[Recensione] Il patto della viverna

Nuova recensione del progetto, questa volta di un libro fantasy molto particolare. Come al solito, buona lettura!

Il Patto della Viverna_CiesseTitolo: Il patto della viverna
Autore: Maurizio Vicedomini
Generi: fantasy, sword&sorcery
Editore: Ciesse
Collana: Gold
Pagine: 304
Anno di pubblicazione: 2012
Prezzo: €16,00 (eBook €5,00- 5,49)
ISBN: 9788866600547
Formato: brossura, eBook (PDF, ePub, mobi)
Grafica di copertina: Nadia Mozzillo
Editing: Alexia Bianchini
Valutazione:
Grazie all’autore per avermi inviato il libro in formato eBook.

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RIASSUNTO – Nel freddo nord della taiga, un’armata scheletrica rade al suolo un villaggio dopo l’altro, avanzando verso il sud più profondo. Sopravvissuti alla distruzione, Tiros, Khalin e Alannah inizieranno la loro caccia contro un nemico che governa la negromanzia, forte dei poteri di un antico legame.
Ma al patto si contrappone una promessa: la promessa di un cacciatore bramoso di vendetta, disposto a fronteggiare la morte stessa pur di portare il giusto riposo al suo popolo.

mauriziovicedominiL’AUTORE – Maurizio Vicedomini è nato a Napoli nel 1990 e studia Lettere Moderne presso l’università Federico II di Napoli. Legge Fantasy e generi affini da almeno una decina di anni, passando da Tolkien a Feist, da Cronwell a Weis&Hickman. Il suo primo amore – quello che non si dimentica – resta R.A. Salvatore. Più di ogni altra cosa – forse a esclusione della lettura – scrive. Di base Fantasy, ma più va avanti, meno ha voglia di limitare il suo estro creativo. Nonostante la giovane età Maurizio scrive da molto, ma solo di recente si è affacciato al “mondo” della scrittura. Ha partecipato con successo a diversi concorsi per racconti e ha pubblicato a febbraio 2012 il suo primo lavoro monografico, Myrddin di Avalon. Oltre a scrivere sul suo blog, collabora con TrueFantasy con la rubrica FantaCliché, con Fantasy Planet con articoli di saggistica e con Fralerighe con articoli saltuari.

*       *       *

RECENSIONE

Ormai disperavo di riuscire a trovare un romanzo fantasy di stampo decisamente classico che fosse a suo modo originale, scritto bene (e con questo intendo – per una volta – con il mostrato al suo posto e senza gli oramai onnipresenti infodump, tanto per citare un paio degli errori più classici) e per di più pubblicato da un autore italiano – tra l’altro giovanissimo.

Forse vi sembrerà bizzarro, ma una delle prime cose che mi hanno piacevolmente colpita de Il patto della viverna è stata la gestione del punto di vista, a.k.a. il nostro amico PoV. Nel corso della storia lo vediamo alternarsi più volte tra i vari protagonisti, ma ciò che mi ha fatto quasi saltare di gioia è stato constatare un fatto semplice ma cruciale: se la focalizzazione è interna – che ne so – a Tiros, rimane tale per tutto il capitolo, o almeno fino alla successiva interruzione di scena. Una sciocchezza, dite? Be’, per come la vedo io mica tanto: erano forse anni che non leggevo un fantasy in cui il PoV non saltellasse da una testa all’altra come una pallina matta, e trovarne finalmente uno è stato un vero sollievo. Forse non vi sembrerà granché, ma per quanto mi riguarda sono ben felice di segnarlo come punto a favore, per una volta.

viverna2Lo stile, insomma, mi è sembrato di un ottimo livello: come accennavo sopra, il narratore non interrompe mai l’azione per raccontarci del più e del meno riguardo al suo mondo (e se anche lo fa, il tutto risulta comunque ben amalgamato), non si ferma a descrivere a meno che non sia necessario, non abusa di aggettivi e avverbi. Per tutta la durata del libro, insomma, non ricordo di aver mai pensato: “Che noia questo punto, meglio staccare e leggere qualcos’altro”. Insomma, posso dire di aver percepito un buon equilibrio tra le scene d’azione, tutte ben congegnate e assolutamente coinvolgenti, e quelle di pausa tra un episodio e l’altro, nelle quali viene approfondita la psicologia dei personaggi e si conoscono pian piano dettagli sull’ambientazione e sul background della storia.

