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[Segnalazione] La Stirpe di Agortos

Titolo: La Stirpe di Agortos – Prima generazione
Autrice: Elisabeth Gravestone (aka Alessandra Paoloni)
Genere: fantasy
Editore: REI
Pagine: 194
Data di pubblicazione: 20 aprile 2012
Prezzo: €16,00 (ebook: €5,00)
Formato: brossura
ISBN: 9788897362753


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[Segnalazione] La profezia del lupo

Quando mi reco in libreria per esplorare gli scaffali alla ricerca di un qualche libro interessante da aggiungere alla mia personale (e lunga) Lista dei desideri, il più delle volte esco a mani vuote e profondamente delusa, dato che la nientezza più estrema sembra regnare sovrana tra le quarte di copertina che mi cadono sott’occhio. Ogni tanto, però, mi capita di imbattermi in romanzi che sembrano stati scritti apposta per finire tra le avide zampine della sottoscritta… e quando dico questo, intendo sia nel bene che nel male.
Anche qui, però, dipende dai punti di vista: il libro di cui vorrei parlarvi oggi di per sé entrerebbe nella categoria del “male”… ma volete mettere la soddisfazione da parte mia nell’assaporare la prospettiva di una nuova e alquanto succulenta recensione? 🙂
Ecco a voi, dunque, il bottino della mia ricerca. Fate un bell’applauso per…

La Profezia del Lupo – L’eredità dell’ombra

di Marilù Monda 

Titolo originale: Crossroads of Destiny
Genere: fantasy
Editore: Piemme
Collana: Freeway
Pagine: 382
Data di pubblicazione: 29 maggio 2012
Prezzo: €14,90
Formato: rilegato con sovraccoperta
ISBN: 9788856620535
Traduttore: Roberta Marasco

  
 

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Recensione: Sitael – La seconda vita

Come promesso nelle “Letture di luglio”, ecco qui la recensione approfondita di Sitael – La seconda vita, romanzo d’esordio di Alessia Fiorentino.

Titolo: Sitael (1/3)
Sottotitolo: La seconda vita
Autore: Alessia Fiorentino
Genere: fantasy classico, lotta luce/buio
Lingua: italiano
Editore: Dario Flaccovio
Collana:  –
Pagine: 861
Anno di pubblicazione: 2010
ISBN: 9788877588463
Prezzo: € 22,00
Formato: brossura
Valutazione

Qualcosa sull’autrice

Anche per questo libro mi sembra d’obbligo spendere qualche parola sull’autrice, sulla nostra Alessia Fiorentino (classe ’90). Di lei sappiamo che, prima di iniziare a scrivere il suo romanzo, non aveva mai letto niente di fantasy, anzi, non conosceva neanche questo genere. Aveva però il desiderio di leggere una storia fantastica, così invece che continuare invano a cercarla ha deciso di scriverla.
Ora, una delle regole non scritte che ogni autore dovrebbe rispettare è: scrivi solo di ciò che conosci. Vi state già chiedendo, dunque, come abbia fatto una quattordicenne a scrivere un fantasy così corposo senza mai aver letto nulla o quasi di fantasy? Anch’io ero molto curiosa di scoprirlo, perché mi è capitato spesso di leggere libri scritti da autori che affermavano di non essere mai stati dei buoni lettori… e la mancanza di un bagaglio di letture di fondo si faceva sentire. Con Sitael sarà diverso?, mi domandavo prima di leggerlo. Lo scopriremo insieme fra poco, perché la presentazione della nostra giovane scrittrice non è ancora giunta al termine.
Alessia Fiorentino, infatti, non ha scritto un libro soltanto: da quando aveva 14 anni fino ai 20 ne ha scritti ben sei, raggruppati in due trilogie, mentre la sua età anagrafica coincideva con quella del suo protagonista, Etenn. La stesura di ogni romanzo, in pratica, è durata un anno, in modo che Alessia ed Etenn avessero sempre la stessa età.
Di lei sappiamo anche un altro interessante particolare: come Alessia scrive nella sua presentazione, Sitael si è scritto da solo, quasi di getto. Un bene? Un male? Anche questo lo scopriremo presto.

Alcuni assaggini 

Entriamo subito nel vivo della recensione e cominciamo a esaminare il nostro libro: come i più arguti di voi avranno intuito guardando la copertina e come sarà facile intuire fin dall’inizio del libro, il bel ragazzo che vi troviamo, naturalmente, è Etenn, il protagonista della storia… per la gioia dei lettori che preferirebbero immaginarsi da soli i personaggi, piuttosto che trovarseli già belli e pronti.
So che questa può essere un’opinione oggettiva, ma per quanto mi riguarda quella di piazzare in copertina la faccia del protagonista non è proprio una gran trovata: e se a un lettore a caso (tipo me) la suddetta faccia facesse schifo? In questo caso ci sarebbe poco da fare, a parte cercare il più possibile di non guardarla: solo perché l’autrice si immagina il suo personaggio in questo modo, non significa che per me sia lo stesso. Un esempio sono quelle inguardabili righe nere attorno agli occhi che danno al personaggio un’aria decisamente emo: non mi risulta, perlomeno, che nel mondo di Etenn esiste l’eyeliner.
Vi invito a verificare di persona, inoltre, l’originalità della suddetta copertina, copiata pari pari da un’immagine di Frodo Baggins. Stessa identica posizione della mano, stesso sguardo profondo, quasi stesse pieghe del mantello… Semplice ispirazione? A me, sinceramente, sa più di plagio.*

making gifs

Ad ogni modo passiamo oltre. Apriamo il libro e… magia! Niente cartina diciottoperventicinque!

In realtà, andando a curiosare sul blog dell’autrice, ho scoperta che la suddetta cartina esiste:

A parte i nomi random, un numero un po’ ridotto di città per un mondo così grande, la grossa riga nera che ha tutta l’aria di essere un fiume che va da mare a mare, la città del kattivo (Goriahm) piazzata nell’angolo più in alto al di là di una catena di cucuzzoli e le montagne stranamente tutte uguali, devo ammettere che non è malaccio come mappina fèntasi. C’è molto di peggio, perlomeno.
Non avendola sott’occhio mentre leggevo il libro, però, non ho potuto seguire i movimenti dei nostri personaggi, perciò non saprei dire se è stata disegnata tenendo conto della storia o se è stata realizzata alla “tanto per”. Inoltre, non è stata inserita all’interno del libro, e visto che questa è una recensione sul libro e non sull’intero background ideato dall’autrice per la sua storia, non ne ho tenuto conto nella valutazione del libro. Anche perché non avrebbe fatto una gran differenza, è chiaro.

Diamo un’occhiata alla fenomenale lista della spesa introduzione che si trova a inizio libro:

Benvenuti in un mondo
in cui avvengono cose straordinarie.
Alcune magiche e meravigliose.
Altre… terribili.
Ma alla fine voi,
e solo voi,
riuscirete a vincere.
Coraggio.
Lealtà.
E Luce.
Vi accompagneranno in questo lungo viaggio.
Pensate quello che volete,
ma questa storia… Già.
Questa storia è vera.

Solo a me viene spontaneo domandarmi come sia possibile che alla fine “noi” riusciremo a vincere, considerato che la storia è ambientata in un altro mondo? Mah, non chiedetemelo: siamo in un libro fèntasi, e tanto basta. Posso pensare quello che voglio? Molto bene: penso che chi ha scritto questa introduzione avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più, perché così sembra provenire direttamente da un videogame. Solo che ci troviamo in un libro, e questo non è propriamente un bene.

Prima di proseguire, vi consiglio di dare una spizzicata al capitolo che la Dario Flaccovio mette a disposizione sul sito.

Dopo questa breve introduzione, ci troviamo con una delle cose che proprio non può mancare in un fèntasi, ovvero il prologo. Leggasi: la soluzione più sfruttata dagli scrittori pigri, che naturalmente preferiscono di gran lunga raccontare il tutto invece che mostrarlo nel corso del romanzo, per introdurre la loro storia. E Sitael, naturalmente, non fa eccezione.
In questo prologo scopriamo che la storia è ambientata a Lycenell, la “terra antica e lontana circondata dal mare”; conosciamo il mega-superkattivo di turno, ovvero Qurasch,  che è nientemeno che il figlio del Demonio in persona!

Ecco a voi il terribile Qurasch!!! Paura, eh?

Poi veniamo a sapere che il nostro amico Qurasch ha inventato un esercito di mostri brutti&kattivi di nome Varles, e un bel giorno decide di attaccare Varvaria, una delle città di Lycenell. Ma una donna di nome Regina riesce a fuggire e raggiunge Oreah, dove fa un patto con il Sole: fonderà in suo onore un ordine di cavalieri, i cui componenti sarebbero stati scelti per via del fykissimo potere di possedere la Luce. Il cambio il Sole donò il Sitael, che è un’altra fykissima arma in grado di distruggere Qurasch il Superkattivo, il quale a sua volta è l’unico che può distruggere il Sitael. Che botta di originalità, non trovate? Non c’è niente di più innovativo dell’epica ed eterna lotta tra la luce e il buio! E soprattutto, il kattivo veramente kattivissimo è un’idea che non si era mai sentita prima, nevvero?
Ecco, cara Alessia, cosa succede a voler scrivere fantasy senza aver mai letto nulla di fantasy.
Oddio, se è per questo non è vero neanche il contrario: esistono scrittori di vasta cultura del genere, i cui libri non sono proprio il massimo dell’originalità. Ma almeno dopo aver letto un discreto numero di libri fantasy, un lettore dovrebbe avere già un’idea di quali sono i cliché più tipici del genere, e di conseguenza dovrebbe almeno tentare di evitarli. Ma se non si conosce minimamente un genere, non solo si scadrà negli stereotipi più ovvi, ma lo si farà ignorando che ciò che si sta scrivendo non è esattamente l’idea più innovativa del mondo. L’unico punto a favore che mi sento di dare a questo prologo è il seguente: è conciso, non si perde in riflessioni e descrizioni inutili, e soprattutto è breve; i frequenti spazi, inoltre, lo fanno scorrere velocemente. Sempre meglio di un prologo stile Gli eroi del crepuscolo, in ogni caso.

