Intervista a Gloria Scaioli!

Salve, amici lettori di Pensieri d’Inchiostro! Oggi desidero ospitare sul blog un’autrice che abbiamo già incontrato, e di cui in futuro sentiremo ancora parlare, e che ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande riguardo al mondo dei libri. Sto parlando di Gloria Scaioli, il cui primo libro – La radice del rubino – trovate recensito qua. Buona lettura!

scaioli

D: Un bravo scrittore dovrebbe essere innanzitutto un buon lettore. Sei d’accordo con questa affermazione? Raccontaci com’è il tuo rapporto con la lettura e quale importanza hanno i libri nella tua vita.

R: Tutto dipende da che cosa intendiamo per “buon lettore”. Non basta essere “divoratori” di libri: un divoratore può essere un lettore appagato, un ottimo fruitore che sa trarre piacere dalla pratica del leggere. Come un frequentatore di musei non necessariamente è un artista. Penso che un bravo scrittore debba essere un lettore attento. Per lo scrittore leggere non è solo divertimento, ma anche palestra. Dai libri si trae la voglia di scrivere e non solo da quelli che piacciono. A volte l’ispirazione nasce anche da delusioni in seguito alle quali viene spontaneo dire a se stessi: “io avrei sviluppato la vicenda in altra maniera”. Per quello che mi riguarda penso di essere una lettrice molto esigente. Leggo lentamente per assaporare la scrittura e per gustarmi gli sviluppi della trama. Mi piacciono le storie ben costruite e i colpi di scena. Non tollero la noia, le lunghe divagazioni erudite o gli intenti striscianti di certi autori che vogliono far passare un messaggio prestabilito. Leggo quando ne ho veramente voglia, altrimenti perdo il gusto della lettura. A volte interrompo la lettura di un libro e lo riprendo anche dopo molto tempo, magari inframezzandolo con altro. Certo, d’estate al mare, tutto diventa più piacevole.

D: Parliamo ancora di scrittura: quando e quanto scrivi? Ti prefissi un certo numero di ore/pagine giornaliere di scrittura oppure lasci che sia l’ispirazione a farti cominciare?

R: Non mi sono mai imposta ritmi di lavoro forzati. Non ne vedo lo scopo. Attualmente non ho pressioni per finire da parte di nessuno. Capisco che avendo a disposizione più materiale si hanno più possibilità di venire pubblicati e di arricchire il curriculum, ma ha senso, dopotutto? Per me la scrittura ha una forte componente di piacere di scrivere, che in genere viene completamente a mancarmi se introduco il fattore “ansia”. Poi, certe volte, se mi trovo del tempo, scrivo anche se non sono completamente ispirata: grazie a quella magnifica invenzione che è il computer si fa sempre in tempo a cancellare gli eventuali passi falsi. In realtà certe volte vengono fuori anche delle sorprese da queste sedute di lavoro. Inoltre cerco di non lasciare che la storia si areni. Ci saranno sempre punti di snodo difficili, trame su cui lavorare impiegando più tempo: prefissarsi delle tappe forzate, a volte, crea solo un forte senso di squilibrio in quello che si intendeva equilibrare.

D: Come ti comporti quando hai in testa un nuovo personaggio e vuoi farlo conoscere a chi legge? Hai già in mente il suo “identikit” prima di scrivere, oppure lasci che si riveli pian piano anche alla sua ideatrice? E soprattutto quanto inserisci di te stessa all’interno del suo carattere?

R: Dipende. I protagonisti nascono in maniera più approfondita dall’inizio, con un loro passato e caratteri più definiti. I comprimari e le comparse, invece, sono in genere funzionali alle vicende. Però mi è capitato più di una volta che un personaggio nato come comprimario abbia finito per “prendersi i suoi spazi”. Cerco sempre di non essere troppo categorica, di trattare i personaggi come se fossero persone e quindi di “lasciare loro” la possibilità di crescere e di cambiare rotta se la situazione narrativa lo consente. Per quello che riguarda l’ultima domanda cerco di inserire il meno possibile di me nei personaggi, di usarli come fossero indipendenti. Mi ha aiutato tanto in questo il gruppo di ragazzi per cui scrivo testi teatrali: io creo i personaggi, ma poi li riempiono loro: studiando il modo in cui un contenitore viene riempito ho cercato di fare lo stesso nei tasselli dei romanzi.

D: Desideri comunicare qualcosa a chi legge, per esempio un messaggio particolare, oppure ti limiti a raccontare le tue storie e a concedere al lettore la libertà di leggervi i significati che preferiscono?

