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Masterpiece

È già da qualche mese che si sente parlare di questo fantomatico Masterpiece, e visto che la scadenza per partecipare non è ancora arrivata ho deciso di parlarne anch’io qui su Pensieri d’inchiostro.

Come, che diavolo è Masterpiece?

Per chi ancora non lo conoscesse, si tratta di un programma televisivo che andrà in onda il prossimo novembre su Rai 3: i vari concorrenti si sfideranno (non ho ancora ben chiari i dettagli di questa sfida, ma devo dire che mi ispira parecchio) e gareggeranno tra loro finché non rimarrà un solo vincitore, che avrà la possibilità di pubblicare il suo romanzo inedito nientemeno che con la casa editrice Bompiani.
Come avverrà la selezione degli elaborati? Chi desidera partecipare deve inviare il file del libro e il suo curriculum tramite il form che si trova sul sito ufficiale, oltre che a rispondere ad alcune domande riguardanti i propri interessi e attitudini, dopodiché coloro che supereranno la scrematura iniziale dovranno rispondere a un’e-mail che verrà loro inviata, e naturalmente sperare nella fortuna.

Io personalmente sono rimasta perplessa, dopo aver sentito di un programma del genere: mi sembra difficile far gareggiare degli aspiranti scrittori in modo che lo scritto vincitore sia effettivamente degno di essere pubblicato… però sono molto curiosa di sapere come verrà gestito questo insolito talent show, anche perché non sono una fan di questo genere di spettacolo (soprattutto se di provenienza italiana). Chissà, però, che non ne venga fuori qualcosa di interessante?

Per saperlo dovremo aspettare novembre. Siete anche voi incuriositi come me da questa novità televisiva? Se sì, ditemi cosa ne pensate! 🙂

PS: qualcuno mi ha già chiesto se non fossi per caso intenzionata a partecipare anch’io, dato che ormai pure pulsanti del blog sanno che adoro alla follia scrivere e che ho in cantiere diversi ipotetici romanzi che mi piacerebbe, un giorno, pubblicare… ma la risposta è no sostanzialmente per due motivi: in primis, al momento non ho niente di concluso che reputi di un livello accettabile, e in secundis, volevo appunto aspettare di vedere come è strutturato questo nuovo show. In una prossima edizione, se Masterpiece dovesse avere successo, però, magari potreste riuscire a vedermi in televisione… *-*
Vabbé, intanto torno a scrivere che è meglio, o rischio che prima di avere pronto qualcosa di decente mi caschino tutti i denti…


Nove errori di scrittura da evitare

Buona sera a tutti, chiedo umilmente perdono se nelle ultime settimane non mi faccio sentire spesso: con la scuola e la musica, ahimè, non si scherza.

Spero di fare cosa gradita, in ogni caso, segnalandovi un’interessante articolo pescato su internet che, come da titolo, parla di alcuni errori che si commettono quando si scrive e che sarebbe meglio evitare. Lo trovate qui.

Intanto a presto, portate pazienza: prometto che presto arriveranno altre recensioni e tanti altri articoli succosi! 🙂

*       *       *

“Oggi come oggi la nostra cultura è dominata dall’espressione scritta: e-mail, messaggi, aggiornamenti di stato, post, commenti, recensioni, articoli di riviste online. E se escludiamo quest’ultimo caso, tutto il resto funziona senza alcun tipo di filtro o controllo: schiacci un tasto e, tac!, è pubblicato. E devo riconoscere che molto di quello che leggo è di ottima qualità: intelligente, divertente, informato. Ma devo anche ammettere che molte cose sono davvero pessime e questo mi ricollega a quello che dicevo prima, cioè che è anche il peggior momento. Per quanto le persone siano abituate a scrivere costantemente per la loro cerchia di amici e conoscenti spesso, quando decidono di misurarsi con la narrativa, non sanno che pesci pigliare. Insegnando scrittura e giornalismo è qualcosa di cui mi sono reso conto in prima persona.