Fine del prologo. Salto di ben 300 anni.
Ora ci troviamo a Varvaria, dove, ancora prima che sorga il sole, una donna esce di casa da sola, si allontana dal villaggio e attraversa prati e boschi prima di arrivare a una sorgente, dove si ferma e fa il bagno.
Notate niente di strano? Be’, spiegatemi se una cosa del genere è plausibile, visto che, come si capisce dopo poco, i Varles, i kattivi al servizio di Qurasch, sono ancora in circolazione! Da quando le ragazze in un epoca pseudo-medievale se ne vanno in giro sole solette in piena notte, si spogliano per farsi il bagno e rimangono lì tranquille senza che un qualche malintenzionato le noti?
Lo so, avete ragione: è fèntasi, non bisogna farsi problemi su queste cose!
Nella scena, però, compare anche un altro individuo: una figura nera dall’ombra nera, incappucciata di nero e che è seguito da una nebbiolina nera (chi sarà mai?), sale sul pendio roccioso che lo porta al di sopra della cascata, portando con sé un fagotto nero. Una volta arrivato in cima, getta il fagotto nella cascata, senza accorgersi della bella donna che sta facendo tranquillamente il bagno… Casualmente, però, il fagotto ritorna a galla e la donna lo solleva dall’acqua, lo apre e… sorpresa! C’è un neonato! *Stupore generale* Ma non è un neonato qualsiasi: è il più bel neonato che la donna abbia mai visto! Biondo, con gli occhi color oro… che chiedere di più? E indovinate un po’ il nome che viene affidato al piccolo: si chiamerà Etenn, che significa nientemeno che portatore di luce… e già a questo punto anche il lettore più ingenuo avrà capito tutto della storia.
Serviva tirarla per le lunghe per più di 800 pagine, anzi, addirittura per sei libri? Naturalmente sì, e scopriremo subito il perché.

Un minestrone di stereotipi

È questa la prima definizione che mi è venuta in mente non appena ho concluso questo romanzo. Anzi, no, molto prima di averlo concluso: in realtà, la puzza di cliché si percepisce fin dal capitoletto introduttivo. In Sitael troviamo, infatti:

• un protagonista Gary Stue (ho calcolato personalmente il grado di Marysuaggine grazie all’apposito test: non è di quelli irrecuperabili, ma è comunque un malato grave) – rigorosamente orfano, adottato e tenuto all’oscuro delle sue origini – che all’inizio del libro non riesce a tenere in mano una spada, ma che diventa bravissimo nel giro di pochi capitoli, per l’esattezza a partire dall’amnesia che subisce;

• il suddetto protagonista, ovviamente, si rivelerà essere il predestinato, l’oggetto della misteriosa profezia, “colui che è nato per essere Luce”;

• come se non bastasse, finisce per ingoiare accidentalmente una pietra magica che gli fornisce altri magic powers specialissimi e unici;

• il solito superkattivo che terrorizza tutti per ben tre ere, ma che un quattordicenne riesce a sconfiggere in un capitolo;

•  degli elfi – che sono uno stereotipo già per conto loro – non si sa molto; qui, infatti, si parla per lo più degli Sharephi,  che in pratica erano elfi ma si sono slegati da loro, trovandosi naturalmente un nuovo nome. Anche parlando degli Sharephi, però, le cose non migliorano, perché dei tre individui che compaiono nella storia, la ragazza è anch’essa una Mary Sue, il primo ragazzo è decisamente lunatico (all’inizio è un presuntuoso come pochi, poi finisce col diventare super simpatico con Etenn, e i suoi atteggiamenti si alternano di continuo) e il secondo è fondamentalmente inutile, tanto che viene tolto di mezzo non appena si presenta l’occasione giusta;

•  il solito viaggio periglioso attraverso mezza Lycenell per raggiungere Oreah, la città dove si trova il sole; per 700 delle 861 pagine non succede altro;

• ah, e non scordiamoci del fatto che il protagonista – perfetto sotto ogni punto di vista – possiede un fratello anch’esso molto kattivo, creato da Qurasch per distruggerlo in caso lui fallisse: Etenn è biondo con gli occhi color oro, mentre Stacra è moro con gli occhi rossi; Etenn è luce così come Stacra (questo è il nome del fratello kattivo) è buio; Etenn rappresenta il bene come Stacra rappresenta il male. Altra botta di originalità, non trovate? Non farò spoiler, però, casomai dopo questa recensione ci sia ancora qualcuno disposto a leggere questo mattone, perché in fondo in fondo un che di interessante in questa lotta tra fratelli rimane… Niente di sconvolgente, però;

Stacra, il gemello kattivo di Etenn.

•  infine, abbiamo come idea di base un concetto vecchio come il mondo: il Sitael, infatti, è un’arma di luce, è in pratica luce allo stato puro. È una luce che non viene mai e poi mai intaccata dalla tenebra, e di conseguenza il suo portatore non può che essere perfettamente buono. E permettetemi di obbiettare che un personaggio completamente buono è piuttosto irreale: possibile che non abbia mai un momento di debolezza, una crisi di panico, una fase di sconforto, un attimo di follia e desiderare di mandare a monte tutto, una notte di problemi di stomaco… No, niente di tutto questo. Una qualche sconfitta ogni tanto, per fortuna, ce l’ha (come a seguito della lotta contro le Ninfe: una scena che avrebbe potuto risultare interessante, se solo l’autrice non l’avesse liquidata in poche righe, ma è comunque uno dei punti meglio riusciti, secondo me), ma poi riprende a essere perfetto e infallibile come se niente fosse accaduto. Un protagonista troppo perfetto, ahimè, non è mai un buon protagonista: vi dirò che all’inizio mi ci ero affezionata, perché nonostante tutto qualche problemuccio per esempio di autostima non gli mancava, ma poi… lasciamo perdere.

Un appunto sui nomi

Come sempre, la nostra Alessia presenta diversi sintomi della temuta Sindrome di Sonohra. Non si tratta, fortunatamente, di una forma grave, ma ho riscontrato sufficienti prove di questa letale malattia. Le più palesi sono le seguenti:
• Sharashidahllen (non sarà per caso parente della  Sylvianarlamistrydian de Gli eroi del Crepuscolo?);
• Cheyun;
• Hayel (l’altro nome molto fygo di Etenn);
• Goriahm (da qui in avanti vengono dalla cartina);
• Ashleyrey;
• Valle Soahsghen;
• Lyangalonh;
• Thilye;
• Lahngral;
• Nith-Hayah;
• Yath Vanlassaii;
• Fharòden;
• Lago di Rionh;
… ovvero, degli ottimi esempi di quanto sia bello e divertente pigiare a caso le lettere sulla tastiera, magari infilando qualche H o qualche Y dove capita per dare un effetto davvero mystycoh, senza però rendersi conto che con una trovata del genere si ottengono soltanto nomi ridicoli e impronunciabili.

700 pagine di nulla 

A proposito del cliché del viaggio periglioso, c’è un’altra cosa interessante da dire riguardo a Sitael e anche a proposito, come ho scritto nella presentazione dell’autrice, dello scrivere di getto: per tutta la parte centrale (diciamo da pagina 100 fin circa a 750-800), la nostra storia è caratterizzata da una quasi totale assenza dello sviluppo della trama. Ok, la nostra compagnia di personaggi (Etenn, i tre Sharephi, un elfa e il capitano – mi pare di non aver scordato nessuno, quindi se l’ho fatto scusatemi: purtroppo Sitael non è propriamente uno di quei libri che ti stimolano l’attenzione dall’inizio alla fine…) attraversa tutta Lycenell, da Nord a Sud, e mentre viaggiano passano in rassegna tutte le creature fantastiche che abitano la terra. In pratica, si scontrano con:
• elfi;
• draghi;
• ninfe;
• sirene;
• centauri;
• giganti;
• Varles, ovvero i mostriciattoli creati dal cattivo;
• simpatiche donzelle che trasformano la gente in pietra;
… e grazie ai suoi magic powers – dei deus ex machina niente male – spuntati dal nulla, Etenn riesce sempre a farla franca, spesso in extremis.

A questo punto credo sia palese che Alessia Fiorentino non sapeva più come fare per non ridurre il suo fantasy a un libretto di 200 pagine scarse, perciò ha preferito allungare il brodo a dismisura, riempiendo la sua storia di parti fondamentalmente inutili (perché una buona parte di questi scontri con le varie creature si sarebbe potuta tagliare senza rimpianti, o comunque accorciare di un bel po’) e soprattutto noiose. Ecco cosa succede a scrivere di getto, senza “sprecare” tempo prezioso prima di cominciare a scrivere stabilendo tutte le pieghe che dovrà prendere la trama. Se avesse fatto così, scommetto che le pagine risultanti sarebbero la metà di quelle attuali. Ma si sa: un fèntasi non è bello se non è lunghissimo e pieno di parti inutili! Se lo dice anche Nonciclopedia c’è da crederci!