A proposito dei personaggi, ho apprezzato il fatto che nessuno sia schierato apertamente tra i “buoni” oppure tra i “cattivi”, e in generale ho trovato la loro caratterizzazione davvero buona.
Strano ma vero, ho apprezzato in particolar modo Sezarius, il negromante maledetto che ha stretto un patto con la Viverna: certo è folle, ha progetti di dominio sul mondo e tutto il resto, però ai miei occhi è apparso con un carisma non da poco. Sarà che mi è sembrato quasi all’opposto del comune cliché del kattivo fèntasi, per una serie di motivi che non posso rivelare… Comunque mi è piaciuto: un ottimo antagonista, a mio parere.

Gli unici aspetti che non mi hanno lasciata soddisfatta riguardano perlopiù la trama e le idee utilizzate, e con questo mi riferisco sostanzialmente ai clichè incontrati durante il racconto. Nulla di tremendo, per carità: se anche voi non ne potete più dei soliti elfi o dei contadini sfigati che si scoprono prescelti, allora non pensateci due volte a leggere Il patto della viverna, perché vi garantisco che non ne troverete traccia. Qualche stereotipo del genere, però, mi ha fatto un poco arricciare il naso: vi dice niente, per esempio, l’esercito di esseri scheletrici e immortali che rade al suolo il villaggio dei protagonisti?

8657f5f87e1108c31d43452ec280c94b-d5eurnkInfine, un’ultima nota dolente, che però può benissimo riguardare il mio personale giudizio e nient’altro: la copertina, acciderbolina!
Poco tempo fa il buon Zweilawyer l’ha definita «di una bruttezza quasi ipnotica», e a mio parere non esiste descrizione più azzeccata. Anzi, penso addirittura che danneggi il libro: io personalmente non credo avrei degnato di uno sguardo nemmeno l’anteprima, dopo averla vista… il che è un guaio, perché il contenuto è risultato tutt’altro che scadente. Forse non sarà la più inguardabile di sempre, ma è un peccato che Il patto della viverna ci faccia la figura del fanta-trash, cosa che in realtà non è affatto.
Inoltre – ultimissima annotazione – sempre per citare il suddetto articolo… che ci fa una Zweihänder in un fantasy che non ha nulla in comune col mondo reale?

Sono stata indecisa per un po’ riguardo al voto, più precisamente tra le 3 goccioline e mezzo e le 4, naturalmente tenendo conto dei difetti e dei (non pochi) pregi. Alla fine però ho optato per le prime, contando però di assegnarne 4 senza esitazioni a Il richiamo della luna oscura, prossimo libro dell’autore, che è già in lista e che aspetta di passare tra le mie voraci zampine (anche se, a quanto ho capito, il genere cambia di un bel po’). Il fatto è che si tratta di un fantasy decisamente sopra la media per quanto concerne lo stile, anche se gli aspetti riguardanti la trama a mio parere possono essere ancora migliorati. Pertanto prego l’autore di considerare questa mezza gocciolina in meno non come una penalizzazione, bensì come un incoraggiamento a fare ancora meglio: sento che gli manca molto poco per giungere a un livello davvero notevole, quindi… be’, a questo punto arrivederci alla recensione de Il richiamo della luna oscura, prossimamente su questi schermi!

*        *       *

In sintesi…
Ben scritto, scorrevole e coinvolgente,
mostrato efficace.
Alcuni cliché del fantasy (esercito di
immortali e attacco al villaggio).
Punto di vista saldo. Copertina orribile.
Buon equilibrio tra le scene d’azione e
quelle descrittive, mai noiose.
Personaggi ben caratterizzati, non
“buoni” o “cattivi”.
Alcune idee comunque originali.