Tutti dicono che il linguaggio giovanile, mutuato dalla rete, pieno di slang e neologismi, stia cambiando il modo di scrivere in prosa, ma per quello che ho modo di vedere io non è assolutamente così. Credo che gli studenti pensino che non è quello il modo giusto di scrivere in forma “ufficiale”. E combattuti fra questi due estremi non riescono a trovare un tono appropriato. E non è un problema che riguarda solo gli studenti ma tutta la scrittura – dalle e-mail commerciali alla prosa narrativa – quando viene chiamata a spostarsi su un livello differente da quello della comunicazione quotidiana. È come essere abituati a vivere in un posto tropicale in t-shirt e infradito e venire all’improvviso invitati a una cerimonia dove bisogna vestirsi in giacca e cravatta. È un bel salto.

Per questo, chi ha sviluppato l’attitudine a un linguaggio informale tende a perdersi quando si deve muovere in un ambito diverso. Così ho deciso di scrivere una sorta di decalogo (in realtà sono nove punti, per cui non è un decalogo) per segnalare quegli errori di scrittura che mi sembrano un difetto comune. Se riuscirete a evitarli, credo proprio che avrete imboccato la strada giusta.”


[Racconto] La classe dei famosi

Buona sera, cari lettori!
Ricordate del concorso di scrittura bandito dalla mia scuola un anno fa, a cui avevo partecipato col racconto “La biblioteca di notte”? Be’, la vostra Topolina ha pensato bene di fare il bis, iscrivendosi anche all’edizione di quest’anno, questa volta sperando di avere maggior fortuna (l’anno scorso, infatti, il mio racconto era stato selezionato tra i finalisti, ma non era riuscito per poco a salire sul podio dei vincitori)… che nemmeno in questa occasione, ahimè, ha guardato dalla mia parte: ho passato la selezione, ma anche ‘sta volta non sono più riuscita ad andare avanti.
In ogni caso ciò non basta certo a scoraggiare la prode Topolina, che sa già per certo di volerci riprovare per l’ultima volta. Nel frattempo, vi invito ancora una volta a leggere il mio racconto e a dirmi cosa ne pensate! 🙂

Senza titolo-1Prima di proporvelo, permettete che vi dia qualche indicazione in più.
Innanzitutto, il tema dell’edizione 2013 era “Ricordi di scuola”, come al solito da sviluppare in un testo di massimo 10’000 battute: hanno passato la selezione 9 racconti su circa 30, che sono stati inseriti nel libretto di cui vedete qui a destra la copertina.
Anche in questo caso il titolo mi solleticava non poco: come per “La biblioteca di notte” ho pensato di buttare giù un’idea che mi ronzava in testa da un pezzo, e che potrebbe essere l’antefatto di un vero e proprio libro che mi piacerebbe scrivere… però intanto prendetelo così com’è, che va già bene.
Purtroppo credo che il perno attorno a cui ruota l’intero racconto sia anche un po’ il suo punto debole (nonché, forse, uno degli aspetti che hanno contribuito a non farmi vincere), cioè che si tratta di una storia ispirata alla realtà, e che quindi chi non è a contatto con essa rischia di non capirne tutti i dettagli. Tuttavia anche lettori estranei mi hanno assicurato che diverte lo stesso, quindi spero che piaccia anche a voi.
Se qualche passo risultasse oscuro, ovviamente, non esitate a chiedere spiegazioni, e… consideratela una piccola vendetta che mi sono concessa contro la situazione che alcuni professori stanno creando nella mia classe 😉

A questo punto, credo non ci sia altro da dire. Buona lettura!

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“Scrivo, quindi… ritrovo me stesso”

Oggi vorrei proporvi la lettura di un articolo trovato sul giornale che a me, personalmente, è piaciuto molto (le frasi in grassetto sono mie):

Contro i “dilettanti della scrittura” che vogliono scrivere per il solo successo commerciale, va riscoperta la nouvelle vague di quanti imbracciano penna, computer e carta per comunicarsi il senso di una vita. Una ricerca per lo più autobiografica che, sant’Ignazio di Loyola docet, fa bene anche alla fede. È quanto sostiene Duccio Demetrio, filosofo, esperto di narrazione autobiografica: ha fondato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, nell’Aretino. Demetrio, docente di Filosofia dell’educazione all’Università Bicocca di Milano, interviene al Festival della mente di Sarzana sabato 1° settembre (ore 10, cinema Moderno) con una conferenza su “La decima Musa: la Scrittura e i suoi miti”.