Lo Stile

Parliamo un po’ dello stile di Alessia Fiorentino, cominciando subito da quella che dovrebbe essere la regola principale di ogni scrittore: lo Show, don’t tell. Ci sono punti in cui il libro è scritto benino: mostra le scene  in modo efficace, per lo più è scritto in modo diretto, senza perdersi in parti contorte. Ce ne sono altri – e sono la maggior parte – in cui il mostrato fa proprio acqua, in cui gli avverbi e gli aggettivi inutili non si contano e che la narrazione diventa ultra-noiosa. Le ingenuità, naturalmente, non mancano (come i nostri amici che si cibano con una quaglia, o le scale nel palazzo delle sirene…). Il colore dei capelli e degli occhi di Etenn, inoltre, viene ripetuto ogni volta che si presenta l’occasione, e sempre in questi termini:

Etenn era, appunto, molto biondo, e i suoi occhi erano grandi, particolarissimi: color dell’oro. [pag. 19]

No, Alessia Fiorentino non si accontenta di piazzare l’immagine del suo beniamino in copertina: ci delizia continuamente con obbrobri del genere, come se i lettori fossero così scemi da non ricordare da una volta all’altra l’aspetto fisico del protagonista. È naturale, no? Etenn rappresenta la luce, la bontà assoluta: la perfezione incarnata, in poche parole. Quindi è praticamente obbligatorio ricordare tutti i momenti a lettore che il personaggio di cui sta leggendo le avventure è bellissimo, biondissimo, con degli occhi particolarissimi e soprattutto dall’animo coraggiosissimo. Cos’è che dicevo riguardo ai personaggi troppo perfetti? Ah, sì, che non sono proprio un granché…

‘Mazza quanto sei biondo, Etenn!

A parte queste descrizioni veramente puerili, però, si arriva addirittura a errori veri e propri, come quello che troviamo a pagina 23:

[…] per questa ragione [Caliel, il fratello maggiore di Etenn] aveva dovuto nominarlo scudiero sebbene Etenn non sapeva fare niente e non fosse adatto a quel ruolo.

Capisco che ormai il congiuntivo sia diventato una cosa out, ma non è una novità che mettere l’imperfetto dopo “sebbene” sia sbagliato… E questa non è l’unica schifezza che ho trovato, purtroppo. La domanda, alla fine, è sempre la stessa: editor, dove seeeei?

Conclusioni

A questo punto credo sia inutile dire che non vale assolutamente la pena di spendere ben 22 euri per acquistare un fèntasi come Sitael. Già il prezzo è da infarto per conto suo (e ringrazio di essere riuscita a trovarlo scontato del 50%), ma per un libro venuto male come questo, non ho nessun rimpianto nel dire che quelli della Dario Flaccovio sono degli autentici ladruncoli. Capisco la mole non da poco, i costi di stampa e tutto il resto, ma esistono un sacco di libri stampati in brossura come Sitael, addirittura con diverse pagine in più, a un prezzo molto più onesto. Proprio non capisco come si possano pubblicare libri del genere, oltretutto senza uno straccio di editing. E poi mi vengono a dire che gli editori tirano fuori la scusa che un libro è troppo lungo, pur di non pubblicarlo…

* Ringrazio Gianlu830 per avermela segnalata.


Recensione: Il sigillo del vento

Oggi ho deciso di postare una recensione un pelo più rilassata della precedente, a proposito di un libro che ho letto durante le vacanze. L’ho elaborata già da qualche giorno, ma avendola dovuta scrivere con l’antipaticissima tastiera touch dell’iPad ho preferito postarla solo oggi, appena tornata dal mare, in modo da poterla sistemare senza rischiare di combinare un macello, perché modificare o addirittura creare un articolo con immagini, collegamenti e tutto tramite l’applicazione di WordPress per iPad non è esattamente la cosa più facile del mondo.

Ecco a voi, dunque, il mio parere riguardo al libro Il sigillo del vento di Uberto Ceretoli.

Cominciamo come al solito con un po’ di dati tecnici:

Titolo: Il Sigillo del vento
Fa parte di: I quattro sigilli (libro I)
Autore: Uberto Ceretoli
Genere: fantasy classico, elfi
Lingua: italiano
Traduttore: –
Editore: Asengard
Collana: Elfheim
Pagine: 608
Anno di pubblicazione: 2007
ISBN: 9788895313016
Prezzo: € 19,00
Formato: brossura
Valutazione:

 

Era tanto, ma veramente tanto tempo che non leggevo un romanzo fantasy sulla scia del Signore degli Anelli che mi piacesse così tanto. E pensare che all’inizio ho fatto così fatica a entrare nella storia che pensavo di abbandonarlo dopo pochi capitoli… Meno male che non l’ho fatto!
Credo che questo scarso entusiasmo iniziare sia stato dovuto a quelli che ho definito “infodump controllati”: prima di ogni capitolo c’è un breve testo che spiega varie cose riguardo allo stesso… e trovarsi un bel “trattato sulla diversità delle culture del continente di Arhanien” quasi all’inizio di un romanzo corposo come questo, a mio parere, non è stata una scelta molto azzeccata. Questi particolari “infodump”, però, sono senz’altro una scelta che ho avuto modo di apprezzare: per non scadere in un Infodump vero e proprio ma volendo ugualmente raccontare qualcosa in più su personaggi e ambientazione, l’autore intervalla la narrazione e brevi pezzi scritti in corsivo, che perlopiù raccontano momenti di flashback. Mi è piaciuta questa scelta, insomma: è giusto che uno scrittore di fantasy voglia dirci qualcosa in più riguardo al mondo e alle creature che ha inventato. Sarebbe stato meglio mostrarlo, certo, ma questa mi è parsa una buona soluzione alternativa.

In ogni caso, la crisi momentanea è passata, per fortuna, e la storia, dopo i primi capitoli un poco pesanti si è rivelata davvero notevole.
Abbiamo un fantasy con le creature classiche – elfi, nani, umani, draghi, demoni… -, con una serie di nomi che fanno pensare a una brutta Sindrome di Sonohra (Gwyllywm, Erwmysh, Glewmwn, Gwylw’ynyen…). Per fortuna questi nomi si limitano ai personaggi elfi e comunque c’è una giustificazione che mi è parsa sufficiente e non creata alla “tanto per”: in elfico la W si legge U e la Y si legge I, quindi dopo il primo shock i nomi non diventano più così impronunciabili. Poi troviamo un sigillo che permette di dominare il vento e l’eroe che è alla ricerca del passato perduto; ma nonostante questi apparenti cliché non si tratta del solito fantasy scadente.
Prima di tutto, il protagonista è un elfo, ma non è uno dei soliti elfi alti, biondi, belli e un po’ effeminati come vengono dipinti di solito: Guillium (permettetemi di chiamarlo all'”italiana”… Tutte quelle W e Y mi danno non poco sui nervi!), erede del Sigillo del Vento, viene cresciuto tra i Revisionisti – elfi della luce -, ma un giorno conosce il suo vero padre e entra a far parte degli Ortodossi – elfi delle tenebre -, di cui sua sorella Raylyn è sacerdotessa. Ma una serie di circostanze lo spingono ad abbracciare di nuovo la fede Revisionista, sebbene nessun elfo prima di lui sia mai passato dalle tenebre alla luce, e suo padre e sua sorella lo privano dei ricordi e lo imprigionano nella sua stessa spada. Una volta liberato, il suo obbiettivo sarà sconfiggere Raylyn per potersi riappropriare del Sigillo, ma la strada non è facile, perché sia la Luce che la Tenebra cercano continuamente di prendere il controllo su di lui. Ed è proprio questo che mi è piaciuto maggiormente di Guillium: non è perfetto o infallibile come solitamente vengono dipinti gli elfi. È una creatura potente, con grandi abilità nella magia – magia che a volte ha un po’ l’aria del Deus ex machina -, ma a volte nemmeno queste bastano a non fargli prendere delle batoste. Mi è piaciuto perché è un personaggio forte, ma non di quelli talmente forti da non cadere mai, da non avere neanche un punto debole (sempre che chi non ne ha sia davvero forte): lui cade, e anche spesso, vuoi per una ferita da freccia o per la troppa fatica derivata dall’uso di un incantesimo, ma si rialza sempre, stringe i denti e continua per la sua strada. È un elfo con i suoi problemi, alla ricerca del suo passato dimenticato e conteso tra gli ideali della luce e delle tenebre, ma che sa essere anche divertente (memorabili gli scontri verbali tra lui e il nano Meldor), docile e protettivo nei confronti dei suoi amici.
Un paio di parole vanno spese anche per sua sorella Raylyn, la “cattiva” del romanzo: non è la solita antagonista superkattiva (anche se il fatto che ci sia una donna antagonista è un merito, in un mondo di cattivi maschi) che è kattiva perché sí. Lei ha dei motivi ben precisi, anche se non condivisibili, per riportare suo fratello sulla “retta via” o per eliminarlo in caso di fallimento, non agisce perché sì come la maggior parte dei kattivi fantasy. Ne Il Sigillo del Vento, infatti, viene introdotta un’idea che ho apprezzato molto: non può esistere la luce senza la tenebra e non può esistere la tenebra senza la luce. Le due parti si completano a vicenda, perciò non può essercene una che vince sull’altra una volta per tutte, e se Guillium, alla fine, esce vittorioso, la sua non è certo una vittoria completamente “luminosa”. Insomma, mi è piaciuto che, per una volta, non ci sia un netto distacco tra buio e luce, come invece accade nel 99% dei fantasy. Quest’ultimo non è necessariamente uno svantaggio, visto che esistono fantasy bellissimi nonostante il cliché dell'”eterna lotta tra luce e tenebre”, ma trovo che questa idea un po’ innovativa non sia niente male.
È un libro scritto in modo articolato, con uno stile che ha un giusto equilibrio tra ricercato e semplice, ottimo se non per alcuni piccoli difetti, come le frequenti “d” eufoniche, a volte i cambi di PoV o l’uso di nomi inglesi per le armi dei personaggi (Soulslayer, Hawkeye…) in un mondo fantasy dove non mi risulta che si parli questa lingua, ma per il resto è davvero un gran bel libro.