*        *       *

Una frase significativa…

Khalin scattò all’indietro nel tentativo di allontanarsi, ma non prima di aver lasciato partire una freccia. Senza guardare se il suo attacco fosse andato o meno a segno, si lanciò di corsa sul terreno fangoso. Appena fuori dall’accampamento, la luce svanì, e con essa i Gotharin. Al loro posto solo la foresta, come se non fossero mai esistiti. Raggiunse in breve tempo il luogo dove aveva lasciato i compagni, ma non li trovò. Si guardò intorno senza riuscire a individuarli.
Lanciò una maledizione a Skar, il dio del massacro, e si nascose come meglio poté fra i canneti. Se i suoi compagni l’avevano davvero abbandonato, forse temendo un tradimento da parte sua, allora non aveva speranze di sopravvivere al combattimento se non con la fuga.
Guardò ancora alle spalle, e quando vide la via libera indietreggiò in fretta. Ancora pochi passi e avrebbe cominciato a correre. Per dirigersi dove, però?
Non ebbe nemmeno il tempo di rispondere al suo quesito quando una freccia saettò nel cielo notturno.

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24 responses to “[Recensione] Il patto della viverna

  • Maurizio 'Zack' Vicedomini

    Ciao Marta, innanzitutto grazie per la recensione 🙂

    Hai citato Zweilawyer nel tuo commento. Lì non ho provato nemmeno a rispondere, conoscendo il clima del blog. Sarei stato solo preso per il classico autore che non accetta critiche. In verità quel post è di una superficialità unica, non avendo l’autore nemmeno letto il libro.

    Ma veniamo a noi. Qui credo di poter “dialogare” più tranquillamente, quindi ti rispondo ai vari punti (naturalmente quelli dolenti, gli altri mi vanno più che bene) 😀

    -Il fattore cliché (Esercito scheletrico). Sebbene personalmente non mi ricordi un libro o una scena in particolare – e sarà di certo una lettura mancata da parte mia – l’intenzione era proprio quella di mostrare una scena nota all’immaginario e rigirarla. Gli scheletri non sono scheletri, ma uomini vestiti d’ossa (lo dico a beneficio di quanti leggono questo messaggio e non hanno sfogliato il libro). È il ribaltamento della situazione, che punta a convergere nel nodo del libro, ovvero la demistificazione o de-deificazione, se mi passi il neologismo, di quanto ritenuto sovrannaturale. Insomma, togliendo i paroloni, è voluto 😛 Mi spiace non sia passato 🙂

    -Copertina: Anche questa è stata fraintesa. Sul blog di Zweilawyer (nei commenti) sono fioccate anche parole poco lusinghiere su chi ha fatto questa copertina. Vorrei mettere in chiaro che questa non è una copertina fatta male o brutta. Questa è una bella raffigurazione di un uomo (molto) brutto, è diverso. Sinceramente sono stufo di tutti ‘sti “bellocci”. Ho chiesto espressamente alla disegnatrice*
    (che potete vedere essere molto brava da immagini come queste:

    https://fbcdn-sphotos-c-a.akamaihd.net/hphotos-ak-ash4/740627_388997571192513_509203419_o.jpg )
    *di mostrarmi il vero Tiros. È un barbaro, e come tale lo volevo primitivo, quasi scimmiesco. Brutto, selvaggio, animale. E potrai notare dal disegno il taglio di capelli non alla moda, la fronte ampia, gli occhi ravvicinati e tutti quei segni di primitività.
    Insomma, un’altra cosa che non è stata capita. Mi rammarico solo del fatto che ci vada per mezzo – per una mia idea – un’abile disegnatrice qual è Nadia Mozzillo.
    Per notare la qualità, basta osservare i dettagli. Il pelo della pelliccia che sembra vero, la definitezza dell’armatura e via discorrendo 🙂
    Sia chiaro, poi può piacere e non piacere. Vorrei mettere i puntini sulle i: non è una copertina disegnata male, ma un uomo brutto disegnato appositamente… brutto 😛

    -Zweihander. La Zweihander è un particolare tipo di spada a due mani. Non è una spada a due mani classica, ma ha delle precise connotazioni: i denti d’arresto, per esempio, che non tutti gli spadoni a due mani hanno. Ora, in quanti libri è stato nominato il buckler? Tantissimi. E ancora si possono trovare le Flamberghe, le Claymore. Sono armi (e scudi, nel caso del Buckler) particolari. Perché dovevo limitare a “spadone” un’arma con precise caratteristiche?
    L’oggetto ha quel nome. Se mi viene contestato l’utilizzo di Zweihander (che qui scrivo senza i puntini perché mi scoccio di cercare la vocale :P) allora perché non l’utilizzo di “spada”, “arco”, “freccia”?
    Insomma, citandoti: “che ci fa una Zweihänder in un fantasy che non ha nulla in comune col mondo reale?”. Che ci fa una spada in un mondo che non ha nulla in comune con il reale? 🙂 Nel mio mondo esistono le spade (come in ogni altro fantasy-medievale), ed esistono anche le zweihander. Che male c’è? 🙂

