In my mailbox #2 – Acquisti libreschi

Benvenuti al secondo appuntamento della rubrica che raccoglie i libri che durante questa settimana si sono aggiunti alla mia libreria.
Anche in questi giorni, come vi mostrerò tra poco, le cose sono andate alla grande: sono ben sei, infatti, le new entry 🙂

In my mailbox – Acquisti libreschi

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Titolo: Enemy – Tra bene e male
Autore: Samantha Beatrice Brillante
Editore: Sangel
Pagine: 402
Prezzo: €14,80
Lo trovi su: Sito dell’editore, aNobii, IBS, Bol, Booktrailer su Youtube

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Una storia travolgente e piena di suspance. Il fascino di un ragazzo misterioso. La storia di una ragazza che si ritroverà coinvolta in un qualcosa di inaspettato. Un romanzo da leggere col fiato sospeso. Enemy è un avvincente fantasy, che ruota intorno alla lotta tra il bene e il male. Protagonista di questo fantasy è Ginevra, detta Evra, una ragazza come tante, che si ritrova a fare i conti con il più bello e arrogante della scuola, Draco. Da subito tra loro non scorre buon sangue e gli scontri sono sempre più forti. Il destino per Evra però ha riservato qualcosa di inaspettato. Si ritroverà insieme a suo fratello Colin e ai suoi amici ad affronate molte prove, perché il bel Draco nasconde un terribile segreto… Può un nemico tanto odiato divenire indispensabile? 

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Titolo: Un cuore nelle tenebre
Autore: Roberta Ciuffi
Editore: LeggerEditore
Pagine
: 366
Prezzo: €10,00
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Vivono tra la gente comune, conducono una vita apparentemente normale? Ma la notte è il loro regno, è di notte che si scatena la loro vera natura. Tutto intorno, l’Italia unita sta muovendo i primi passi, eppure, tra i vicoli di San Raffaele, in Friuli, sono i lykaon a reggere i fili del destino. Da secoli vivono in pace, a metà fra la ragione umana e l’istinto animale, ma ora qualcuno di loro ha lasciato che il sangue prenda il sopravvento, e che le pulsioni del lupo vengano alla luce, sconvolgendo un’armonia sottile. L’ombra dei boschi sta per dilagare, inesorabile, insidiosa, e solo uno di loro potrà ricucire il confine tra i due mondi. Starà a lui, accompagnato da una donna fragile e indifesa, che cela in sé la forza sconosciuta e dirompente di una regina delle tenebre, trovare la chiave che risolverà l’enigma, per difendere il suo popolo dai piani di chi da tempo trama alle loro spalle.

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Titolo: Il cavaliere d’inverno
Autore: Paullina Simons
Editore
: BUR 
Pagine
: 700
Prezzo: €10,90
Lo trovi su: aNobii, IBS, Bol, Amazon, Libreria Universitaria

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Leningrado, 1941. In una tranquilla sera d’estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Molotov annuncia che la Germania ha invaso la Russia. Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell’Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta subito un’attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l’assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

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Titolo: D.flies
Autore: Diletta Fabiani
Editore
: Lulu
Pagine
: 173
Prezzo: €12,68 (eBook free)
Lo trovi su: aNobii, Lulu

Ringrazio l’autrice per avermelo inviato in formato eBook.

Le cose non sono più state le stesse da quando June è morto. Il gruppo si è sciolto ed Airon si è ritirato nella sua casa in riva al mare, a condurre una vita fatta di giornate vuote e notti ripetitive. Finchè una sera non incontra in un locale Ken Taira, un giovane cantante che gira il mondo con la sua chitarra. Chi è? Perché assomiglia così tanto a June? E che cambiamenti può portare questo incontro nella vita di Airon?
Per ulteriori curiosità sul racconto, visitate http://www.ladycaos.eu/lumi/ 

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Titolo: Anime Impure
Autore: Cristiano Signorino 
Editore
: Gruppo Albatros – Il Filo 
Pagine
: 237
Prezzo
: €15,50
Lo trovi su: aNobii, IBS, Bol, La Feltrinelli

Ringrazio l’autore per avermelo spedito. 

“Le ombre festeggiarono, silenziose, l’avvenuto incontro tra la giovane e Gabriel. Alcune guizzarono di gioia, altre tremarono di felicità. Occhi umani osservarono quell’oscura danza pur senza prestarvi veramente attenzione. Furono in pochi a comprendere quanto stesse veramente accadendo e non tutti se ne rallegrarono.”
Cosa accadrebbe se la materia di cui sono fatti i sogni riuscisse a filtrare in un mondo da cui le illusioni sono state bandite? Forse i sogni cercherebbero vendetta e, con loro, anche gli incubi. 

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Titolo: Il segreto degli undici
Fa parte di: Le leggende di Aron – Libro I
Autore
: Deborah Epifani 
Editore
: Linee Infinite 
Pagine
: 480
Prezzo: €16,00
Lo trovi su: Sito dell’editore, Sito dell’autrice

Scambiato su aNobii. 