Anche l’occhio, naturalmente, vuole la sua parte, perciò concluderò questa recensione parlando dell’aspetto “estetico” del libro: eccetto la copertina un po’ troppo stile “Cronache del mondo emerso”, ben realizzata ma, a mio parere, un po’ troppo fumettosa, è un romanzo che si presenta ottimamente, come del resto tutti quelli dell’Asengard. L’impaginazione è  un po’ fitta, ma almeno le 600 pagine sono davvero 600 pagine, e non 200 scarse spalmate fino a occuparne il triplo come succede di solito; quindi sì, secondo me è un buon modo per spendere 19€.

Gli italiani non sanno scrivere fantasy? Naaa… anche noi possiamo riuscire a creare qualcosa di buono, e il romanzo di Ceretoli ne è la prova. Non una cosa eccezionale, intendiamoci, ma sempre meglio dei romanzi scritti da una certa autrice che viene considerata la migliore scrittrice italiana di fantasy…
Leggerò sicuramente anche il seguito, Il sigillo della Terra, sperando che escano presto anche il Fuoco e l’Acqua!


Recensione: L’erede di Ahina Sohul (2^ parte)

Rieccoci con la seconda parte della nostra recensione (trovate la prima parte qui). Dopo aver parlato dell’ambientazione e aver analizzato il prologo, passiamo alla storia vera e propria.

La trama

Come aveva introdotto il riassunto sul risvolto della copertina, ci troviamo nella terra di Nadesh; in particolare, la storia ha inizio nella città di Batilan (che è una delle più grandi della regione, ma che possiede una taverna e soprattutto non è dotata di inespugnabili portali ma di un semplice cancello), dove incontriamo Bedwyr ed Eynis – il primo quindicenne, la seconda quattordicenne -, entrambi orfani e adottati appena nati da due famiglie del posto. Soprattutto Eynis si dimostra speciale fin dalle prime pagine: vive in un paese pseudo-medievale, ma gira in pantaloni, se ne va a caccia da sola armata di arco e pugnale e soprattutto risponde agli anziani senza che nessuno le dica niente; nessuno di quelli che le stanno intorno si accorge delle sue orecchie a punta e nessuno nota gli strani fatti che accadono quando c’è lei nei paraggi (come la capacità di evocare le ninfe, di “far fiorire il legno” e di cavarsela sempre e comunque in ogni situazione). Di Bedwyr, invece, sappiamo che è un rompiscatole e un antipatico fin da subito, ma per il resto ci troviamo con un ragazzo tutto sommato normale.

Fin dal primo capitolo, con un piccolo sforzo di immaginazione, si riesce a capire già con chi abbiamo a che fare, interamente grazie agli spiattellamenti che la Rosso cerca invano di far passare per indizi su ciò che succederà dopo: Eynis ci dice, infatti, che Bedwyr «ha qualcosa di strano. Si vede che non è di Tared [la regione di Batilan] con quel viso pallido. In città tutti sanno che è stato portato qui dal fratello del mercante, ma non si sa nulla della sua origine». Con questo clamoroso infodump la cosa è già abbastanza chiara, ma voglio lasciare un minimo di suspense a chi ancora deve leggere il libro. Perciò niente spoiler e continuiamo con la storia.
Tutta la città di Batilan è in fermento per l’imminente arrivo dei “custodi”, ovvero dei maestri d’armi che prendono i ragazzi della città come apprendisti e li rimandano indietro dopo un tot di addestramento. Già qui viene da pensare: ma come? Se la regione è in guerra, i ragazzi non dovrebbero servire come aiuto nei campi o come soldati per difendere la loro città? Naturalmente no… e indovinate perché? Giusto: perché tanto è fèntasi!
Uno di questi custodi è Galdwin, che decide di prendere come apprendista Bedwyr, il suo amico Rooth e, dopo aver visto una dimostrazione della sua bravura, anche Eynis. Quest’ultima, però, rimane sconvolta da una rivelazione: quella che crede sua madre in realtà è solo la sua madre adottiva (sopresona!), cosa che le dà un ulteriore motivo per andarsene da Batilan. I nostri eroi partono e si dirigono verso Grimson, e vi arrivano dopo essere scampati a un attacco dei terribili amorphi e dopo aver incontrato sul loro cammino Nadyr, il lupo parlante (O.o). A Grimson conosciamo altri quattro amici: gli elfi Principe e Daylin – ovviamente biondi, alti, belli e chi più ne ha più ne metta -,  il nano Nabrik – Gimli in vacanza, probabilmente – ed Evandros, il drago (anche lui parlante). Ebbene sì, siamo al cospetto delle fantomatiche “Cinque razze libere”, «le uniche non soggette al male né schiave di un padrone»… ma aspetta un momento: e allora che cosa caspita fa tutto il giorno Pseudos l’usurpatore? Coltiva i pomodori nel suo orto?

Qui a Grimson, comunque, scopriamo qualcosa in più sulla storia: gli elfi ci raccontano che il Libro del Destino non è altro che il diario di Sam il Veggente, capace di sognare il futuro a causa degli spiriti maligni che si agitano dentro di lui, imprigionati da un elfo molto kattivo di nome Darnar.
Poi si viene a scoprire (altra sopresona!) che Bedwyr è *rullo di tamburi* nientepopodimeno che l’erede al trono degli uomini, il figliuolo di re Galwan, ucciso – guarda caso – proprio quindici anni prima! Ed è a questo punto che la missione della Compagnia (nome estremamente originale, formata peraltro dal casualissimo numero di nove componenti) è chiara: per impedire che i kattivi scoprano il destino che li aspetta, i nostri eroi dovranno recuperare le pagine del Libro del Destino, evviva evviva!

Una trama a dir poco sensazionale, nevvero? Così a prima vista non è proprio un totale fallimento, sorvolando sugli stereotipi (gli orfani alla ricerca del loro passato, la compagnia, il destino, il superkattivo, gli elfi perfettini…): l’idea del “libro del destino”, perlomeno, la trovo carina. I problemi sono che:
– l’80% del libro si riassume in questo modo: la Compagnia che corre dietro agli amorphi che hanno le pagine del Libro, cercano di recuperarle ma gli amorphi, per quanto deficienti, riescono sempre a farla franca; e così via per un bel po’;
– dopo che finalmente sono riusciti ad appropriarsi delle pagine – dopo aver rincorso gli amorphi per mezza Nadesh – i nostri eroi raggiungono la città di Yared; gli amorphi la cingono d’assedio, le danno fuoco e poi la invadono (mossa mooolto intelligente), chiedendo le pagine in cambio dell’arresa. E a questo punto quel gegnaccio  di Bedwyr cosa fa? Per imbrogliare gli amorphi consegna loro delle pagine bianche! Che trovata originale e innovativa, ommioddio!
– i patetici tentativi della Rosso di stupire i lettori con le sue rivelazioni finiscono per far capire anche al più tonto cosa succederà: voglia di leggere il seguito per avere delle risposte? Bye bye…
– le stesse rivelazioni finiscono per risultare anch’esse patetiche: Eynis che scopre di essere stata adottata, fa una scenata davanti a mezza città e dopo cinque minuti non ci pensa già più, Bedwyr che non fa una piega dopo aver scoperto di essere un principe, già al 13° capitolo si capisce chi sia in realtà Galdwin (che, casualmente, non ricorda i primi quindici anni della sua vita…), idem per Jadifh – il bel ragazzo che compare a metà libro – qualche capitolo dopo… Si poteva fare un po’ di meglio, non trovate?

I personaggi

Dedichiamo una parte della recensione anche agli eroi della nostra storia.

Bedwyr: l’orfano perduto, il principino, l’erede di Ahina Sohul. Un inqualificabile mollaccione, un guastafeste con i fiocchi che durante tutto il libro non fa altro che lamentarsi di tutto, piagnucolare di questo e di quello, lagnarsi perché Eynis gli ruba la scena e perché Eynis preferisce Jadifh a lui. Il buffo è che Lady Rosso è convinta che affibbiare tutti questi difetti al suo personaggio principale lo renda irresistibile, diverso dai soliti eroi fantasy. In una videointervista dichiara che «l’eroe in realtà è antipatico, se la mena… come uno di quei ragazzotti che potete trovare su un muretto a fumare (bello!)». La domanda, a questo punto, è: come mai fare in modo che il protagonista stia sulle scatole ai lettori fin dalla prima pagina, invece che farlo affezionare? E la risposta, naturalmente, è: ma perché c’è la bellissima, coraggiosissima e simpaticissima Eynis che deve essere sempre al centro dell’attenzione!