    Chiudo con un appunto: Domani ho un esame, quindi se sono sembrato particolarmente puntiglioso, nervoso, incazzato, non farci caso. È l’ansia ^^

    • topolinamarta

      Ciao Maurizio, sono felice di vederti anche qua 🙂
      Permettimi di rispondere a tutti i punti che hai sollevato:
      1) Non vedo cosa c’entri la parte delle critiche col post di Zwei: la sua non era una recensione, ma una semplice segnalazione basata sull’anteprima del romanzo disponibile gratuitamente online. Io almeno la vedo così, personalmente non ci ho trovato nulla di male, mi spiace se per te non è stato così.
      2) Riguardo ai cliché… scusa, probabilmente la colpa è anche mia che non mi sono spiegata bene: lo stereotipo a cui mi riferivo era l’esercito dell’antagonista che rade al suolo il villaggio e stermina la popolazione; il fatto che gli uomini fossero scheletri (l’idea è passata, tranquillo 😉 Sono io, ripeto, che non mi so spiegar T.T) poteva essere un dettaglio in confronto al cliché vero e proprio, quello dell’attacco al villaggio… In ogni caso, ribadisco, trovo che non dia un eccessivo fastidio: dopotutto gli elementi originali ci sono, e non sono pochi 😉
      3) Mah, io personalmente ricordo di aver visto copertine raffiguranti brutti ceffi davvero molto brutti, che tuttavia risultavano più gradevoli agli occhi. Non so, non metto in dubbio che sia una questione di gusti personali, ma la prima volta che l’ho vista, garantito, la mia mente l’ha subito accostata ai più celebri romanzi “fanta-trash”, inguardabili già dalla copertina… Mi spiace di non aver compreso l’idea che avevi tu, davvero. Ciò comunque non significa, ovviamente, che la disegnatrice non è capace: la copertina del “Richiamo”, per dire, mi piace già di più 🙂
      4) Infine, a proposito di questa benedetta Zweihänder, credo che tu e Zwei abbiate introdotto una questione davvero interessante… e perciò mi scuso fin da subito, perché mi accorgo che nella recensione ho finito per trattarla con leggerezza, mentre a mio parere necessita di una qualche riflessione in più.
      Da un lato, come dice Maurizio, se un oggetto ha un certo nome bisognerebbe usare quello anche nel mondo fantasy. Dall’altro, però, essendo Zweihänder un termine diciamo “tecnico” come lo può essere naginata per la spada giapponese, non andrebbe usata perché connessa col mondo reale (anche se si parla semplicemente della lingua: non mi sta bene se in un mondo fantasy si trovano parole inglesi quando non dovrebbero esserci, per dire). Però, d’altra parte, a questo punto non bisognerebbe neanche far parlare i personaggi in italiano – o nella lingua dello scrivente – perché a quel punto anche la lingua fantasy sarebbe diversa. Insomma, confesso che questa faccenda delle lingue e degli oggetti legati, in un qualche modo, al nostro mondo sta dando del filo da torcere anche a me.
      Tu però domandi: Devo inventare il nome della “spada” anche nel mio mondo? E perché no, scusa? A me personalmente sembrerebbe un’idea da non sottovalutare, perché è giusto che in un mondo fantasy inventato sia tutto il più possibile diverso dal nostro. Si può pensare anche alle unità di misura, o ai mesi, o a qualsiasi altra cosa: certo, scrivere “La cascata era alta 100 metri” o “Era maggio quando il principe si sposò” risparmia un po’ di spiegazioni sull’uso di eventuali altri nomi… però per evitare il problema si potrebbe creare un glossario separato dalla storia in cui riferire i vari “cambi” (che può leggere chi è interessato, in modo da evitare spiegazioni all’interno della storia, che non fanno mai troppo bene). Del resto in nessun mondo fantasy si commercia in dollari, o sbaglio? 😉
      Io direi di pensarci, in definitiva 🙂

