lo vogliono affatto.

Un po’ di chiacchiere inutili.

Per non parlare di alcune delle trovate stilistiche più banali che esistano:

Selene si abbandonò a Morfeo sul divano accanto a loro.

… e anche delle situazioni impossibili:

[…] Caterina era contentrata sul notiziario che stava dando una notizia sconcertante. In un paesino vicino a Milano un uomo era stato ucciso in modo alquanto macabro. Mancavano brandelli di carne dalle braccia, dalle gambe e dal torace e si potevano distintamente riconoscere le ossa.
“La carne del trentaduenne,” diceva l’inviata, “sembra essere stata strappata con violenza dal corpo, ma di essa non si trovano tracce nell’appartamento […]”.
Entrambe le ragazze avevano abbassato lo sguardo, shoccato dall’immagine orripilante che la giornalista aveva dipinto.

Ditemi un po’: quali giornalisti si sognerebbero mai di riferire una notizia del genere in televisione e di mostrare al pubblico lo stato del suddetto cadavere nei minimi dettagli?

Ehm… meglio evitare, non trovate? ^^

Insomma, per quanto riguarda lo stile, trovo che ci sia ben poco in Figlie di Diana che si possa salvare: tutto mi è parso monotono e sostanzialmente anonimo, un po’ come se fosse stato scritto di getto e rivisto poco o per niente.
A pensarci, forse non è un’ipotesi completamente azzardata, considerato che l’autrice non ha neanche 19 anni. In ogni caso, l’impressione che tutto questo fosse dettato dall’ingenuità e dall’inesperienza è nata fin da subito, prima ancora di scoprire che Stefania Tuveri era effettivamente giovanissima quando lo ha scritto. Probabilmente troppo, mi verrebbe da pensare, dato che ho trovato il suo romanzo insufficiente sotto la maggior parte degli aspetti.

Forse l’unico punto favorevole che potrei concedergli riguarda le protagoniste: essendo l’intero libro incentrato su loro due e sui loro pensieri, alla lunga Caterina e Selene risultano anche ben caratterizzate. Ciò non vuol dire che mi siano piaciute, ma perlomeno le trovo più riuscite degli altri personaggi, che invece risultano quasi tutti privi di spessore a causa del mancato Show, don’t tell. Ciò accade dall’inizio fino alla fine, che tra parentesi reputo scontata e incolore: forse è perché l’ho trovata assai veloce, ma non è comunque riuscita a lasciarmi niente.

Certo, può capitare che la prima ciambella non esca col buco (tanto per usare un modo di dire originale :mrgreen:), specialmente se non c’è molta esperienza alla base dell’impasto: nessuno rimprovererà l’autrice di questo, ma l’importante è che non si dia per vinta e che continui a scrivere e a migliorare sempre di più.

In sintesi…
L’idea non era originale, ma poteva
diventare un libro lo stesso carino…
… e invece la trama si rivela
comunque banale e tirata via
Selene e Caterina sono caratteriz-
zate abbastanza bene…
… ma gli altri personaggi poco o
per niente.
Sia la trama che lo stile sono
ingenui, scialbi e scontati.
Consecutio temporum spesso
errata.
Frequenti cambi di Pov.
Raccontato, punteggiatura a caso
e stile semplicistico.
Banalità, chiacchiere inutili, inter-
venti del narratore fuori luogo.

*        *       *

Una frase significativa…

Per la prima volta nella sua vita le sue preoccupazioni maggiori non erano i ragazzi, gli amici o la scuola, perché aveva delle responsabilità immense e inimmaginabili sino a pochi giorni prima.
A diciassette anni tutti vogliono far credere di essere adulti, ma nessuno vuole esserlo davvero. A diciassette anni nessuno vuole giocarsi il sabato sera perché ha delle responsabilità da adulto. A diciassette anni si pensa a fare quelle cose che fatte a venticinque ti fanno additare come immaturo, si cerca di capire chi si è, chi si vuole diventare. A diciassette anni si è pieni di problemi che solo qualche anno dopo sembrano idiozie, ma che in quel momento sono la tua vita. A diciassette anni si provano le prime grandi emozioni e si pensa che siano le più grandi.
Selene sentiva che i diciassette anni se n’erano andati senza che lei li avesse vissuti appieno e li stava già rimpiangendo.

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13 responses to “[Recensione] Figlie di Diana

  • ladytomby

    Mi piace sempre molto leggere el tue recensioni dettagliate… ^_^
    Ciaociao e alla prossima!

  • Elsio

    Un libro soporifero e banale…ideale per notti insonni…

  • Elsio

    Non capisco, le recensioni dei libri belli ricevono pochi commenti, le recensioni dei libri “brutti” ricevono pochi commenti…
    cosa si dovrebbe fare per avere qualche commento in più? 🙂

  • Elsio

    Domandina del pomeriggio…
    Perché questo libro, di 140 pagine, costa 9 euro e 90 mentre “Il sogno della tartaruga”, di sole 8 pagine in più, costa ben 13 euro? Non è un furto? 13 euro per un libretto di 148 pagine(che non è neanche così tanto bello)? 😯

    • topolinamarta

      Ah, guarda, io ho rinunciato a capire la logica in base alla quale vengono stabiliti i prezzi dei libri. Per esempio, ho qui vicino a me “Le luci di settembre” di Zafon: 19€ per 270 pagine… e “La paura del saggio” di Rothfuss: 19,90€, ma con quasi 1000 pagine in più! 😀
      Insomma è un gran casino, però non riesco a levarmi dalla testa che qualcuno se ne approfitti alla grande…

  • Elsio

    Sbaglio o il blog è “morto”? Non commenta più nessuno!

  • profgemelli

    Io cerco di evitare di commentare sempre, per non essere ingombrante. Non dico che aspetto di avere qualcosa di intelligente da dire, sennò potrei anche aspettare in eterno, ma cerco disperatamente di evitare di commentare sempre e comunque.

    Comunque sempre interessanti le tue recensioni. Alcune discussioni conseguenti mi hanno anche stimolato, per esempio sulla coerenza della punteggiatura, a cui come scribacchino non avevo fatto caso più di tanto.

    Non vedo l’ora di aver qualcosa da sottoporti per farmelo stroncare: dovrebbe uscire tra poco il mio esperimento di “giallo per ragazzi”, e se lo vorrai recensire accetterò il verdetto con grazia.

  • panssj

    Sicuramente uno stile da affinare, con molte pecche dovute più che altro all’età. Vedremo se l’autrice avrà voglia di continuare e sarà in grado di migliorarsi cosa riuscirà a tirare fuori 🙂
    Ottima recensione complimenti! Dettagliata e approfondita, è stato un vero piacere leggerla ^^

  • Ossimoro

    Leggere le tue recensioni è sempre un piacere! Io sono appena rientrata dalle vacanze! Buon settembre, Marta 🙂

  • Letture di agosto 2012 « Pensieri d'inchiostro

    […] Come sempre non è mia abitudine scoraggiarmi alla vista di una storia non esattamente innovativa, dato che ho incontrato spesso libri le cui trame non fossero nulla di speciale, ma che si sono ugualmente rivelati notevoli o addirittura indimenticabili. Non è questo il caso, purtroppo, di Figlie di Diana. […]

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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