Professor Demetrio, alcune statistiche affermano che il 50% dei libri pubblicati in Italia non vende nemmeno una copia. Il 70% solo un esemplare. Che senso a parlare di “Perché amiamo scrivere?”, come da titolo del suo ultimo libro (Cortina)?

«In questo testo ragiono sul fenomeno diffuso in tutto il Paese di una domanda di scrittura attraverso il computer e la penna, una domanda che non ha precedenti. Le statistiche ci parlano di un analfabetismo di ritorno preoccupante, ma al contempo non indagano questa esigenza di scrittura che attraversa generazioni diverse. È evidente la crisi che il libro e la letteratura stanno vivendo oggi in termini commerciali. Su questo noto responsabilità gravi della scuola, che non valorizza la lettura a scapito di attività che sviluppano qualità più tecniche, banali ed effimere. Viviamo questo strano paradosso, dunque, per cui, a fronte dei dati da lei citati, esiste una domanda drastica e forte di scrittura, soprattutto online, che rispecchia il bisogno di comunicare i nostri disagi esistenziali più profondi, le nostre attività a favore degli altri oppure le nostre occasioni felici o infelici di incontro. In questo caso la scrittura funge da elemento di riconoscimento personale e interpersonale, anche nel caso di assenza di lettori: lo scrivere ci fa uscire dall’anonimato e ci dà coraggio rispetto agli altri e anche a noi stessi».

Insomma, per parafrasare un vecchio detto elettorale (“piazze piene, urne vuote”), si potrebbe dire: “Librerie vuote, diari pieni” …

«Ovunque possiamo notare una sorta di novelle vague di circoli di scrittura creativa e di lettura, direi una scrittura altra, che non ambisce al successo (almeno nella maggior parte dei casi), anzi sta scalzando quelli che definisco “i dilettanti della scrittura”, quei grafomani che assediano le case editrici, pubblicano in proprio oppure sommergono gli amici con i loro scritti. Loro sì alla ricerca del successo, sia personale che commerciale! Invece quando parlo di scrittura altra mi riferisco per esempio a quelle migliaia di persone che ho incontrato ad Anghiari, per il 90% donne, di ogni età. Persone che scrivono per nessuno se non per se stesse, per accompagnare, spesso, una cura terapeutica di carattere psicoanalitico; persone in disagio esistenziale o toccate dalla malattia. Ad esempio ci sono gruppi di auto-mutuo aiuto di donne afflitte dal tumore che si dedicano all’autobiografia. Anche nel mondo anziano troviamo molta scrittura altra. È un fenomeno sotterraneo, ignorato dai mass media, che non percorre la strada dell’esigenza commerciale della pubblicazione ma che rappresenta un evento decisamente interessante. Si costruiscono circoli, ci si ritrova per leggere non per far emergere il proprio bisogno spasmodico di vedersi editato un libro, ma per condividere la propria esperienza: un segnale di grande civismo e civiltà. La parola, come diceva Socrate, è un farmaco. E lo segnala davvero questa nuova esperienza sociale dello scrivere, in particolare la propria autobiografia. La scrittura conduce ad una solitudine che è feconda per sé e per gli altri. E devo dire che anche la Chiesa si è accorta dell’importanza dell’auto-scrittura».

Ovvero?

«Personalmente frequento parrocchie e gruppi che fanno autobiografia per raccontare la propria storia di fede. Alcuni amici sacerdoti che hanno frequentato l’Università dell’Autobiografia hanno fatto quasi una missione dello scrivere di sé: sono invitato spesso alla settimana di formazione catechistica che si tiene all’Alpe di Siusi (promossa dalla rivista Evangelizzare, ndr), ma anche in incontri nel Sud Italia, come in Puglia e Sicilia. In Trentino esiste un’associazione di stampo ignaziano (i legami tra sant’Ignazio di Loyola, e i suoi Esercizi spirituali, e l’autobiografia sono tantissimi!) che tiene percorsi di formazione appositi sullo scrivere di sé. Per chi, come me, vede nel cristianesimo una valorizzazione della persona, l’introduzione della valorizzazione della soggettività e al contempo la libertà dalla soggettività forte, le connessioni sono evidenti. La scrittura dà forza alla resistenza personale e civile all’omologazione. Pensiamo a quanta scrittura vi è stata dopo i lager nazisti. Scrivere è un’occasione di grande condivisione: si vedano gli scambi epistolari in cui ci si sostiene gli uni gli altri. Anche in questo caso la carità ecclesiale si collega allo scrivere. Personalmente, da oltre 10 anni, con gli studenti dell’Università della Bicocca e prossimamente alla Casa della cultura di Milano, tengo corsi di volontariato biografico: persone che si mettono a disposizione di chi, anziano o ammalato, vuole raccontare di sé. Chi ascolta poi trascrive quanto ricevuto, e lo può donare al diretto interessato o ai familiari».