      PS: da germanofila quale sono, in assenza dell'”umlaut”, ovvero i due puntini sopra le vocali, si può scrivere, ad esempio, “zweihaender”… o almeno, così mi dicono a scuola u.u

      • Maurizio 'Zack' Vicedomini

        Vedo che le risposte “restringono il campo”. SPero non restringa troppo, altrimenti fra un po’ saranno larghe appena una parola 😛

        Comuqnue.
        1) Facevo nota del post di Zweilawyer solo perché l’hai citato, non era mia intenzione farne uno dei punti della mia risposta. Non mi piace il tono che usa sul blog, tutto qui 😉

        2) Ammetto la mia ignoranza, non sapevo che un attacco a un villaggio fosse un cliché. Credo, comunque, che il problema dei cliché sia il loro utilizzo dove non c’entrano “perché è fantasy e va fatto così”. Nel mio caso – come tu stesso ammetti – ha un senso e sono contento che non dia fastidio 🙂

        3) Certo, può piacere o meno ^^ Mi importava specificare sull’autrice 🙂

        4) C’è un problema nel dare nomi “nuovi” a tutto. Si scade nell’inutile. Se ha un senso – ai fini della trama, dell’allegoria, dell’ambientazione – nominare una cosa diversamente, allora sono perfettamente d’accordo con il creare un nome ad hoc. Io ho creato una morfo-sintassi da zero per la lingua della morte usata nel romanzo, perché volevo evitare l’effetto parole digitate a caso e nonvolevo usare il latino.

        Tuttavia, laddove non è necessario ai fini della trama, non vedo motivo di creare una parola per dire “spada”. Anche qui, zweihander andava benissimo per quel che mi serviva, poiché non m’interessava che fosse una spada “particolare” -che viene troppo facilmente avvicinata a un artefatto magico – ma solo quel tipo di spadone.
        Per quel che mi riguarda è una scelta stilistica, non un errore. Anche qui – come ogni cosa – può essere condivisibile o meno, ma non per questo è errore 🙂

        Ps. Da ignorante in tedesco ringrazio 😀

  • Fr@

    “Nel freddo nord, un’armata scheletrica” la prima cosa che mi è venuta in mente sono gli Estranei di Martin^^
    Cooomunque 🙂 Mi sono incuriosita davvero molto e penso proprio che ci farò un pensiero. Mi sembra di capire che è autoconclusivo (non vedo specificato altro nella scheda vicino al titolo) e questo è decisamente un punto a favore! Non che non ami le saghe ma sapere tutta la storia dopo un solo libro non mi dispiace 🙂

  • Maurizio 'Zack' Vicedomini

    Confermo, è autoconclusivo 😛
    Martin non l’ho letto, perché odio dover aspettare 5 anni fra un libro e il seguente 😛 Lo leggerò tutto quando (e se) terminerà la saga 😛

    • Fr@

      La pensavo così anche io, poi ho iniziato (uno dei libri lo sto leggendo adesso, credo sia per questo che vedo collegamenti con lui dappertutto ^^ ) e…quando arriverò all’ultimo libro sarà una sofferenza aspettare, motivo per cui gli autoconclusivi li vedo sempre di buon occhio 🙂

  • profgemelli

    Ecco l’orda degli scheletri cosa ricorda a uno del secolo scorso, come me! Ammirate il capolavoro confezionato 50 anni fa (senza computerzsx) del genio della stop-motion Ray Harryhausen!

  • Zweilawyer

    Beh, usare zweihander in un libro fantasy è sbagliato come lo è utilizzare claymore, katana, naginata,ecc. C’è infatti un riferimento alla geografia e alla storia di un mondo, quello reale, che non ha attinenza con quello fantasy. Puoi parlare di spadone o dargli un nuovo nome, e poi descriverlo durante l’azione in modo che emergano le sue caratteristiche. Ho fatto qualcosa del genere con l’addhur in Zodd, e penso sia riuscito abbastanza bene (anche se tutto è perfettibile).
    Allo stesso modo scrivere aggettivi come “erculeo” e “spartano”, o usare modi di dire tipo “in fila indiana”, rompe l’immersione del lettore.