Eynis: un’altra orfana, questa volta non principessina ma con sangue di elfo nelle vene. Lady Red ce la presenta, appunto, come la quintessenza della perfezione: intrepida, brillante, con una varietà pressoché infinita di magic powers, zero punti deboli, bravissima in tutto ciò che fa, tanto da superare addirittura chi è molto più grande ed esperto di lei… la nostra “piccola Eynis”, in pratica, è fin da subito la beniamina di tutti, perché lei è sempre il top: pensate che usa la magia meglio dell’elfo di 600 anni, di quello di 100 e del custode di 30 messi insieme. Roba da far andare in tilt il Mary-Sue test, e tutto questo perché Eynis, per stessa ammissione dell’autrice, possa incarnare gli ideali di Lady Red!
A parte questa sua incredibile bravura in tutto, però, vanta uno spessore psicologico profondo quanto una pozzanghera.

Jadifh: il gnokko della storia, naturalmente piazzato all’interno di essa non perché possa darvi il suo contributo ma solo e unicamente perché è «beeeellissimo», perché lui si che è fygo. Tecnicamente sarebbe un amorphos, ovvero uno dei kattivi, ma – udite udite! – Galdwin capisce che in realtà è buono perché le sue ali sono bianche e non nere!
È pieno di misteri che si rifiuta di rivelare, ma questo non impedisce alla piccola Eynis (e all’intera componente femminile dei lettori di questo romanzo) di prendersi una bella cotta per lui.

Ammirate quanto è gnokko Jadifh!

Galdwin: il Gandalf/Brom della nostra storia, solo con una qualche decina d’anni in meno, il maestro d’armi del giovane Bedwyr. Di lui sappiamo che si è risvegliato in un letto circondato dai visi sorridenti degli elfi che lo hanno trovato, il tutto esattamente quindici anni prima della storia. Un caso?

Principe, Daylin e N(ik)abrik: rispettivamente i due elfi e il nano dell’avventura. I primi, naturalmente, biondi, belli, atletici, forti e quant’altro; non “seri e altezzosi” (Lady dixit) come quelli di Tolkien ma scherzosi e sempliciotti: patetici, in una parola. Il secondo, imbronciato, attaccabrighe e perennemente con il muso lungo, con tanto di battutine alla Gimli.

Nadyr ed Evandros: il lupo bianco e il drago nero, entrambi rigorosamente carini&coccolosi™. Memorabile la scena in cui Eynis sale in groppa a Evandros e quest’ultimo si esibisce in un volo acrobatico con tanto di avvitamenti e giri della morte. Non notate niente di strano? E allora spiegatemi come caspita fa un essere umano (senza sella) a non cadere durante un volo avvitato!

Pseudos, Malbrek e i kattivi: il primo è l’usurpatore dalla risata satanica, l’altro è il solito antagonista veramente diaboliko, loro sono i mostri a servizio dei primi due, ovvero gli spaventosi Amorphi e i terribili Mohrger. Ora ammirate una foto che li ritrae, accanto ad alcuni nostri amici più conosciuti… non notate qualche somiglianza?

I Mohrger e i nostri amici Nazgul.

Apro una piccola parentesi a proposito dei nomi scelti dalla Rosso per i suoi personaggi.
Basta un solo sguardo per rendersi conto che non ce n’è uno che non contenga almeno una lettera straniera tra le W,Y,J,K e soprattutto H: Eynis, Bedwyr, Galdwin, Jadifh, Nadyr, Daylin, Nabrik, Mohrger, Ahina Sohul, Idahla, Feyra Haillen… Con i nomi delle città va un tantino meglio, ma di tutti i personaggi solo Evandros e Pseudos si salvano: tutti gli altri sono pieni di lettere inutili a non finire, alcune davvero ridicole come l’”h” alla fine di Jadifh. Posso sapere cosa cambia tra “Jadifh” e Jadif”? O tra “Nadyr” e “Nadir”?
Tutte quelle “h” inutili, come ho già detto nella puntata precedente, sono poi un preoccupante sintomo della “Sindrome da Sonohra”, che approfondirò più avanti: a meno che uno non pronunci, per esempio, “Mohrger” come se stesse rigurgitando la cena, quell’”h” provoca solo involontari spasmi alla lingua e un senso di ribrezzo per chi legge. Se fosse “Morgher” allora l’”h” avrebbe un senso, supponendo una lingua che, come l’italiano, possiede la “g” dolce, ma scritto in quel modo barbaro…

Altre schifezze di vario tipo

Se pensavate di aver toccato il fondo, vi sbagliavate, perché non è ancora finita! Per concludere questa recensione, infatti, ecco a voi un bell’elenco delle varie incongruenze e dei difetti che incontrerete se mai vorrete leggere questo libro:
– A un certo punto Bedwyr definisce Jadifh “piccione alato” per via delle sue ali. C’è qualcuno che potrebbe cortesemente mostrarmi l’immagine di un piccione non alato? So bene che esistono 300’000 specie di animali ancora da catalogare, e che quindi potrebbe esistere in teoria un piccione senza ali (magari era un piccione nato a Chernobyl…), ma visto che di regola i piccioni hanno le ali…
– Sempre a proposito dei personaggi, i dialoghi sono a dir poco pietosi, e non solo perché in un dialogo a due il primo si rivolge a secondo sempre chiamandolo per nome (chi, nella realtà, parla in questo modo?): le voci dei personaggi sono tutte uguali, tutti si esprimono nello stesso modo bambinesco, dalla ragazzina all’elfo, dal sovrano all’oste… Se questo significa “buona caratterizzazione dei personaggi”, io mi chiamo Frodo Baggins!
– Nei primi capitoli Eynis non fa altro che ripetere che se usa la magia in pubblico rischia di essere incolpata di stregoneria, per poi usarla davanti a mezza città per fare a Bedwyr una bella doccia di tè, e ovviamente nessuno le dice niente… perché lei è Eynis, lei è la perfezione!
– Com’è vero che un autore di romanzi fantasy dovrebbe essere più di tutti attento a caratterizzare l’ambientazione da lui creata, Lady Rosso in tutta la sua bravura fa l’esatto contrario: ci dice che la città è circondata da due cerchie di mura di difesa e protetta da un cancello. Mai sentito parlare di portoni di legno, di quelli belli grossi?
– A Batilan sembra che si faccia sempre festa, il che potrebbe far pensare a un’epoca di pace. Non è così, ovviamente, come dimostra prima di tutto l’attacco iniziale dei goblin… ma allora perché i cittadini (parole dei personaggi) non devono sapere che sono in guerra? Inoltre, se non viene manco nominata un’accademia militare o altro – visto che i ragazzi se ne vanno a imparare a combattere con i loro custodi – come fa a camparci un armaiolo? Lo so, le risposte le sapete già: ma perché è fèntasi, ovviamente!
– Nonostante ci troviamo in una società chiaramente medievaleggiante (un uomo in taverna dice che “le donne devono stare al loro posto” e uno dei custodi non voleva credere a Eynis in quanto donna), Eynis se ne va in giro in pantaloni come se nulla fosse, armata di coltello, e soprattutto va a caccia da sola nel bosco armata di arco stile Eragon. Ah, e non dimentichiamoci che, naturalmente, la nostra piccola Eynis ne sa più dell’elfo di 600 anni! Come, non si sa: nell’ambientazione creata dalla Rosso non possono esserci scuole per la sua stessa natura, ma mi sono giunte voci che esista una certa biblioteca spuntata dal nulla… Non chiedetemi perché, però: siamo in un fèntasi, lo sapete.
– Vogliamo parlare di quando Galdwin, in equilibrio sul ramo di un albero mentre regge Bedwyr, riesce ad afferrare una freccia al volo senza scorticarsi una mano?

Permettetemi un’ultima osservazione (dopo di questa ho finito, giuro): vedendo la mole del libro (quasi 500 pagine), molti potrebbero chiedersi “Ma non pensi a quanto abbia impiegato la povera Elisa Rosso a scrivere un romanzo così ricco e complesso?”. E io risponderei così: aprite il libro a una pagina qualunque e contate le righe per pagina. Se siete capitati su una pagina piena, noterete che sono 28, giusto? Bene. Adesso prendete un altro libro a caso, apritelo sempre a una pagina qualunque e mettete a confronto la dimensione dei caratteri. Forse a un primo sguardo non si nota, ma vi assicuro che gran parte dei libri pubblicati sono scritti con corpo 11-12, e le pagine contano più o meno 36-40 righe. Il Libro del Destino, invece, è corpo 14; leggasi: un corpo talmente grande che ci leggerebbe anche mia nonna di 80 anni.
Tempo fa provai a fare questo esperimento: presi il prologo disponibile sul sito, lo convertii da PDF a DOC e trafficai con l’impaginazione finché non ne trovai una “normale”, o perlomeno più onesta di quella usata dall’impaginatore della PIEMME. Facendo la proporzione, le 500 pagine del libro risultarono 150 mie, vale a dire circa 300 cartelle di 2000 battute. Andai a vedere sul blog di Lady Rosso e trovai la conferma: circa 600’000 battute, l’equivalente di 300 cartelle e di 150 pagine nel formato che uso di solito.
Non so se mi spiego: il riassunto del mio libro supera abbondantemente la lunghezza del romanzo della Rosso. “Libro così lungo e complesso”? Bau!