R: I messaggi troppo marcati, secondo me, generano un effetto esageratamente didattico e didascalico. Nel romanzo ci sono situazioni. Ti posso dire che lo squilibrio è sempre negativo, mentre l’equilibrio e il pensiero razionale caratterizzano i personaggi positivi. Poi ogni lettore porta nella lettura qualcosa di sé e con questo anche la sua interpretazione dei fatti presentati nella storia.

D: Ne La radice del rubino ho trovato parecchi riferimenti alla civiltà e alla mitologia classica: come si conciliano questi due mondi apparentemente molto lontani, ovvero la realtà classica e la letteratura fantasy?

R: Siamo solo nel campo del nominalismo, perché ci attacchiamo fortemente alla definizione anglosassone di fantasy. Siamo piegati a quell’interpretazione perché il termine è inglese e perché siamo bombardati da immagini di un certo tipo. In realtà la narrativa fantastica nasce proprio dalla mitologia classica. Le immagini e le storie dell’Antica Grecia e di Roma sono state filtrate da un contesto nordico che ha creato il prototipo fantasy (soprattutto con Tolkien) e poi lo ha a sua volta esportato. Non è necessario, però guardare sempre e solo a questa realtà “specchiata” come ispirazione, non è certo proibito andare ad attingere all’origine. Ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che mi ha presentato questo serbatoio culturale immenso; a mia volta, insegnando, cerco di tramandarlo ad altri. Non dico che sia sbagliato uniformarsi a un modello vincente e di moda, dico solo che bisognerebbe farlo essendone consci, non perché non si ha alternativa e si viaggia con un bagaglio culturale estremamente leggero.

D: Sempre all’interno del tuo primo romanzo, in particolare nella pagina dedicata all’editore, troviamo questa massima di Carver Mead: “È facile avere un’idea complicata. La cosa davvero molto, molto complicata è avere un’idea semplice”. Racconta come è nata l’idea per scrivere La radice del rubino e se ti sei riconosciuta in questa frase, durante la sua realizzazione.

R: La frase viene dopo, dato che arriva a processo ormai concluso. L’idea è sempre stata quella di raccontare una storia: cosa c’è di più semplice e istintivo che raccontare? In realtà il mio è un libro complesso, molto ricco di trame e sotto trame, ma ho sempre cercato di mantenere un filo conduttore che aiuti il lettore a districarsi. Penso che sia questa la mia idea semplice.

D: Ritieni che un autore, per far sì che il suo libro sia apprezzato, debba soffermarsi maggiormente sulla costruzione di una trama avvincente oppure sulla cura dello stile? Oppure su entrambe?

R: Entrambe: la prima per avvincere, la seconda perché non stiamo stuccando un muro, l’ambizione è realizzare un buon affresco. È come una bella canzone: ci vuole un testo significativo e una musica adeguata, altrimenti otteniamo rime con cuore-amore su una melodia composta con il computer.

D: Come vivi l’importanza sempre maggiore che i libri elettronici stanno conquistando nel mercato letterario? Pensi che il futuro dell’editoria sarà in mano agli eBook oppure credi che il cartaceo non sia ancora alla fine dei suoi giorni?

R: Te lo dirò quando avrò un lettore e-book. Non sono contraria e mi fa veramente piacere che la gente legga, a prescindere dal supporto su cui legge. Spero che il progetto di Plesio di editoria digitale prosegua e che venga a coinvolgere anche i miei romanzi. Per ora io vado ancora con il cartaceo e mi trovo bene così. Non credo che il cartaceo sparirà, però non so cosa ci riservi il futuro. Posso solo dirti che io sono assolutamente disponibile ad adattarmi.

D: Fai finta che io non abbia ancora letto il tuo romanzo, che abbia solo adocchiato la trama e che ne sia rimasta incuriosita, ma che sia ancora indecisa se comprarlo o meno: per quale motivo un futuro lettore dovrebbe leggere il tuo libro? Cos’è che, secondo te, lo rende speciale e unico rispetto agli altri?

R: Domanda veramente difficile. Non sono brava a vendere, se avessi un negozio, sono sicura, fallirei miseramente. Io credo che i miei romanzi nascano da molto lavoro, sono prodotti curati, sia da me, sia dallo staff che se ne è preso cura in fase di produzione del libro definitivo. Mi chiedi perché dovresti leggere il romanzo, io ti rispondo, siccome mi parli di interesse, perché non dovresti?

Questa era l’ultima domanda, Gloria! Grazie per aver risposto, e in attesa che arrivi il turno di leggere il tuo secondo libro, Il labirinto d’ambra, ti faccio tanti auguri per la tua carriera di scrittrice!

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4 responses to “Intervista a Gloria Scaioli!

Stretta è la soglia, larga è la via: dite la vostra, che ho detto la mia!

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