    Aggiungo che andare a caccia con arco e zweihander è pura follia. Quest’ultima è un’arma più leggera di quello che si pensa, ma di un ingombro pazzesco. Dopo dieci minuti che la porto in spalla devo cambiare lato, si incastra nelle porte e per portarla dietro la schiena c’è bisogno di una imbracatura particolare tarata sulla singola persona.
    Vi assicuro che girare i boschi con una zweihander è quanto di più scomodo si possa immaginare.

    • Maurizio 'Zack' Vicedomini

      Non sono d’accordo. Le parole sono veicoli di significato, attraverso idee nella mente del lettore. Se io posso fornire più informazioni senza dilungarmi in descrizioni (che personalmente salto di continuo in ogni lettura), lo preferisco. Poi può piacere o meno, sia chiaro, ma non credo sia individuabile come errore stilistico o logico. Nel mio mondo esistono spadoni a due mani – corrispondenti alle Zweihander – e si chiamano zweihander. In giappone la Katana è la “spada”. Se io dico spada, loro intendono direttamente la katana. Allora perché dovremmo intendere la spada occidentale con il termine “spada”? È scorretto. Devo inventare il nome della “spada” anche nel mio mondo?
      Il discorso può essere allargato a ogni denominazione e definizione.

      Pertanto, il riferimento è fine a sé stesso, poiché – prima di essere arma di popolazione x, coi mamelucchi y, in territorio z – è il nome proprio di un determinato tipo di spada a due mani. Un oggetto che ha un nome, quel nome io utilizzo.

      Per il fattore scomodità, certo non è la cosa più comoda del mondo, ma non è nemmeno impossibile. In un bosco non troppo fitto, com’è quello del libro, la Zweihander è solo un peso sulle spalle, non un grande ingombro.
      Inoltre ho considerato una popolazione primitiva, più animalesca e forte – come spiegato per la copertina. Tiros è quindi strutturalmente più forte degli uomini medievali (figuriamoci degli uomini di oggi, che hanno perso l’abitudine a portare pesi e ai lavori pesanti). Fatte queste congetture, la caccia diventa appena più problematica del normale con una Zweihander.

      • Zweilawyer

        Parto dalla fine. Se dici che la zweihander è solo un peso e non un grande ingombro è evidente che non hai provato a portarne una in giro (specie in un bosco). Sorvolando sui primitivi che forgiano lame enormi e molto complesse come quelle delle zweihander, vorrei tornare alla questione delle scelte linguistiche infelici.

        Stressando la tua posizione al massimo, si arriverebbe a dover scrivere in un’altra lingua, inventata ad hoc (non solo “spada”, ma anche il verbo “essere”, i nomi, gli aggettivi, ecc.). Il discorso che ho fatto io invece è lo stesso che ti conduce a non utilizzare “Ok Sezarius” o “Ciao darling”.

        Scrivi nella tua lingua e non inserire chiari riferimenti al mondo reale (scriveresti mai “armatura massimilianea”?) o vocaboli tedeschi, inglesi o giapponesi. E’ un buon consiglio ed è gratis, ascoltalo.

        Ahò, poi se preferisci perseverare nell’errore sei libero di farlo.

  • benlet91

    Guarda che Maurizio ti ha spiegato bene che la sua zweihander è solo una spada a doppia lama, non per forza la famosa zweihander!

    Cmq a chi interessa ecco la mia recensione:
    http://myuniversalmind.wordpress.com/2013/01/05/riflessione-su-il-patto-della-viverna-di-maurizio-vicedomini/

    • topolinamarta

      Intanto benvenuto! 🙂
      Guarda che ho capito il problema, e anzi ho cercato di approfondirlo in un commento qui sopra. Io personalmente, però, le avrei cambiato nome: “zweihander” in tedesco vuoi dire “due mani”, giusto? E nei fantasy deve esistere almeno una lingua diversa dalla nostra, no? Quindi perché non inventare un nome corrispondente?