Detto questo, la conclusione è sempre la stessa: se volete regalare 18€ a una scrittrice presuntuosa e piena di sé, che ha scritto un libro orripilante e che è diventata un successo unicamente grazie al fatto che è una baby scrittrice, fate pure, ma non dite che non vi avevo avvertito! 🙂


Recensione: L’erede di Ahina Sohul (1^ parte)

Ed eccoci qua con la mia prima recensione, come promesso di un libro scritto da una baby autrice.
Innanzitutto, faccio una piccola premessa: so per esperienza che è praticamente impossibile scrivere una recensione obbiettiva al 100%. Per quanto sia documentata, infatti, chi recensisce vi mette sempre un po’ di farina del suo sacco. Mi spiego: certi difetti ci sono e ci restano indipendentemente dal parere personale di ciascuno, ma non tutti questi difetti possono essere sempre valutati sullo stesso piano. Per esempio, io giudico un errore piuttosto grave il cambio repentino di punto di vista (d’ora in poi PoV – Point of View), mentre per altri può essere un difetto su cui si può chiudere un occhio. Questo dipende soltanto dalla sensibilità di ciascun lettore, e visto che come critica sono ancora alle prime armi, non pretendo certo di esprimere dei pareri assoluti. Spero solo che le mie siano recensioni che vi aiutino a scegliere cosa leggere e cosa no e che vi siano utili in un qualche modo, magari per diventare dei lettori più attenti e consapevoli.

In secundis, visto che la cosa ha suscitato già alcune lamentele, sappiate che non ho scritto questa recensione perché ce l’ho con l’autrice: non la conosco personalmente, non le ho mai parlato e non ho minimamente in considerazione la sua età. L’ironia che riscontrerete leggendo la recensione non è dovuta a invidia, a frustrazione o che so io: semplicemente, reputo che l’atteggiamento della scrittrice sia stato davvero poco cortese nei confronti di chi prima di me l’ha criticata, perciò potrei ben dire che una bella recensione/stroncatura se l’è proprio meritata. Il sarcasmo, comunque, non è rivolto personalmente a lei, ma soltanto al libro e alla sua reazione davvero infantile e maleducata.
Vi chiedo solo una cosa, però: se avete intenzione di leggere la recensione che segue con l’intenzione di darmi dell’invidiosa-che-critica-tutto-e-che-ce-l’ha-con-i-poveri-baby-scrittori, chiudete immediatamente la pagina e saremo tutti più contenti. Tutto ciò che segue, infatti, non è frutto della mia seppur fervida immaginazione, ma lo potrete verificare personalmente se vorrete leggere il libro.

Detto questo, cominciamo pure con un libro che, a mio parere, è uno dei peggiori romanzi mai pubblicati da un baby scrittore, ovvero Il libro del destino: L’erede di Ahina Sohul, della giovane Elisa Rosso.

Titolo: Il libro del destino
Sottotitolo: L’erede di Ahina Sohul
Autore: Elisa Rosso
Genere: fantasy classico, elfi
Editore: Piemme
Collana: Freeway Fantasy
Pagine: 495
Anno di pubblicazione: 2008
ISBN: 9788838474668
Prezzo: € 18,00
Formato: rilegato
Valutazione:  


Qualcosa sull’autrice

Ma come, Elisa Rosso chi?
Stiamo parlando di una studentessa milanese nata nel 1993, che cresce a furia di racconti e leggende raccontatele dai suoi genitori, e che a soli 12 anni si mette in testa di scrivere un libro. Un bel giorno, durante una vacanza in montagna, sequestra il portatile di sua mamma e butta giù il prologo del suddetto libro; dopo averlo letto, la mamma lo apprezza molto e la esorta ad andare avanti, e prima ancora che il romanzo sia concluso, i genitori prendono contatti con la Piemme, che la pubblica a soli 15 anni, facendola così diventare la più giovane scrittrice italiana. La sua opera prima è un fantasy che copia prende spunto dai libri di Tolkien, scrittore molto amato dalla Rosso, dal titolo Il libro del destino: finora sono usciti due dei tre libri previsti – perché naturalmente si tratta di una trilogia che, ovviamente, all’inizio doveva essere un libro solo, ma che poi per magia sono diventati ben tre –, ovvero L’erede di Ahina Sohul e Il principe delle nebbie.
Le premesse per un best-seller mondiale ci sono tutte, no? Un fantasy “eroico e avventuroso”, un’epica trilogia mozzafiato, ma soprattutto un’autrice quindicenne! Deve essere un vero e proprio gegno per aver pubblicato così giovane, no?
Già.
Peccato che, come ho scritto nel mio precedente articolo sui baby scrittori, il merito di questo esordio così precoce non sia merito della bravura dell’autrice, bensì unicamente della smania di mamma e papà. Infatti, come si trova scritto sullo stesso blog: «è tutta “colpa” di mia madre, che ha chiamato in giro mentre stavo ancora scrivendo, e ho saputo che sarei stata pubblicata mentre ero appena a metà del libro!»
Così come accade sempre con i baby scrittori, ai genitori proprio non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che per loro sia matematicamente impossibile giudicare male (ma anche solo in modo oggettivo) ciò che ha scritto la loro bambina e comprendere che il suo libro non sia poi quel capolavoro che credono. Ma questo pensate che agli editori importi qualcosa? Certo che no, a loro interessa solo fare i soldi, ed è ovvio che un baby scrittore sia una miniera d’oro per loro. E di conseguenza, i baby autori crederanno di essere stati pubblicati perché loro valgono, e non sospetteranno mai che la loro opera prima in realtà sia identica a quella della maggior parte dei loro coetanei scrittori: infantile, piena di ingenuità e in generale inadatta alla pubblicazione.
O almeno non lo sospetteranno finché non arriverà un qualche critico che farà loro vedere le cose come stanno, e che quindi come minimo li farà cascare dalle nuvole: è successo proprio questo con la Rosso, cosa che, tra l’altro, le ha fatto meritare l’appellativo di lady. Un brutto giorno, infatti, la suddetta è stata raggiunta tramite aNobii (correggetemi se sbaglio) da una certa Princess, che ha criticato duramente il suo libro. Ma Elisa Rosso era (ed è tutt’ora) troppo brava, giovane e talentuosa per accettare le critiche, seppur obbiettive. Il risultato è stato questo epico duello, in cui vediamo la nostra Lady Rosso (o, come preferisco, Lady Red) prendersela a morte con colei che ha osato criticare il suo ineguagliabile capolavoro, arrivando addirittura a insultarla sul personale. Le sue motivazioni? Due soltanto:
a) “Perché è fantasy”;
b) “Perché io sono una bambina piccola e voi siete tutti degli invidiosi. Gnè!”.
Il tutto alla faccia dell’intervista in cui dichiara che “le critiche negative le accolgo con piacere perché, se costruttive, mi daranno la possibilità di migliorare!”.
Questo è solo il primo degli effetti collaterali che provoca il pubblicare in giovane età: se Il libro del destino fosse tutto sommato decente, si potrebbe chiudere un occhio sulla scenata fatta dall’autrice, magari dando la colpa all’ingenuità dovuta ai suoi quindici anni. Ma in questo caso il libro non arriva nemmeno lontanamente a un livello di decenza tale da poter essere pubblicato, e vediamo subito i motivi per cui affermo questo.

Ah, dimenticavo: non potete proprio non fare un salto sul favoloso blog della Rosso! In particolare, non fatevi scappare gli esilaranti commenti delle fan!

Il libro

Partiamo dal principio, in questo caso dal biglietto da visita del libro, ovvero la copertina. Verrebbe da dire che è davvero ben fatta, come del resto accade sempre con le immagini del grande Iacopo Bruno. Leggendo il romanzo, però, ci accorgiamo di alcuni piccoli dettagli per i quali viene da domandare se chi l’ha realizzata (o commissionata) abbia davvero letto il libro. I piccoli dettagli sono i seguenti:
– A meno che uno non perda tempo a leggere i ringraziamenti, non c’è verso di capire dal libro chi sia la bella signorina sul davanti: nella storia, infatti, non viene affatto detto che la protagonista – Eynis – abbia gli occhi azzurri e le treccine. In teoria, infatti, dovrebbe avere i capelli ramati e gli occhi verdi… e meno male che nei ringraziamenti Lady Red dice chiaramente «Grazie a Iacopo Bruno per aver disegnato Eynis esattamente come me la immaginavo»!
– Sempre alla faccia che la copertina di un libro dovrebbe, in teoria, raffigurare quanto contenuto nel libro, è inutile che cerchiate di capire chi sia il tipo a cavallo: è tutt’ora un mistero.
– Il terzo particolare che proprio non va lo troviamo proprio nel titolo: come si scopre leggendo il libro, l’effettivo “erede di Ahina Sohul” si chiama Bedwyr. Ma a questo punto i problemi sono due:
a) leggendo il libro scopriamo che, in realtà, il personaggio principale non è Eynis ma Bedwyr, nel senso che la prima ruba continuamente la scena al secondo, al punto da chiedersi come mai il libro non sia intitolato a lei invece che a lui;
b) ma soprattutto, come mai, se il libro è intitolato a Bedwyr, in copertina troviamo Eynis?
Un dilemma senza soluzione, in poche parole.
Solleviamo la copertina e nel risvolto troviamo il riassunto del libro:

«Il Signore delle Nebbie con il suo esercito di amorphi ha assaltato la città di Ahina Sohul, capitale delle terre di Nadesh, usurpato il potere del re e messo sul trono Pseudos, alleato delle forze del male. Quindici anni dopo, il custode Galdwin parte alla ricerca del giovane Bedwyr, vero erede al trono di Ahina Sohul, sopravvissuto al massacro della famiglia reale. Lo trova a Batilan, dove conosce anche Eynis, una ragazza dal passato misterioso e dalle incredibili doti. Bedwyr ed Eynis si uniranno ai rappresentanti delle cinque Razze Libere: Uomini, Elfi, Lupi, Nani e Draghi. Insieme cercheranno di ritrovare le pagine perdute del Libro del Destino, il libro profetico in grado di rivelare a chi lo possiede le sorti della Terra di Nadesh…»

Ed ecco che, in sole 124 parole, troviamo un concentrato di cliché a dir poco epico: un signore oscuro che usurpa il trono, l’esercito dei mostri brutti&kattivi, un erede perduto, una ragazzina carina, coraggiosa, intelligente e chi più ne ha più ne metta, la compagnia delle razze libere (ma se sono oppressi da un usurpatore cosa vai a dire che sono libere??) e naturalmente l’immancabile Destino-Ineluttabile-e-Spietato.
Ma adesso passiamo alla parte più interessante del libro, ovvero la cartina delle terre di Nadesh.