Aron ha quindici anni e una vita felice sulla sua piccola isola. Le giornate in mare, i tuffi dalla barca di Gorgo, il sale che tira sulla pelle e l’amore della sua famiglia sono tutto ciò che possiede, tutto ciò che desidera. Quasi tutto. Manca un giorno al suo compleanno e alla cerimonia che lo ammetterà al Consiglio dei Germogli, giovani pronti a difendere l’isola e i suoi abitanti da qualunque insidia li minacci. Ormai fervono i preparativi che lo renderanno a pieno titolo un uomo del Popolo del Mare. Basterà una notte di tempesta perché tutto cambi: dal buio emerge una misteriosa presenza che lo trascinerà lontano dagli affetti e dall’isola, nel mondo magico e insidioso di cui ora fa parte. Chi sono i Guardiani che lo cercano? Chi sono i misteriosi Undici il cui destino si intreccerà inevitabilmente con il suo? Quali enigmi nascondono e cosa vogliono da lui? Aron dovrà fare appello a tutto il suo coraggio e imparare a fidarsi della tenebra che lo accompagna, se vorrà salvare se stesso e le persone che ama. Una corsa contro il tempo per sfuggire al nemico comune. Un’avventura alla scoperta di se stesso e di quel Potere che lo rende unico al mondo. Un segreto da svelare per trovare la verità.

E voi? Quali libri si sono aggiunti alla vostra libreria? =)

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PS: se c’è tra voi qualche milanese che vuole passare una piacevole domenica musicale, venga a vedermi alle ore 11 al teatro Dal Verme! 🙂

Recensione: Nix

Finalmente è arrivato il momento di parlare di Nix, romanzo di Elisabetta Ossimoro, che come al solito fa parte del progetto “Libri in cambio di recensioni“.

Titolo: Nix
Autore: Elisabetta Ossimoro
Genere: narrativa contemporanea, young
Editore: Sangel
Collana: Cortona
Pagine: 138
Anno di pubblicazione: 2011
ISBN: 9788897040378
Prezzo: € 12,90
Formato: brossura
Valutazione: 

Ringrazio l’autrice per avermelo inviato in formato eBook.

Nix non è un serial killer, non è un mago e nemmeno un vampiro. Nix ha diciannove anni, un fascino spiazzante e una fidanzata molto bionda. Ha due amici carissimi, Ermanno e Ottilia, con cui affronta le piccole tragedie quotidiane dell’ultimo anno di liceo. Ha incubi ricorrenti, che lo perseguitano ogni notte.
Nix sa moltissimo e parla poco, avanza verso la Maturità con un’eleganza talmente naturale da sembrare studiata, trova il bene e il male nei posti più improbabili, ha reazioni imprevedibili nei contesti più strani.
Intorno a lui si muove un mondo di scuola, compiti, gite scolastiche, supposti intellettuali, presunti idioti, parenti stretti, creature evanescenti, professori sull’orlo di una crisi di nervi, opere d’arte, oggetti inanimati, storie d’amore che iniziano e finiscono.
Le sue poche parole affilate dissacrano le istituzioni, cercano un’eternità possibile in quel circo di luoghi comuni che è la fine dell’adolescenza. Vano è ogni tentativo di comprendere il perché della sua inquietudine, del precoce disincanto e dell’immagine troppo sfocata che ha del suo domani. Ma chissà… forse, prima dell’ultimo atto, arriverà una risposta.

Sebbene il riassunto di questo libro dia l’impressione di trovarsi davanti al solito romanzo che parla di adolescenti, primi amori, scuola e amici e difficoltà nel trovare la propria strada – ovvero un argomento su cui si basano innumerevoli libri e film, compresi quelli del mio adorato (?) Mr. Moccia -, il mio consiglio è quello di non lasciarsi ingannare: per quanto non possa vantarmi di essermi divorata una per una tutte le storie di questo genere (ormai si è capito che i libri cloni di altri libri non mi vanno a genio… o no?), sono convinta che Nix abbia qualcosa di particolare, per non dire speciale, che lo distingue dagli altri. A partire dal protagonista, che è uno dei migliori personaggi adolescenti di sesso maschile che mi siano mai capitati.

Cominciamo, appunto, da Nix, ovvero Nicodemo, il cui punto di vista ci racconta la nostra storia: sappiamo che ha 19 anni e che è straordinariamente bello (alto-biondo-occhi neri-fisico atletico), ma non per questo si tratta del classico adolescente superficiale e/o donnaiolo. Anzi, posso ben dire che Nix è tutto il contrario: i suoi pensieri riflettono una maturità e un’intelligenza non comuni, una capacità di vedere il mondo al di là dei pregiudizi e delle ipocrisie che lo impregnano che ho trovato stupefacente – e che per una volta mi ha messo il cuore in pace ricordandomi che, per fortuna, esiste ancora una percentuale per quanto ridotta di adolescenti con la testa “a posto”. Mi è piaciuto molto il suo modo critico di esaminare ogni cosa, di commentare l’atteggiamento dei suoi coetanei.
L’unico aspetto che non mi è andato giù di Nix è il fatto che sia così nichilista: penso che sia un peccato che un ragazzo intelligente come lui non abbia ideali o passioni, che non si lasci coinvolgere quasi da nulla, che non riesca a trovare niente per quale valga la pena vivere. Nonostante la sua maturità, inoltre, appare inquieto e fragile, come dimostrano i frequenti incubi che ha.
Tutto questo disinteresse per ciò che lo circonda arriverà al culmine nel finale, amaro eppure molto azzeccato.
A parte questo, però, trovo che il nostro Nix sia un personaggio davvero ben fatto. Talmente ben fatto che tuttora mi domando cosa lo spinga a rimanere insieme a quell’oca superficiale di Giulia.