Lorenzo Fazzini

Fonte: Avvenire (30/08/12)


Concorso Fazi: “Leggi. Scrivi. Vinci un sogno.”

Spendo un breve post per pubblicizzare un concorso di scrittura bandito dalla casa editrice Fazi, che mette in palio la pubblicazione in formato eBook del racconto che risulterà vincitore.

Il concorso vero e proprio è già terminato, in realtà, dato che il termine per inviare la propria opera era il 16 luglio scorso. Tuttavia fino al 2 agosto è ancora possibile votare i propri racconti preferiti tramite il sito stesso, ovvero i-fantasy.it, in modo da selezionare i 10 testi migliori: questi verranno poi giudicati da una giuria interna alla casa editrice, che premierà il vincitore, appunto, con la pubblicazione in digitale.

Il tema era scrivere una storia di massimo 100 cartelle ispirandosi ai primi due libri della trilogia Trylle (Switched e Torn) di Amanda Hocking, il cui romanzo d’esordio è diventato un caso editoriale su internet dopo essere stato rifiutato da molti editori. Ora che i testi sono stati inviati al sito, spetta ai lettori il compito di selezionare i dieci racconti più meritevoli… ed è qui che colgo l’occasione per invitarvi a fare la vostra parte: basta, infatti, un semplice “Mi piace” di Facebook o una condivisione per assegnare un voto in più al racconto che preferite.

Non nego la mia preferenza per “Hidden Heart“, la storia scritta da Emanuela Valentini (di cui ho già avuto occasione di leggere, e apprezzare, qualcosa in passato) – anche perché ho letto certi racconti letteralmente raccapriccianti -, ma con questo non vi sto certo obbligando a votare per lei: vi consiglio solo di darci un’occhiata, perché secondo me merita davvero… e del resto non c’è limite ai voti che ciascun lettore può assegnare, quindi avrete la più ampia liberta di scelta! 🙂

Correte a votare, dunque, se volete contribuire anche voi a questa iniziativa, e… buona lettura!


Le 13 regole di Chuck Palahniuk

È il momento di prenderci un attimo di pausa dalle recensioni e tutto il resto (anche perché questi ultimi giorni di scuola sono tutt’altro che all’insegna del “dolce far niente”), perciò ho deciso di proporvi una serie di consigli di narrativa che mi sono piaciuti molto e che ho trovato davvero utili. Sto parlando, come da titolo, delle


Venti anni fa, una mia amica e io camminavamo per Portland a Natale. I grandi negozi con tanti reparti: Meier and Frank… Fredrick and Nelson… Nordstroms… in tutte le loro vetrine sempre la stessa semplice, graziosa scena: un manichino abbigliato o una bottiglia di profumo sulla neve finta. Invece le vetrine di J.J. Newberry, diavolo, erano stracolme di bambole e decorazioni e spatole e set di cacciaviti e cuscini, aspira polveri, grucce di plastica, criceti, fiori di seta, caramelle – credo che ormai abbiate capito che cosa intendo. Ogni singolo oggetto di quella massa era prezzato con un cartellino rotondo di un rosso sfumato. E oltrepassando la vetrina, la mia amica, Laurie, lanciò una lunga occhiata e disse: “la loro filosofia di allestimento delle vetrine deve essere: ‘Se la vetrina non sembra uscita bene – mettici altra roba.” Disse il commento perfetto al momento perfetto, e lo ricordo due decenni dopo perché mi fece ridere. Quelle altre, eleganti vetrine… sono sicuro che fossero curate e piacevoli, ma non m’è rimasta in mente una vera immagine di come fossero. Per questo saggio, il mio obiettivo è ‘metterci altra roba’. Mettere insieme una sorta di calza natalizia delle idee, sperando che qualcosa sia utile. Come se facendo i pacchetti regalo per i lettori, infilandoci caramelle e uno scoiattolo e un libro e qualche gioco e una collana, io sperassi che una varietà sufficiente garantisca che qualcosa di tutto ciò risulti totalmente asinino, ma qualcos’altro si riveli perfetto. Continua a leggere