L’ambientazione

Ed ecco a voi la splendida (?) mappa di Nadesh che troviamo all’inizio e alla fine del romanzo, scannerizzata dalla sottoscritta perché su internet non se ne trova una decente:

Come per tutte le cartine dei fantasy scritti da baby autori, troviamo:

– una terra, tra l’altro che sembra appena abbozzata, le cui estremità rientrano perfettamente nel perimetro della pagina, con tanto di confini regolarissimi (come la linea della costa praticamente priva di curve);

– paludi, deserti, boschi a forma di nuvoletta – con tanto di città nel bel mezzo stile Eragon –, montagne che sembrano tracciate con la squadra e compagnia bella piazzati alla cavolo;

– fiumi che cominciano e finiscono nel nulla o che addirittura sembrano risalire verso le montagne, anziché andare verso il mare;

– il solito Regno delle Nebbie nell’angolino più irraggiungibile della pagina, naturalmente sede dei kattivi;

– città anch’esse piazzate come capita, tutte rigorosamente con nomi stile “Signore degli Anelli” e parecchie immerse nel nulla assoluto;

– infine, come patetico tentativo di farla sembrare una mappa decente, troviamo addirittura la stessa font usato nel libro di Tolkien, ovvero il First order plain.

Se dopo questa recensione avrete ancora voglia di leggere il libro, noterete senz’altro qualcos’altro che non va. Vi do un indizio: guardando questo dettaglio di cartina, vi sembra forse intelligente la scelta dei personaggi di andare da Batilan a Grimson per poi rifarsi tutta la strada fino a Balbe?

Un dettaglio della mappa di Nadesh

Il quasi onnipresente problema delle distanze, ahimè, non fa altro che risultare ridicola a chi guarda la cartina. Una mappa ben realizzata è molto utile per seguire il percorso dei personaggi (come nel Signore degli Anelli, senza la quale ci si perde leggermente…), ma quando è disegnata così alla cavolo, sarebbe meglio che non ci fosse neppure. Ma come può il capolavoro di un baby scrittore essere tale senza una bella mappina fèntasi?

Un estratto

Dopo aver ammirato le terre di Nadesh, addentriamoci nella storia. Senza fare spoiler, vi propongo alcuni passi dell’estratto che la stessa casa editrice Piemme mette a disposizione sul loro sito:

PROLOGO

LA CITTÀ DEGLI UOMINI

Il cielo era rosso sopra la città di Ahina Nhife, o Ahina Sohul come la chiamavano gli uomini. Un tempo le mura e le case erano di marmo bianco, ma ora erano sporche di sangue e annerite dal fumo. L’assalto era avvenuto di notte, quando le truppe di Pseudos potevano agire indisturbate con l’aiuto delle tenebre. Ma gli uomini avevano opposto resistenza e ora giacevano lungo le strade, immobili.

L’Aquila bianca non riusciva a rimanere impassibile di fronte all’orrendo spettacolo che si rifletteva nei suoi occhi arancione, all’odore acre di fumo e sangue. «Tutto questo non era necessario» pensava. «Avrebbero potuto abbandonare la città e fuggire nelle terre di Vahls dove sarebbero stati al sicuro. Ma gli uomini di Ahina Sohul sono orgogliosi e temerari, hanno preferito tentare una disperata difesa, pur di non abbandonare la loro città…»

Cos’è che non va in questo incipit? Il problema è che fugge via troppo veloce. Sei sole righe non bastano nemmeno per un inizio in medias res: sono a malapena sufficienti per dare una spolveratina iniziale riguardo a quello che sta succedendo. Ok, il cielo è rosso, la città è in guerra, gli uomini che si sono difesi sono morti… e poi? Basta così? Veramente restrittivo, come incipit, secondo me.
E qui incontriamo già il difetto principale della scrittura di Lady Rosso, che molti tendono a scambiare per dinamismo e vivacità di stile: non mostra ciò che succede, lo racconta e stop, senza mai prendersi la briga di approfondire ciò che sta descrivendo. Non si perde in descrizioni inutili, e questo è un bene, ma nemmeno fuggire via in questo modo, senza dare al lettore la possibilità di assaporare la storia è così giusto. La Rosso racconta solo ciò che pare a lei, e che chi non capisce si arrangi: è questo ciò che trapela da uno stile così riduttivo.

Passando al secondo paragrafo e sorvolando sulla scelta dell’aquila bianca (mai usato questo animale, eh? Nooo…), il difetto persiste: un «orrendo spettacolo» non dice niente, non mostra che lo spettacolo che l’aquila sta osservando sia veramente orrendo. Qui, inoltre, troviamo un altro errore non da poco:

…non riusciva a rimanere impassibile di fronte all’orrendo spettacolo / che si rifletteva nei suoi occhi arancione,/ all’odore acre di fumo e sangue.

In sole 23 parole, il PoV cambia ben due volte: nel primo passo si trova chiaramente nell’aquila, poi esce di botto a osservare i suoi occhi (un PoV all’interno di un personaggio non può fare commenti sul suo aspetto, a meno che non si stia guardando allo specchio), e poi rientra dentro all’aquila. Un bell’effetto stile “partita di ping-pong”, non trovate? Peccato che errori del genere siano da evitare, specialmente se ci troviamo nella prima pagina di un libro e soprattutto se il suddetto libro è passato tra le mani di un editor. Ma Lady Red è troppo brava per commettere errori, no?

Pseudos se ne stava là, sul suo cavallo, a osservare compiaciuto le truppe di amorphi e di goblin che si riversavano nella capitale della terra di Nadesh. /Sembrava godere delle urla delle donne e del pianto dei bambini./
Sapeva che ben presto sarebbe diventato re. Sarebbe stato l’unico erede al trono perché tutto i possibili pretendenti sarebbero tragicamente morti nell’assalto: nessuno avrebbe sospettato che era stato lui a organizzare la presa della città. Anzi, avrebbero creduto che la stava difendendo coraggiosamente.

Anche qui, a parte il solito difetto del mostrato-e-non-raccontato (mai sentito parlare dello Show, don’t tell, cara Lady?), anche il PoV salterino persiste: prima è nella zucca di Pseudos, poi esce all’improvviso (è quel “sembrava” che rovina tutto: Pseudos sta godendo delle urla e dei pianti, non sembra godere. Sempre che non stiamo parlando di uno schizofrenico, ovviamente) e rientra dopo sole 11 parole. Editooor, dove seeei??

A un suo ordine, una pattuglia di venti uomini si dispose in formazione intorno a lui. La spronò alla carica nella zona Sud di Ahina Sohul, dove sapeva che l’attendevano cinquecento goblin, pronti all’agguato. Poi si diresse verso un’immonda creatura dalla pelle coriacea: un troll del regno delle nebbie.

Sì, lo so, anche qui lo Show, don’t tell è andato a farsi benedire. Ma questo cosa volete che importi a Lady Red? Lei è già bravissima è piena di talento a soli quindici anni, no?
Notate, inoltre, l’originalità che spicca dalla scelta dei kattivi usati: sempre i soliti troll e goblin, che essendo malvagi sono anche inesorabilmente brutti (maddai?); solo con gli amorphi si ha un pizzico di novità… ma allora perché la casa Lady non impiega una riga per descriverceli? E anche riguardo ai troll e ai goblin, come accade sempre nei libri fantasy moderni, ciò che traspare è: “Non sai come sono i troll e i goblin? Eccheccavolo, devo dirti sempre tutto io?? Fatti un giro su Wikipedia, se proprio ci tieni a saperlo!”
In parole povere: non ho voglia di inventarmi delle nuove creature, così prendo quelle già fatte, ma se vuoi sapere come sono arrangiati tu.

Si continua in questi toni per un paio di pagine, sempre con i soliti difetti, che non sto a ripetere. Passiamo un poco più avanti, dunque:

Poi [Pseudos] prese a sghignazzare e la sua lugubre risata echeggiò nelle sale ormai vuote del palazzo. Si interruppe solo quando udì un rumore di passi. Il troll Rorg si stava avvicinando e trascinava un uomo legato.

Ovvio, no? Non sarebbe un superkattivo che si rispetti, se non si concedesse la sua diabolica risata stile “MUHAHAHAHAAAAA!!!”.
A parte questo, notare l’originalissima scelta del nome del troll, che più che un nome sembra l’ultimo agonizzante grugnito di un maiale. Un ottimo esempio di come, per creare nomi vincenti, sia sufficiente pigiare a caso le lettere sulla tastiera.