Stessa cosa si può dire anche degli altri personaggi, in particolare di Ottilia e di Ermanno, i due migliori amici di Nix, e di Isabella, la sorella minore. Il fatto che, poi, l’autrice abbia da poco superato a sua volta l’adolescenza ha contribuito a conferire verosimiglianza a essi: spesso i libri che parlano di adolescenti sono stati scritti da persone che si sono lasciate alle spalle la giovinezza ormai da parecchi anni, risultando così molto distaccate; in questo caso, invece, si capisce che Elisabetta Ossimoro conosce l’argomento in modo profondo.

Parlando un po’ della storia generale e dello stile, credo innanzitutto che Nix sia scritto davvero bene: il lessico è ricco, la prosa molto coinvolgente e il fatto che sia lo stesso Nico a narrare la storia rende la lettura appassionante. Tutto sommato, si percepisce a ogni pagina che l’autrice conosce bene l’arte dello scrivere: a parte rare sviste, ho trovato lo stile veramente accurato e ben fatto.
Per chi ci è già passato, è senz’altro un modo piacevole per ricordare i momenti della maturità, e nonostante io sia ancora “piccolina” è riuscito a divertire molto anche me, soprattutto la punizione del povero Piervi, che mi ha fatto morire dal ridere. Toccante anche la scena tra Nix e la professoressa Galbiati.

In definitiva, dunque, anche se nel complesso non è riuscito a lasciarmi interamente soddisfatta, trovo che sia un romanzo d’esordio niente male.

~    ~    ~

“Sono uno sporco qualunquista, lo so, e giuro che invidio questi miei coetanei, che riescono ad avere una fede incrollabile nei loro ideali. Rimpiango di non essere in grado di credere in altro se non in Nicodemo Orsini.”

Recensione: Le rune del tempo (2^ parte)

Ecco a voi la seconda parte della recensione de Le rune del tempo. Per chi si fosse perso la prima parte, la trovate qui.

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Aggettivi e avverbi a gogò

Un altro problema de Le rune del tempo è l’uso sconsiderato di aggettivi e avverbi, nel 95% dei casi inutili e che appesantiscono soltanto. Vediamo alcune citazioni:

Sbalordita, incredula e inorridita (pag. 38)

uno sguardo contrito e timoroso (pag. 65)

uguali, vibranti e intense emozioni (pag. 77)

uguali, immobili e identici (pag. 112)

bloccata, immobile, non riuscivo a proferire parola (pag. 124)

Come potete vedere, sembra che l’autrice non sia soddisfatta se non ci ripete gli stessi concetti almeno tre volte di seguito, spesso utilizzando aggettivi che hanno un significato pressoché identico, come i primi tre “sbalordita, incredula e inorridita”. Di avverbi, soprattutto in “-mente”, ne ho trovati talmente (appunto! ^^) tanti che non me li sono nemmeno segnati: tanto, basta aprire una pagina a caso per trovarne almeno uno inutile.

Donna sbalordita. Donna incredula. Donna inorridita.

Ma non solo soltanto questi aggettivi e avverbi che appesantiscono il tutto: nel romanzo si è costretti a leggere periodi interminabili, con subordinate che si aggiungono ad altre subordinate. Un paio di esempi, come al solito:

Il mio tono si era fatto più duro e perentorio, da quando eravamo tornati a palazzo, piano piano stavo imparando a farmi valere di fronte ai miei uomini e ad essere sincera non mi dispiaceva affatto un po’ di quel potere, che la mia figura reale mi conferiva.

Avevo ormai compreso fin troppo bene che la riuscita di quella missione dipendeva soltanto da me e che, in assenza di mio padre, dovevo tenere ben salde le redini del Regno, con la stessa fermezza che mi era stata insegnata nell’arte del combattimento e che sembrava avrei dovuto mettere a frutto a breve.

Con qualche eccezione, le frasi sono tutte più o meno così: interminabili, pesanti, e piene di virgole lì dove starebbero meglio dei punti fermi.

Errori veri e propri e obbrobri stilistici

Ditemi se non mi devo arrabbiare, quando mi tocca a leggere una roba del genere:

Per lui contava solo per la sua primogenita andava in sposa ad un uomo delle Terre della Luce e che lasciava la sua casa

… o altre virgole tra soggetto e verbo:

Il sacco era stato lasciato aperto, come se chi lo aveva deposto in quel luogo, avesse voluto che il piccolo fosse riscaldato dal tepore del sole. (pag. 72)

Quando gli occhi furono in grado di adattarsi, intravvedemmo stagliarsi di fronte a noi, una breccia di luce accecante. (pag. 77)

…Il sangue del malvagio, salverà l’amore. (pag. 234)

… oppure trovare per ben due volte un bel “tenere allo scuro” (che mi ricorda tanto il buco dello zono), o ancora dover leggere un “gridare a gran voce” (non sapevo che si potesse gridare a bassa voce!) o vedere una virgola praticamente dopo ogni “che”. Be’, sappiate che Le rune del tempo è pieno di queste bellezze senza pari.