      • benlet91

        Grazie!
        Allora, sì ho visto… il mio commento è datato prima della tua spiegazione.
        Sì, certo avrebbe anche potuto inventare un nome, ma non credo sia un qualcosa da criticare.
        Cmq ognuno ha le sue idee… meno male, direi! 😄

      • topolinamarta

        Sìsì, certo, infatti ho risposto dopo di te 🙂
        Ovviamente sì, il mondo è bello perché è vario: ho solo ritenuto opportuno segnalarlo, dato che anch’io scrivo e la vedo in modo differente, tutta qua 😉

  • Maurizio 'Zack' Vicedomini

    Non riesco a rispondere al post di Zweilawyer (non mi esce “risposta” come agli altri), quindi rispondo qua:

    Non viene detto da nessuna parte che l’hanno forgiata loro 😉 E inoltre ho spiegato perché diventa ingombro e non grave handicap. Inutile ribadire quanto già detto.

    Ti invito a leggere la risposta che ho dato a Marta, poiché risponde anche al tuo commento sulla lingua.
    Non lo ritengo un errore, ma una scelta stilistica. Condivisibile o meno, certo, ma comunque una scelta stilistica.
    Ti chiedo solo una cosa: se sei sicuro che sia un errore e non c’è possibilità di dialogo a riguardo (lo deduco dalle righe finali del tuo commento), evitiamo di andare avanti in questa discussione. Sono apertissimo a discutere se c’è un’apertura, ma se tu sei convinto che tu hai ragione e io torto, la cosa diventa inutile e infruttuosa 😉

    Un saluto

  • Zweilawyer

    Non ho interesse a sprecare altro inchiostro digitale per spiegare che 2+2 fa 4.

  • Priscageddon

    Perché ci si continua a nascondere dietro le “scelte
    stilistiche” quando è ovvio che suona solo come una scusa? Non sono
    una “fan” di Zwei o di Vincenzo in particolare (considero pregi e
    difetti di entrambi), ma la questione della terminologia mi sembra
    piuttosto elementare e non riguarda affatto le “scelte stilistiche”
    – o un esame in Psicolinguistica *alza la mano* – ma semplice
    buonsenso. Vincenzo, davvero, accogli la critica, perché non puoi
    sostenere il contrario in alcun modo. Questo per il semplice fatto
    che Zwei, sull’argomento, ha ragione. E, da studentessa diplomata
    dell’Istituto d’Arte-barra-figlia di architetti-barra-appassionata
    amatoriale di grafica e storia dell’arte, ti assicuro che la cover
    fa proprio schifo. Ero tentata di dirlo anche su Facebook ma in
    quel periodo non avevo voglia di essere linciata. Con il commento
    non mi riferisco alla carriera artistica dell’autrice – che non
    conosco e, sinceramente, chi se ne frega ora – ma solo al soggetto
    grafico in questione. A tutti gli illustratori (o artisti) capita
    di fare lavori più o meno riusciti (ultimamente, ho visto una
    mostra in cui era presente anche Boldini e mi ha stupito scoprire
    che i suoi ritratti, tanto acclamati, risultano poco significativi
    se accostati al pioneristico “Notturno a Montmartre”, che anticipa
    di quasi tre decenni i futuristi). E’ un peccato che a te siano
    capitati i più scadenti. Pace, ma non devi giustificare a oltranza
    qualcosa che è ovvio. Ti dico tutto questo senza alcuna saccenza,
    mi raccomando. Non ti sto facendo una critica, ma cerco di venirti
    incontro in pace. Puoi anche sorvolare la mia risposta, non
    m’importa. Solo mi danno fastidio queste arrampicate sugli specchi
    e non è mai troppo tardi per rimediare. Soprattutto riguardo a
    critiche supportate da esperienza e documentazione. A ogni modo,
    lascio una saluto sia a Vincenzo che a Zwei che a Marta, tre
    persone che stimo molto. P.S. “Sperimentazione stilistica”?
    AAAAAAAAAAAAAAAAAAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!

    • Maurizio 'Zack' Vicedomini

      Semplice, Prisca, perché non è una scusa. Come suoni a me importa poco, perché il discorso secondo cui non possa dire Zweihander nel libro è basato su regole che empiricamente è possibile estendere, come ho già spiegato, a ogni altra parola dell’alfabeto. Tutto l’Italiano è basato sul latino e dunque – geograficamente – nel vecchio continente. Questo dovrebbe impedirmi di usare parole italiane?
      E se il discorso – e dunque la regola, che regola non è, ma solo congettura – può essere allargato ed esteso in un senso, non vedo perché non possa essere fatto anche nell’altro.