Segue un interessante dibattito tra Pseudos e il re di Nadesh, Galwan (tra parentesi, sembra che la Rosso abbia l’inquietante mania di affibbiare ai suoi personaggi i nomi più brutti presi dal ciclo bretone, come, appunto, Galwan o l’orribile Bedwyr).

– Parla, dunque, cane! (Bau!) Dov’è il Libro del Destino? – gli intimò. Galwan seguitò a tacere. Il troll lo colpì duramente alla schiena. Il re si piegò in avanti con una smorfia di dolore, ma la sua bocca si atteggiò subito a un mezzo sorriso. – È tutto inutile – disse. – Non lo troverai mai!
– Invece credo proprio di sì – sibilò l’usurpatore. – E sarai tu, Galwan, a dirmi dove si trova: se parlerai, avrai salva la vita.
– Anche se te lo dicessi – sorrise il re – non potresti averlo comunque.
– Cosa vai blaterando? – gridò Pseudos, abbandonando di colpo il tono sprezzante.
– L’ho distrutto, Pseudos. Ho distrutto il Libro del Destino. Vi ho letto del tuo arrivo e ho distribuito le pagine in ogni angolo della terra di Nadesh. Rassegnati, non lo avrai mai!

E qui abbiamo un’altra delle idee gegnali della Rosso: se proprio Galwan ci teneva che il Libro del Destino non finisse nelle mani del suo diabolico cugino, perché si è limitato a strappare le pagine del libro e a disseminarle per le terre di Nadesh (quanto caspita di tempo ha impiegato, tra parentesi? Che ci abbia messo proprio il tempo necessario trascorso dalla lettura del libro all’arrivo di Pseudos? Mi balla un occhio…), mentre avrebbe potuto – che ne so? – bruciarlo, buttarlo in mare o in un luogo irraggiungibile, o comunque in un posto dove non sia così facile da riassemblare?

La risposta è: certo che no, altrimenti non ci sarebbe nessuna storia… altrimenti non saremmo in un fèntasi!
Parliamoci chiaro, gente: sono d’accordo che serva una quest, ma ci vuole tanto a creare una quest degna del suo nome? È così impossibile costruire un fantasy in cui le basi della missione siano perlomeno solide e non pericolanti?
Sì, avete ragione: del resto la povera Lady Red è solo una bimba piccola. Non dobbiamo mica pretendere tanto da una così giovane e talentuosa baby scrittrice di fèntasi, giusto?

L’usurpatore fremette, la sua mano scivolò sull’impugnatura della spada, ma poi riprese l’autocontrollo e si rivolse al troll.
– Dove sono gli eredi?
– Non li abbiamo ancora trovati – borbottò la creatura.
Pseudos si rivolse a Galwan. – Tu hai due figli, giusto? Dove sono nascosti? E dov’è tua moglie?
Ma sapeva che anche per questa domanda non ci sarebbe stata risposta. E infatti il re rimase in silenzio e si limitò a guardarlo negli occhi con un misto di sfida e di trionfo sul viso. Pseudos imprecò, si volse e fece per andarsene, ma improvvisamente si girò di scatto con la spada sguainata e gli mozzò di nettò la testa. Poi, soddisfatto, si risedette sul trono del re.

Altro cliché vecchio come il mondo: il re è spacciato, ma i suoi eredi riescono a salvarsi nonostante tutto, destinati a crescere e a sconfiggere il kattivo.
E per finire Pseudos fa ancora spettacolo di tutta la sua malvagità: il re non serve più? Bene, tagliamogli la testa! E meno male che erano cugini!

In quello stesso momento da una porta laterale della città usciva un cavallo al galoppo. China sul collo del destriero c’era una donna che lo incitava con furia disperata. Era la regina di Ahina sohul. Con una mano reggeva le redini e con l’altra teneva un fagottino. Davanti a lei sedeva un ragazzo che osservava sgomento la terra scorrere sotto gli zoccoli del cavallo. Non era mai andato così veloce. Non aveva mai avuto così paura. Si girò verso la madre, ma la donna teneva gli occhi, verdi come smeraldi, fissi sulla strada insanguinata. L’unica cosa che contava per lei in quel momento era fuggire velocemente, portare via i suoi figli da quell’inferno. Spronò ancora il cavallo, poi lo lasciò andare a briglia sciolta, chinandosi a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Ora erano fuori dalla città e il cavallo correva come se avesse il re degli amorphi alle calcagna. Il cappuccio scivolò via dal capo della donna, rivelando una cascata di capelli neri come l’inchiostro e le orecchie appuntite, ma lei non se ne curò: fuori dalla città era improbabile che la riconoscessero.

E qui facciamo la conoscenza della mogliettina di Galwan, che ovviamente, pur avendo letto sul Libro che il caro cugino Pseudos avrebbe attaccato la capitale, ha aspettato solo l’ultimo momento per fuggire.
Notate anche le due originalissime similitudini “verdi come smeraldi” e “neri come l’inchiostro” e fateci l’abitudine: sempre se deciderete di leggere il libro, saranno gli unici paragoni che incontrerete, oltre agli onnipresenti “rosso come il sangue” e “bianco come la neve”.

Un altro pezzo memorabile:

Intanto, oltre un’impervia catena di montagne, in una terra arida e sassosa dove le unite forme di vita erano i vermi che si contorcevano nel terreno asciutto, su una collina spoglia che sorgeva isolata nella pianura, una figura nera e silenziosa procedeva tra le foglia morte lungo un viale di pietra costeggiato da grigie statue simili a effigi di tombe.

Ma i vermi non amavano le zone umide? A parte questa licenza poetica un bel po’ triste, solo a me ricorda qualcosa la “figura nera e silenziosa procedeva tra le foglia morte lungo un viale di pietra costeggiato da grigie statue simili a effigi di tombe”? Un déjà lu?

In quello stesso istante, nel cuore del regno degli elfi silvani, una boccetta d’inchiostro di infranse a terra rompendo il silenzio che regnava in un austero studio dalle pareti di legno.
L’uomo, seduto alla scrivania, guardò allibito la propria mano tremante che aveva lasciato cadere il piccolo vaso. Nei suoi occhi, uno giallo e uno verde, si rifletteva il terrore. Si appoggiò allo schienale della sedia, passandosi la mano tra i capelli color dell’oro.

E a chi tocca ora? Ma naturalmente all’elfo dei boschi, dagli occhi gialli e verdi e dai capelli biondi come l’oro! Che tocco di originalità, mi congratulo con lei, Lady!

Poco più avanti, invece:

– Ascolta, Harys. I Mohrger sono stati liberati. Se non fuggiamo subito per nostro figlio sarà la fine!
Sul bel viso della donna si disegnò un’espressione di puro terrore. – I Mohrger! Miei dei, no! – mormorò, mentre dalle guance iniziavano a scivolare lacrime silenziose.
L’uomo dagli occhi diversi la strinse forte a sé. – Andrà tutto bene, non ci troveranno, te lo prometto. Porterò te e il bambino al sicuro.
La donna si alzò e lo seguì, ma i suoi singhiozzi sempre più forti si confondevano ormai con le grida di angoscia degli elfi per il risveglio dei Mohrger e del loro terrore.

Pauuura! I Mohrger si sono risvegliati! Saranno stati gli spasmi involontari della lingua al sol pronunciare questo terribile nome a far spaventare la povera Haris?
Scherzi a parte, questo è solo il primo dei sintomi che mi ha fatto giungere a un’altrettanto spaventosa conclusione: Lady Red soffre della temutissima e incurabile Sindrome da Sonohra.

Il nostro prologo si conclude in questo modo: la bella regina di Ahina Sohul continua la sua fuga per dieci giorni e dieci notti (‘mazza!), dopodiché si ferma in un villaggio e affida il fagottino contenente il figlio più piccolo (provate a indovinare un po’ di chi si tratta! Vi do un indizio: inizia con la B…). Successivamente, lei e il figlio più grande riprendono la loro fuga, fino a che una freccia degli amorphi non abbatte il loro cavallo. Ammirate questo memorabile finale:

La donna e suo figlio vennero circondati dagli amorphi. Il ragazzo estrasse un pugnale per proteggere la madre, ma lei gli urlò di mettersi in salvo, gli intimò di scappare e di non fermarsi mai. Il giovane a malincuore si gettò a correre nel bosco, ma fu inseguito dai goblin che, più veloci si lui, presto lo raggiunsero e lo circondarono.
Stavano per ucciderlo, quando la madre pronunciò alcune parole, seguite da un lampo accecante, e il ragazzo fu libero di riprendere la sua fuga.

Ma uau. E questo dovrebbe essere un punto di tensione? A me più che altro sembra la lista della spesa.
E per concludere in bellezza:

L’aquila bianca osservò a lungo dall’alto il principe degli uomini che si faceva strada a fatica sul terreno accidentato della foresta, incespicava e continuava a camminare, senza arrestarsi mai, secondo gli ordini ricevuti.
Solo lei aveva visto. Solo lei sapeva. Solo lei avrebbe ricordato.

Ta-ta-ta-taaaa! Ecco a voi un memorabile finale ad effetto!

Se ancora non vi siete sentiti male per un tal concentrato di schifezze stilistiche (e ci tengo a ricordarvi che siamo solo a pagina 12 su 495!), continuate pure a leggere la prossima puntata. Ma non dite che non vi avevo avvertito, eh? 🙂