Persino il buco dell'ozono si è allargato a leggere obbrobri del genere.

Incongruenze, situazioni stereotipate e buchi di logica

Partiamo dalle incongruenze. Non ho né il tempo né la voglia di riportare tutte quelle che ho trovato (anche perché sono davvero tante), perciò scriverò qui solo quelle che mi sono sembrate più evidenti. Per esempio:

• Prima di tutto, come si capisce anche da alcune delle citazioni che ho riportato qui, Celsien è ed è sempre stata un maschiaccio: ha sempre preferito le spade e l’arco alle bambole e ha imparato a combattere da piccola. Nonostante ciò, ha seri dubbi di riuscire a reggere il regno mentre suo padre è via, e comunque nel corso della storia sono rare le volte in cui dà veramente prova delle sue capacità. Di solito, ha sempre bisogno di essere salvata, il che non la rende proprio il personaggio meglio caratterizzato nella storia della letteratura.

• Quando anche Celsien se ne va per cercare di salvare suo padre e rimettere a posto le cose, lascia il comando del regno a suo cugino. Ebbene, questa è l’ultima volta che sentirete parlare di lui, dal momento che il cugino sparisce senza lasciar traccia. Puff!

• A un certo punto Celsien e i suoi compagni di viaggio trovano un bimbo abbandonato che chiamano Firin. A pagina 91 il suddetto si trasforma in un elfo (!) e dice che il suo vero nome non è Firin ma Olfaran e che è stato inviato dagli Elfi della Notte per cercare una “persona misericordiosa che spezzasse le catene di oppressione del suo popolo”. Ma a pagina 167, Celsien – dopo che Olfaran si è ri-trasformato in bambino – dice chiaramente che: “Le anime sono spiriti liberi, ogni volta che si trasfigurano, il soggetto di cui sono il centro vive le esperienze connesse ai suoi spostamenti, ma non ha memoria alcuna delle situazioni precedenti e di coloro che ha già incontrato.” Quindi com’è possibile che Olfaran ricordi che l’avevano chiamato Firin e la faccenda del suo popolo?

• A pag. 65 conosciamo i due gemelli Joan e David, e anche qui ne succedono delle belle. Prima di tutto, i nostri amici ci stupiscono con il seguente dialogo:

– Ecco vedi sei il solito rozzo caprone! Presentaci entrambi invece di continuare a inveire contro di me.

Cioè, spiegatemi, prima dice “rozzo caprone” e poi un bell'”inveire”? Molto congruente, devo dire.

Un rozzo caprone.

Poco dopo, i nostri amici ne combinano un’altra:

– Noi siamo i gemelli, David e Joan, della contea di Brunsdale. Siamo qui per darti una mano nella tua ricerca – disse David.

Posto che il PoV è sempre interno a Celsien, come fa quest’ultima a sapere chi dei due ha parlato, essendo identici l’uno all’altro (come viene detto poco prima)?

• A pagina 75 Drusen dice “Expandi Lucem!”. A parte il fatto che, se quell'”expandi” fosse inteso come imperativo, in latino sarebbe “expande”… da quando a Irlender si parla, appunto, latino?

Veniamo ora alle (tante) situazioni stereotipate, nonché spesso illogiche. Vi avviso, però, che potrebbero esserci SPOILER (se volete leggere il testo che segue, evidenziatelo con il mouse):

• Che Alis sia la sorella perduta di Celsien si capisce – oltre che dalla quarta di copertina – a pagina 53, ed esattamente 13 pagine dopo ne si ha una conferma schiacciante.

• Sebbene William e Andrew a malapena si guardassero, nel bel mezzo della battaglia finale il primo abbraccia il secondo e gli comunica, di punto in bianco, che è il suo fratello perduto. Okay…

• Memorabile la battaglia finale stile Power Rangers, in cui alle due sorelle spuntano nuovi potentissimi magic powers, in cui Celsien uccide suo padre per adempiere l’antica profezia (state tranquilli, tanto il padre risuscita) per poi svenire, in cui Alisea tira fuori tutta la sua “ruggente furia vendicativa” e ammazza il superkattivo di turno (mentre Celsien, nonostante sia svenuta, continua a fare la telecronaca dell’intera battaglia) soltanto per poi farsi venire i sensi di colpa.

• Se avete intenzione di comprendere come funzioni la faccenda della profezia, vi consiglio di non provarci nemmeno. Inutile che ci troviate un senso, tanto non ce l’ha. Anche partendo dal presupposto che ce l’abbia, la faccenda è talmente confusa e intricata da non capirci niente. A me, perlomeno, è successo così.

• Alla fine, naturalmente, tutti si scoprono parenti di tutti e chi non si scopre parente si sposa, e in ogni caso tutti vivono per sempre felici e contenti. Hip hip hurrà!