[Racconto] La biblioteca di notte

Dopo parecchie settimane di fervente attesa, ieri è finalmente arrivato il risultato del concorso di scrittura a cui ho partecipato.
In poche parole, si trattava della seconda edizione di un concorso a premi bandito dalla mia scuola: i concorrenti dovevano inventare un racconto di max 10’000 battute che si riconoscesse nel tema “La biblioteca di notte”. L’idea, devo ammettere, mi sconfinferava non poco, perciò ho deciso di imbarcarmi in questa “impresa” per me del tutto nuova: sottoporre una mia storia a una commissione di professori che l’avrebbero letta e giudicata.
Con mia grande gioia e ancor più grande sorpresa, sono stata selezionata tra i 12 finalisti su circa altri 60 concorrenti… Mi piacerebbe anche potervi dire che ho sbaragliato tutti quanti e mi sono portata a casa la bellezza di 150€, ma purtroppo devo deludervi 😉
No, il mio racconto non è uscito vincitore… però volete mettere la soddisfazione di ricevere un attestato e soprattutto un libretto con stampato sopra un testo scritto da me?? È stato fantastico, credetemi, e in più mi ha dato la spinta per riprovarci l’anno prossimo. Sapete come si dice… “Ritenta e sarai più fortunato!” 🙂

Eccomi, dunque, a farvi leggere il racconto che mi ha portato in finale… ma vorrei che fosse chiaro fin dall’inizio che non ho deciso di pubblicare la mia storia online per sentirmi dire che sono bravissima, per vantarmi di aver superato gli altri concorrenti e via dicendo. Il fatto che il concorso sia terminato, infatti, non significa che lo sia anche la mia carriera di scrittrice (figurarsi… non è nemmeno cominciata, secondo me!), e dato che sono del parere che un testo possa essere sempre migliorato…
Be’, detto brevemente, scatenatevi pure; anzi, siate spietati, perché – come dimostra il fatto che sia arrivata in finale ma non prima o seconda – ogni vostra annotazione servirà ad affinare il mio stile… E chissà che l’anno prossimo non riesca a giungere più avanti?

Vi dirò che, rileggendolo a un mese abbondante di distanza dalla consegna, ho già un’idea di cosa vorrei migliorare all’interno del testo, ma desidero anche sentire il vostro parere: so per esperienza che è impossibile per un autore giudicare in modo oggettivo i propri scritti, perciò una serie di giudizi esterni mi saranno certamente d’aiuto.
In particolare, vi chiedo di darmi un parere sull’originalità della trama e dell’intreccio, sull’efficacia del finale (su cui mi sono arrivati pareri di tutti i tipi, spesso discordanti) e sullo stile in generale, e ricordate che accetto qualsiasi cosa: da “Sei un fenomeno, meritavi certamente di vincere” a “Smetti di scrivere e datti all’ippica, perché fai davvero pena!”
Detto questo, buona lettura… e mi raccomando, dateci dentro! 😉 Continua a leggere


40 regole per scrivere “bene”