      Quello che mi ha sempre dato fastidio di questi discorsi è l’intransigenza. Tu – e Zweilawyer prima di te – dici “è un errore”. Ma cos’è un errore? L’errore non esiste. Nemmeno in grammatica, se consideriamo diversi tipi di situazioni comunicative, un congiuntivo ammazzato è un errore. È solo un differente utilizzo alla lingua basato su diversi livelli di assi diastratico e diafasico. È la prima lezione di linguistica.

      E come è possibile venire a dire “è un errore”? Si può proporre l’errore. Chiedere spiegazioni. Ma nella scrittura se arriva la risposta, se l’utilizzo di tale forma è stato scelto per un motivo, allora non è più errore, ma scelta stilistica.

      A me non frega nulla che la parola Zewihander risvegli (in quelle 2-3 persone che ne conoscono l’origine) informazioni geografiche. Importa, invece, che con un solo termine ho aperto un frame di informazioni (e se hai fatto psicolinguistica credo che il concetto di Frame non ti sia nuovo). Amen.

      Mi spiace per la tua risata finale, perché dimostra una mancanza di apertura. Sperimentazione stilistica non deve causare risa, ma concentrazione, interesse.

      Senza nulla togliere a Marta – che anzi è esclusa da questo discorso, poiché ha analizzato con oggettività il testo e ha fatto domande laddove altri hanno puntato il dito – ma la critica di un testo letterario non si fa dicendo “questo è un errore, questo è un errore, quest’altro è un errore”.
      La critica si porta avanti chiedendosi “Perché l’autore ha scritto così, quando invece poteva scrivere così o cosà?”
      Questa è la critica. Il concetto di errore è invece affidato a coloro che fanno delle proprie conoscenze l’unico metro applicabile, e ciò che non vi rientra è, appunto, un errore.
      È un concetto superato.

      Con cordialità. Ancora una volta chiedo scusa se il mio tono può sembrare iroso. Non è mia intenzione 🙂

      Ps. Maurizio, non Vincenzo ^^

      • Priscageddon

        Mi spiace, rimaniamo in “schieramenti” (se così bisogna proprio intenderli) differenti al proposito.

        P.S. Scusami, ho fatto mash-up tra nome e cognome. Me ne sono resa conto il giorno dopo; purtroppo, non ho internet sempre a disposizione.

      • mauriziovicedomini

        Il mondo è bello perché è vario, pensarla diversamente fa parte della natura umana. L’importante è che non ci sia intransigenza o arroganza 🙂

        Ps. Non preoccuparti ^^ L’ho specificato perché, quando ho letto il tuo commento, ho dato uno sguardo veloce ai commentatori per vedere se stessi rispondendo a un Vincenzo che m’era sfuggito 😀

  • Letture di gennaio 2013 « Pensieri d'inchiostro

    […] Ormai disperavo di riuscire a trovare un romanzo fantasy di stampo decisamente classico che fosse a suo modo originale, scritto bene e per di più pubblicato da un autore italiano. Forse vi sembrerà bizzarro, ma una delle prime cose che mi hanno piacevolmente colpita de Il patto della viverna è stata la gestione del punto di vista, che rimane sempre dentro la testa di un unico personaggio dall’inizio alla fine del capitolo, e quindi senza saltelli continui. Lo stile, insomma, mi è sembrato di un ottimo livello: il narratore non interrompe mai l’azione per raccontarci del più e del meno riguardo al suo mondo, non si ferma a descrivere a meno che non sia necessario, non abusa di aggettivi e avverbi. A proposito dei personaggi, ho apprezzato il fatto che nessuno sia schierato apertamente tra i “buoni” oppure tra i “cattivi”, e in generale ho trovato la loro caratterizzazione davvero buona. Gli unici aspetti che non mi hanno lasciata soddisfatta riguardano perlopiù la trama e le idee utilizzate, e con questo mi riferisco sostanzialmente ai cliché incontrati durante il racconto. Si tratta, in definitiva, di un fantasy decisamente sopra la media per quanto concerne lo stile, anche se gli aspetti riguardanti la trama a mio parere possono essere ancora migliorati. (Recensione completa qui.) […]

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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