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Una (piccola) nota positiva

Okay, ci siamo capiti: Le rune del tempo è il solito romanzo fantasy scadente, con cliché in abbondanza (la principessa intrepida e tosta, la ricerca dell’oggetto magico, il viaggio periglioso, la compagnia eterogenea, il superkattivo, le creature stravaganti, il bel ragazzo dolce e coraggioso, i fratelli e i genitori perduti…) e bruttezze stilistiche a iosa. Ah, e non dimentichiamoci dei disegni, che oltre a sembrare appena abbozzati e, a mio parere, anche piuttosto brutti (se mi ci mettessi d’impegno, persino da me, che non so disegnare, uscirebbe qualcosa di meglio), non si capisce a chi si riferiscano. Un esempio è questo disegno che vedete a destra: –>

Nonostante la sua obbiettiva bruttezza, però, una noticina positiva la farei lo stesso, tanto per essere buona. Questa noticina si riferisce ai “molteplici livelli di lettura” che hanno messo in evidenza molti tra quelli che hanno recensito questo libro su aNobii prima di me.

Devo dire che, mentre leggevo Le rune del tempo, erano così tanti i difetti che incontravo che dopo un po’ mi sembrava di giocare a “caccia all’errore”, e quindi questa faccenda della storia oltre la storia è passata per me decisamente in secondo piano. Ciononostante, sono convinta che, scavando sotto chili e chili di schifezze varie, qualcosa di buono nelle Rune del tempo si trovi. E questo buono, secondo me, va oltre alla semplice storia che si racconta in questo romanzo, ed è anche quel buono che salva questo romanzo dall’essere classificato da me come “emerita schifezza”.
Il fatto è che, al di là delle avventure di Celsien, dei suoi viaggi e dei suoi amori, è evidente che dentro alle Rune del tempo è nascosto un autentico percorso di vita, forse proprio quello stesso percorso che Jamila Bertero ha fatto – come si trova scritto nelle notizie sull’autore della quarta di copertina – mentre scriveva il libro. E in questo penso che sia riuscita a fare centro, perché trasmette qualcosa che è comprensibile da tutti, come le emozioni e le delusioni dovute al primo allontanamento da casa e il desiderio di trovare da soli la propria via, il proprio destino.
Questo, a mio parere, è un messaggio molto bello. Peccato che – ripeto – sia stato sommerso da diversi chili di obbrobri di stile e incongruenze varie, perché se scritto bene e con una trama un po’ meno tirata su a caso, Le rune del tempo sarebbe potuto essere un romanzo perlomeno carino.

Purtroppo, su certi errori è stato impossibile da parte mia anche solo chiudere un occhio. Quindi il mio voto non va oltre una stellina e mezzo. Si poteva fare molto di meglio, secondo me. Speriamo che con i seguiti di questo libro (che, da quanto ho capito, dovrebbe trasformarsi in una duo/trilogia) vada un pelo meglio, ma per il momento questo è tutto. Quel che mi chiedo, però, è: come è possibile che una casa editrice accetti di pubblicare un libro con così tanti difetti, oltretutto senza un minimo di editing?

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N.B.: questa recensione è stata pubblicata il 14 settembre 2011, ma a causa delle rimostranze dell’autrice, che non concorda con il parere da me espresso, sono stata costretta a rimuovere il post per un breve periodo (fino a oggi, 16 settembre) e a modificarne alcune parti. Non voglio esprimere giudizi a riguardo, perciò siate liberi di farvi un’idea da soli, anche attraverso i commenti che trovate qui sotto.

Recensione: Le rune del tempo (1^ parte)

Ben ritrovati a un nuovo appuntamento con il progetto “Libri in cambio di recensioni“. Oggi esprimerò il mio parere sul romanzo d’esordio di Jamila Bertero, ovvero Le rune del tempo.

Titolo: Le rune del tempo
Sottotitolo: I cinque regni per la salvezza d’Irlender
Autore: Jamila Bertero
Genere: fantasy medievale sulla scia di Licia Troisi
Editore: Sangel
Pagine: 278
Anno di pubblicazione: 2009
ISBN: 9788890427183
Prezzo: € 15,00
Formato: brossura
Valutazione:

Ringrazio l’autrice per avermelo spedito.

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Da aNobii-dipendente, non mi è capitato di rado di trovare un libro di un esordiente che tutti o quasi giudicassero magnifico, ma che poi, andandolo a leggere, si rivelasse molto meno bello del previsto, o addirittura un’autentica delusione. Speravo che Le rune del tempo facesse eccezione, una volta tanto, e invece, purtroppo, non è stato così. E quando dico questo, ahimé, non mi limito a considerare il mio giudizio personale, perché credo di avere materiale a sufficienza per dire, quasi senza ombra di dubbio, che Le Rune del Tempo è un libro scadente, che in pratica è esattamente il contrario di come i più me l’hanno descritto.

Cominciamo questa recensione riportando la quarta di copertina, in modo che anche chi non ne ha mai sentito parlare possa farsene un’idea:

Anno di Luce 1200. Irlender non era mai stato così in pericolo come da quando Re Gourler era salito al potere.
Era giunto il momento che il casato della Rosa Blu partisse alla volta di Xarmar, nelle Terre del Nord, per fermare la sua avanzata. Ad Elorim, nelle Terre di Silivren, del Bianco Bagliore, la principessa Celsien si trovava a dover governare il regno senza alcun aiuto. Celsien si renderà ben presto conto che dovrà andare in aiuto all’esercito di suo padre, Re Thalon, per cercare di sconfigge il nemico. Nel suo viaggio verso Nord incontrerà amici inattesi, una sorella, perduta quando era troppo piccola per ricordare, e …forse anche l’amore. L’Arcimaga Silme le confesserà il potere racchiuso nelle Rune del Tempo, i magici bracciali detentori della straordinaria energia dello scorrere del tempo, nel suo imperturbabile cammino.
Il destino di Irlender sarà nelle mani di Celsien, la Profezia sta per avverarsi …Il sangue del malvagio, salverà l’amore.
Non si può più attendere …le Rune del Tempo stanno per trasfigurarsi.