È di nuovo sabato pomeriggio (anzi, probabilmente quando schiaccierò il tasto “Pubblica” sarà già sera, e quando qualcuno si accorgerà di questo articolo sarà notte inoltrata… insomma, vedete voi) e io sono reduce da una settimana che definire estenuante è un eufemismo. Per dirla tutta, non è ancora finita, dal momento che domani mattina mi aspetta uno dei miei concerti. Inutile dire che l’energia necessaria per concludere la recensione che ho iniziato a scrivere qualche giorno fa si trova al momento a uno dei livelli più bassi mai raggiunti: l’autrice in questione – che saluto e ringrazio per la pazienza, nel caso stia leggendo queste parole – e voi tutti che attendete “con ansia” il prossimo succulento post mi scuserete se sto ad annoiarvi con i miei acciacchi personali, ma piuttosto che sparire per l’intero weekend ho pensato di proporvi un articolo… non nuovo, non originale e se è per questo nemmeno scritto da me (apprezzate almeno l’innovativa scelta dei colori ^^), ma che nonostante sia stato riportato migliaia e migliaia di volte su altrettanti siti e blog rimane comunque unico.
Perciò, ecco a voi le

40 regole per scrivere “bene”

di Umberto Eco.

1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.

17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

19. Metti, le virgole, al posto giusto.

20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.

21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.

22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

24. Sii coinciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinchè il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.

26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.

30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.

31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

32. Cura puntigliosamente l’ortograffia.

33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.

34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.

35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.

38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonchè deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

40. Una frase compiuta deve avere.

(Tratto da La Bustina di Minerva)


Show, don’t Tell – Introduzione

Ultimamente sono stata assunta nella redazione del blog Sognando Leggendo e incaricata di scrivere alcuni articoli sulle regole di narrativa. Perciò mi sono detta: perché non prendere due piccioni con una fava? Visto che tra le tante (troppe) idee per possibili nuovi articoli che mi sono venute nel tempo ce n’era anche qualcuna riguardo, appunto, alle tecniche narrative, ho pensato di proporre gli articoli pensati per Sognando Leggendo anche qui su Pensieri d’Inchiostro.

Introduzione allo Show, don’t Tell 

Quest’oggi parleremo di una delle tecniche fondamentali – nonché più discusse – per chi vuole scrivere (buona) narrativa: come i più arguti di voi si saranno accorti leggendo il titolo di questo articolo, si tratta dello Show, don’t Tell.

Partiamo dalla domanda fondamentale: che cos’è questo Show, don’t Tell? Tradotto letteralmente dall’inglese significa “mostra, non raccontare”, anche se la suddetta definizione, a mio parere, non dice molto su quel che preveda in pratica la nostra regola – ed è forse per questo motivo che si discute sempre in modo acceso, quando si parla di Show, don’t tell.

Che cosa vuol dire, dunque, mostrare? In cosa si differisce dal raccontare?
Fino a qui la cosa è semplice: mostrare significa fornire a chi legge dei concetti concreti che stimolino l’attenzione del lettore e lo coinvolgano nella storia. Affinché ciò sia possibile, lo scrittore deve dare al lettore dei dettagli vivi, reali; dettagli che richiamino immagini, sensazioni, suoni, odori e, in generale, tutto quel che è ricollegabile ai cinque sensi.
Raccontare, invece, vuol dire limitarsi a riferire tutti questi dettagli, spesso esprimendo dei giudizi a riguardo.

Vediamo subito un esempio per capire meglio:

Riccardo è un bambino molto timido e insicuro.

In questo caso, il narratore ci sta dicendo com’è Riccardo: sta giudicando il suo carattere secondo i propri canoni, e dal momento che questi canoni non vengono comunicati al lettore, quest’ultimo è costretto a prendere questa informazione così come gli viene data.
“Molto timido e insicuro” è un’espressione astratta: ci sono diversi modi di essere timidi, e non sapremo mai se Riccardo è timido e basta oppure se è timido solo in certe occasioni e con certe persone, oppure quanto è insicuro. Questo è raccontare.

La stessa situazione mostrata, invece, potrebbe essere questa:

La maestra soppesò a uno a uno tutti i suoi alunni.
«E tu, Riccardo? Che ne pensi?»
Il bambino sentì le proprie guance avvampare. “E adesso cosa dico?», pensò, mentre un nodo di terrore gli serrava la gola.
«Avanti, tesoro, non ti mangiamo mica!», insistette la maestra.
Riccardo deglutì, vedendo che l’intera classe puntava gli occhi su di lui. Ora come mai avrebbe voluto che una voragine si aprisse sotto il suo banco e lui venisse risucchiato negli abissi della terra.
«Be’, ecco… io sono…»
«… un completo idiota!», completò la voce di Marcello proprio alle sue spalle. Una valanga di risate sommerse tutto, persino la voce furente della maestra.
Questo era troppo. Riccardo nascose la testa tra le braccia, e in un attimo le maniche della sua felpa furono pregne di lacrime.