Già la trama di per sè ci fa capire che Le rune del tempo non brilla per originalità: i cliché del sovrano oppressore, della principessa che deve provvedere da sola al regno, della sorella perduta, del viaggio periglioso, della profezia e degli oggetti magici si fanno sentire. Sempre le stesse carte che si mescolano, sempre la stessa partita che si gioca. E alla lunga questo stanca, soprattutto nel nostro panorama di letteratura fantasy, dove ogni settimana o quasi esce un nuovo libro che prende spunto (un modo gentile per dire che scopiazza) da altri fantasy già esistenti. Ma l’originalità di una quarta di copertina in sè non è poi così importante: ho letto molti libri che si basavano su idee nient’affatto originali, ma che si sono rivelati dei buoni libri sotto altri punti di vista, per esempio della qualità dello stile. Con Le Rune del Tempo, però, non succede nemmeno questo.

Ma prima di analizzare la storia in sè, diamo un’occhiata come al solito all’aspetto del libro, in particolare all’onnipresente cartina del territorio:


Perdonate la bassa qualità dell’immagine, ma sappiate che questo è il primo problema della suddetta mappa fantasy: è tremendamente piccola. Certi nomi non riesco a leggerli nemmeno io nell’originale, quindi figuratevi in questa foto che ho scattato di persona, non avendola trovata su internet.
In ogni caso, la piccolezza non è l’unico difetto di questa cartina: come avrete notato, infatti, sembra un sacco tirata via, approssimativa. A parte tre città, un fiume, un lago e gruppi sparsi di montagne, c’è il nulla assoluto. E voi capite che definire realistica una mappa del genere è molto difficile: nella realtà il “nulla” non c’è, e penso che non occorra un genio per disegnare una cartina più dettagliata e soprattutto realistica. E se è davvero così difficile, tanto vale non metterla proprio.

In ogni caso, veniamo al vero punto debole di Le rune del vento, che non è la cartina e nemmeno l’originalità della storia, bensì lo stile con cui la storia è stata scritta. Quindi sì, sorvoliamo sia sulla sviolinata prefazione che troviamo all’inizio del libro (“Un romanzo senza confini, che batte tutte le barriere precostruite del mondo reale. […] Un prezioso elemento che ammalierà gli amanti del fantasy e che non potrà mancare nella libreria di casa.”), sia sul prologo che molto prologo non è, perché suona come un tentativo (non troppo riuscito, puor moi) dell’autrice di mettere in poesia il messaggio della sua storia.
Sorvoliamo e passiamo al romanzo vero e proprio.

Un minestrone di infodump, PoV salterini e difetti vari

Si parte come al solito con un estratto direttamente dagli Annali di Irlender, Historia Regni (non ci è dato sapere da dove abbiano imparato il latino, però), che ci racconta qualcosa di questa terra di Irlender. Tutto bene? Per niente, perché – come al solito, aggiungerei – si tratta della classica introduzione raccontata e zeppa di inforigurgiti, ovvero della trovata che utilizzano spesso gli scrittori pigri per non dover sprecare energie per mostrare tutto. E in questo caso, lo Show, don’t tell avrebbe risparmiato ai lettori un capitolo inutilmente noioso. Un esempio? Ditemi se un incipit del genere non fa pensare a un (palloso) trattato di storia, piuttosto che a un romanzo:

Era l’anno di Luce 1200 nel Mondo d’Irlender. Da Quattrocento anni ormai ad Elorim, nelle Terre di Silivren, come in elfico venivano definite le Terre del Bianco Bagliore, si alternavano sovrani lungimiranti, che avevano saputo far prosperare i propri possedimenti, rendendo le terre rigogliose e le genti serene.

Finito il trattato storico, comincia la storia vera e propria, e qui le cose non vanno meglio:

Erano le prime luci di un freddo mattino d’Irlender, nelle Terre di Silivren, quando mi svegliai di soprassalto, madida di sudore, con la mente che ritornava alla realtà, dopo un lungo va gare in un inconscio oscuro e pieno di strani presagi. Mi ero appena accinta a prepararmi con l’abito delle feste, per il Sabato delle Querce, quando Dorotea, la mia balia, venne a chiamarmi.
РCelsien, sbrigati! La colazione ̬ pronta e tuo padre vuole parlarti.
– Arrivo, balia, arrivo – risposi, indaffarata a chiudere l’ingombrante corsetto di fili intrecciati con le ghiere d’acciaio, a guisa di scudo. Ero solita indossare da sola gli abiti, senza l’ausilio di un’ancella, perché non sentivo il bisogno di dover essere servita, come tante donne, invece, trovavano indispensabile.

Solo io noto tutta una serie di problemi?
• Dopo ben due pagine di trattato storico, serve ancora spiegare che Irlender è nelle terre di Silivren?
• La prima frase è così piena di incisi e di altre frasi subordinate che risulta veramente pesante. E questo non è proprio un bene per un incipit.
• Posto che “mi ero appena accinta” è raccontato, non si alza nemmeno dal letto per vestirsi? Come fa, si sveglia all’improvviso e puff!, è già bella che vestita?
• Come mai la balia le dà del tu e la chiama per nome e non “mia signora”, “mia principessa” o un’altra variante, essendo chiaramente di rango inferiore a lei? E Celsien, che a quanto pare vive con la balia da una vita (se è la sua balia, l’ha anche allattata), come mai la chiama ancora “balia”?
• Anche l’ultima frase è palesemente raccontata, e inoltre risulta illogica per un verso, controproducente per un altro. Illogica perché mi sa molto strano che una principessa non sopporti di lasciarsi aiutare a vestirsi; controproducente perché fa sembrare Celsien davvero antipatica, che non è una bene per una protagonista: anche se forse non in modo intenzionale, si vanta di essere capace di vestirsi da sola, come se chi si facesse aiutare fosse in automatico una ragazza civettuola e snob. E questa non l’ha resa certo simpatica ai miei occhi.

Insomma, non male per un incipit, considerato che non è nemmeno una pagina intera. In quella successiva, infatti, troviamo:

Il manto bianco, ormai, stava stasciando il posto a soffici e verdi prati erbosi

Voi l’avreste detto che un prato è verde e addirittura erboso? Io non ci sarei mai arrivata, davvero!
E poco più avanti:

– Buongiorno padre mio, volevate vedermi?
– Sì, Celsien – ribadì lui

Riporto dal dizionario di italiano:
Ribadire: ripetere diverse volte idee, concetti e sim., per farli entrare bene in testa.
Il che implica che usare il verbo “ribadire” al posto di “rispose” non è proprio la scelta migliore che si possa fare…

Un verde prato erboso.

Si prosegue con un gran numero di frasi raccontate e dei soliti inforigurgiti, ma non solo: qui troviamo addirittura il cosiddetto “As you know, Bob”, ovvero un must che non può assolutamente mancare. E Le rune del tempo ne è pieno.
Ecco alcuni esempi presi sempre dal primo capitolo:

Lasciandomi un sorriso compiaciuto, proruppe:
– …e sei anche un ottimo guerriero. Nonostante io abbia cercato in tutti i modi di dissuaderti dal prendere in mano le armi, tu da bambina giocavi con le spade, anziché con le bambole. Il tuo posto preferito era la fresca solitudine del bosco, dove ti allenavi a tirare con l’arco e le frecce erano tue fedeli compagne. […] Quanto tempo è passato da quando, all’età di cinque anni, durante la Luna d’Inverno, prendesti in mano per la prima volta l’arco, che io stesso ti regalai?
– Ricordo, Padre – dissi confusa con gli occhi sognanti rivolti in l’alto […] – era enorme e lucente, con una rosa intarsiata. Le sue irte spine disposte tutt’intorno all’impugnatura d’oro, circondavano la mano di chi ne prendeva possesso. La corda che lo tendeva era di un materiale nobile, che sapeva solcare l’aria con il sibilo leggero di un alito di vento. Mi divertivo a passare le mie giornate a tirare con l’arco alle cascate di Tornavento, per poi rincasare passando attraverso i campi assolati di Anaslund, vicino al grande cerchio di Pietre di Mellun, nella foresta degli Elfi volanti.

Sorvolando sul disgustoso cliché della bambina che fin da piccola preferisce spade e archi alle bambole (un incrocio tra Nihal ed Eynis, in poche parole), trovo poco felici anche trovate del genere: dialoghi così sono tutt’altro che realistici, perché è illogico che un essere umano parli in questo modo. Chi parlerebbe a distanza di anni della propria bicicletta in termini come: “La candida catena perfettamente oliata e le nobili ruote gonfie al punto giusto mi conducevano per quieti sentieri e magici boschi fatati, popolati da simpatici cerbiatti e vivaci scoiattoli rossi”, a meno che non sia in vena poetica (cosa che Celsien al momento NON è)?
Si tratta come al solito della pensata tipica dello scrittore pigro, che utilizza i dialoghi per fornire al lettore informazioni che mostrare sarebbe troppo faticoso per un risultato piuttosto patetico, se devo dire la verità.
Questo scambio di dialoghi, inoltre, ha anche un altro problema (oltre a “in l’alto” e all’onnipresente virgola tra soggetto e verbo), che nella citazione ho segnato in blu: se il punto di vista è all’interno di Celsien (cosa ovvia, dato che parla in prima persona), come caspita fa a vedere dall’esterno i suoi occhi e a giudicare che sono sognanti? Che siano rivolti verso l’alto ci può stare, ma dovrebbe essere suo padre a dire che ha uno sguardo sognante. E sappiate che questo è soltanto il primo dei tanti errori di PoV che ho trovato, e non è nemmeno il più grave!