Come potete vedere, in questo caso sono i dettagli concreti a comunicare al lettore che tipo è Riccardo, non più un semplice aggettivo: chi legge potrà così elaborare una propria opinione sul suo carattere, non limitarsi ad accettare quella che gli viene proposta. Inoltre, la partecipazione emotiva è molto maggiore in questo secondo caso: il lettore è coinvolto nella storia, quasi come se fosse a fianco del personaggio, mentre è ovvio che con un “era molto timido e insicuro” tutto ciò non succede.
In definitiva, mostrare è un modo più efficace di narrare rispetto al raccontare, perché è maggiormente in grado di appassionare chi legge.

Altri motivi per i quali mostrare è preferibile al raccontare?

• Innanzitutto, perché fino a prova contraria uno scrittore scrive per cercare di interessare i lettori. Mostrare una situazione, come ho già scritto, tiene viva l’attenzione di chi legge, lo coinvolge, lo fa sentire parte della storia. E se un lettore deve occupare il suo tempo per leggere 400 pagine di romanzo, meglio che la sua sia una lettura piacevole e coinvolgente, non trovate?

• Al contrario, il raccontato tende a essere noioso, perché chi legge non riesce a calarsi all’interno delle situazioni.

Il mostrato rimane impresso nella mente del lettore: se io, scrittore, faccio vedere una signora con il volto pieno di rughe che cammina a fatica, appoggiandosi di peso al suo bastone e trascinando un passo dietro l’altro, il lettore avrà subito a disposizione l’immagine reale di una donna vecchia; se invece mi limito a dire “Franca è un donna vecchia”, facilmente chi mi legge si sarà scordato questa informazione nel giro di poche pagine.
E se magari il fatto che “Franca è un donna vecchia” fosse stato di vitale importanza nella storia?

Qui veniamo a un altro punto molto importante:

Mostrare obbliga a scegliere cosa è importante per la storia e cosa no. Se sapere che Franca è vecchia fa andare avanti il corso degli eventi, allora è bene mostrarlo, per i motivi di cui sopra. Se invece non serve, è meglio tagliare tutto. (Volendo, si può anche pensare di usare il raccontato, ma di questo parleremo nelle prossime puntate.)

• Un’altra regola della scrittura vuole che il narratore non esprima giudizi personali. Questo è un errore da evitare, perché il narratore deve limitarsi a narrare la sua storia: se questo non avviene, sembra che sia stato lo stesso autore a infilarsi nel racconto per esprimere quel che pensa lui.
Pensate alla situazione che ho proposto prima come se fosse un film; pensate se nella scena di Riccardo alle prese con la sua timidezza fosse spuntato il regista con un cartello con su scritto “Riccardo è timido”. Non trovate che vi sareste arrabbiati pensando: «Non sono mica scemo: lo vedo da solo che Riccardo è timido!»?

Con questo, naturalmente, non sto dicendo che raccontare sia il male assoluto, né che il mostrato vada sempre bene. Raccontare, di per sé, non è un errore: parlo affidandomi alla mia esperienza di lettrice – ma sono certa che anche altri saranno d’accordo con me – quando dico che ho letto diversi libri che prediligevano il mostrato e che non mi sono affatto piaciuti e, viceversa, altri che di mostrato non avevano una virgola e che si sono rivelati piacevoli.
L’abilità dello scrittore non deve essere mostrare tutto indistintamente, ma essere in grado di usare le tecniche che gli vengono fornite in modo intelligente, sapendo quando è giusto mostrare un dettaglio importante o, magari, raccontarlo.

Nei prossimi articoli, in particolare, affronterò temi quali:
• Come riconoscere il raccontato e, quando necessario, trasformarlo in mostrato;
• Come mostrare con più efficacia;
• Quali sono gli errori più frequenti;
… ma anche:
• Quando è preferibile raccontare invece che mostrare;
• È vero che “le regole uccidono l’arte”?

… naturalmente fornendo ogni volta nuovi esempi a riguardo.

In attesa del prossimo articolo, ti consiglio di dare un’occhiata anche a questi approfondimenti:
• Su Gamberi Fantasy: http://fantasy.gamberi.org/tag/show-dont-tell/
• Su Fantasy Eydor: http://www.fantasyeydor.com/it/articoli/show-dont-tell-la-mappa-mentale-in-5-passi
• Su Jerz’s Literacy Weblog (EN): http://jerz.setonhill.edu/writing/creative1/showing/
• Su Dailywritingtips (EN): http://www.dailywritingtips.com/show-dont-tell/


Le storie della nonna III

Come promesso, eccoci alla terza puntata della serie di post dedicati alla nonna Aurelia (le prime due sono qui e qui). Oggi tocca al terzo racconto della “trilogia” su Gesù e san Pietro, ma essendo questa storia la più corta delle tre, ho deciso di regalarvi un piccolo bonus, ovvero un’altra storia che non ha nulla a che vedere con le precedenti ma che, pur nella sua semplicità, mi ha sempre divertito, e desidero condividerla anche con voi.
Come al solito, spero che vi piacciano!

Gesù, san Pietro e il setaccio 

Un altro giorno, san Pietro domandò a Gesù: «Cosa possiamo prendere con noi oggi, durante il nostro giro?»
«Prendiamo il setaccio: sento che potrà esserci utile.»
I due uomini si misero in cammino per la campagna.

Giunsero nei pressi di una casetta piccola e graziosa in mezzo ai campi quando era ormai mezzogiorno, e Pietro propose a Gesù di chiedere ospitalità al proprietario della casa. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina dai candidi capelli.
«Oh, che Dio vi benedica!», esclamò la vecchietta quando li vide e dopo che ebbe accolto la loro richiesta. «Vi ospiterei più che volentieri, se solo mi poteste dare una mano a cucinare! Vedete, per poter preparare il pane devo togliere uno per uno tutti i granelli di crusca dalla farina usando un ago, ma ormai sono così vecchia che non vedo più bene, e ogni giorno che passa ho sempre più difficoltà a fare questo lavoro. Oh, se solo poteste aiutarmi…»
«Non preoccupatevi», le rispose Gesù. «Abbiamo la soluzione ai vostri problemi!»

Pietro tirò fuori il setaccio da sotto il mantello e lo mostrò alla vecchia. Poi lo appoggiò sul tavolo, prese una mangiata di farina e la poggiò sulla rete metallica.
«Adesso scuotetelo», ordinò Pietro.
La donna obbedì e rimase meravigliata quando vide che la crusca rimaneva tutta al di sopra della rete, mentre la farina, tutta bianca e soffice, finiva sotto.
«Come potrò mai ringraziarvi!», disse felice la vecchina. «Adesso finalmente potrò preparare il pane senza dover passare ore intere a pulire la farina!»

Allora Gesù e san Pietro poterono fermarsi a mangiare a casa sua, dopodiché ripresero il loro cammino in giro per il mondo.

I due vecchietti

Era domenica in un paesino di campagna, e la messa della sera era appena finita.
Tutti i fedeli uscirono dalla chiesa e si diressero verso le loro case; fu così che due vecchietti che non si erano mai visti prima si ritrovarono a dover percorre la stessa strada.

«E così», disse il primo, «anche un’altra giornata è finita.»
«Già», rispose l’altro. «Domani bisognerà tornare a lavorare.»
«Ma lei dove abita, scusi?»
«Io abito a Salvaterra.»
«Anche io abito a Salvaterra!»
«Oh, che bello, così potremo fare la strada insieme e ci terremo compagnia!»

Cammina e cammina…
«Io mi fermo qui: questa è la casa dove abito. Sa che la mia famiglia è così grande che spesso non mi ricordo più come si chiamano certi miei parenti?»
«Ma questa è anche casa mia! Come si chiama la sua famiglia?»
«Lambertini.»
«Anch’io sono un Lambertini!»
«E lei che mestiere fa? Io sono un fabbro.»
«E io faccio il vaccaro.»
«Ma tu guarda… Facciamo parte della stessa famiglia da quando siamo nati e ci siamo conosciuti soltanto da vecchi!»