La candida catena perfettamente oliata e le nobili ruote gonfie al punto giusto mi conducevano per quieti sentieri e magici boschi fatati…

Fateci tranquillamente l’abitudine, perché nelle Rune del tempo questa è più la regola che l’eccezione: quando gli fa comodo, il narratore cambia PoV senza tanti complimenti, nel migliore dei casi piazzando un capitolo o due con su scritto “Dal diario di Andrew” o “Dagli annali di Irlender” (del tutto fuori luogo), o addirittura infilandosi nella testa degli altri personaggi come se niente fosse. Un errore piuttosto grave, per quanto mi riguarda.

Stesso discorso vale per il “Divenni scura in volto” di pag. 23 (Celsien non si può vedere diventare scura in volto), e per un’altra frase che troviamo più avanti, a pagina 224:

Mi misi a sedere con il volto ceruleo e spaventato, gli occhi sbarrati e i lunghi capelli che m’incorniciavano il viso e ricadevano sciolti lungo le spalle.

Prima di tutto, come sempre, Celsien non può in alcun modo vedere il proprio viso e i propri occhi. Inoltre, trovo che questo modo di auto-descriversi non sia proprio un granché.

Ma più avanti le cose peggiorano ancora. Per esempio, in parecchi punti Celsien inizia di punto in bianco a riportare tali e quali i pensieri degli altri personaggi, come ad esempio a pag 53:

[Celsien entra in una locanda e scambia alcune parole con la locandiera.]
Ha uno strano modo di comportarsi e un modo di parlare molto raffinato rispetto alla gente del paese e delle campagne circostanti, pensò d’un tratto la cameriera, che conosceva bene tutti a Sertin.
Mi parla in tono famigliare, quasi mi conoscesse, ma certamente è solo un’impressione e dire che ho fatto attenzione a non avere gioielli in evidenza, pensavo

Sorvolando sulla punteggiatura sbagliata e sui soliti infodump e frasi raccontate… mi spiegate come fa Celsien a riferire i pensieri della locandiera, tra l’altro ritornando immediatamente all’interno dei suoi?

Il meglio, però, deve ancora venire, perché dopo un po’ avviene il massimo: Celsien più di una volta sviene e continua a raccontare le scene come se fosse sveglissima. A pag. 87, per esempio:

[…] per poi ritrovarsi il mio corpo svenuto tra le braccia. [Andrew] Mi adagiò dolcemente sull’erba, nell’incavo delle radici di una quercia, che si trovava a pochi passi da noi. Scostandomi i capelli dal viso, si soffermò a fissarmi.
…È così bella… pensò Andrew …esile e indifesa, con i lunghi capelli ramati, che le ricadono lungo le spalle con ciocche ribelli. Dai lineamenti del suo volto traspare la nobiltà del suo animo.

Coerenza del PoV? Bye bye… Ah, e non dimentichiamoci i soliti “As you know, Bob” (d’ora in poi AYKB) e inforigurgiti a manetta e la solita punteggiatura bislacca.

O ancora, a pagina 251:

Gail e Parsel furono i primi a riprendere conoscenza.

Vi ricordo che ci troviamo ancora nella testa di Celsien. Detto questo, come fa la nostra protagonista, dato che è ancora svenuta, a dirci che tizio e caio sono stati i primi a riprendersi?

Non è finita qui, però: eccovi altri due begli esempi di raccontato:

Re Thalon era sempre stato agli occhi di tutti un uomo forte e deciso. Il suo fiero vigore trapelava da quel suo passo sicuro e dal portamento tipico del generale militare. Da giovane doveva essere un soldato dal fascino carismatico. Anche ora che gli anni avevano colorato di fili d’argento i suoi capelli, l’animo del combattente covava sotto le sembianze di un bonario e anziano re. (pag. 23)

Alisea era una donna alta e slanciata, da poco aveva compiuto i suoi ventidue inverni. La luminosità del suo viso lasciava scorgere l’indole pacifica, seppur resa forte e indomabile da una razionalità innata e un temperamento ostinato. Nonostante si mostrasse a tutti come una persona molto aperta e solare, in realtà era schiva e riservata. (continua per un’altra pagina buona con lo stesso tono da lista della spesa) [pag. 179]

… e un altro po’ di AYKB:

– C’è una minaccia che incombe sul nostro regno. È giunta ieri notizia, dal cavaliere della contea di Wizamy, che le Terre Lontane, donateci dai nostri antenati affinchè le preservassimo nel tempo, sono state conquistate dai guerrieri Altem, i mezz’uomini – disse [Re Thalon] in tono severo.

Ma Le rune del tempo non si limitano agli AYKB: si sono addirittura inventate un nuovo genere di inforigurgito, ovvero l’”As you think, Bob”, “Come tu pensi, Bob”. Anche di questa novità, Le rune del tempo è pieno zeppo: ogni due per tre ci ritroviamo con dei personaggi che pensano in un modo che non sta né in cielo né in terra. Ecco subito alcuni esempi:

Alis, così si chiamava la locandiera che mi stava offrendo ospitalità, si rese conto di aver sentito pronunciare parole che aveva udito solo un’altra volta prima di allora, quando era ancora una bambina. (pag. 54 – anche qui: 1) Come fa a sapere come si chiama, visto che lei non gliel’ha mai detto? 2) Come può Celsien riportare i pensieri della locandiera?)

[…] non posso privarmene, e ciò che di più caro mi resta di mia madre, fu lei a donarmelo (pag. 69)

È davvero intrigante e misterioso, pensò Alisea. Non mi era mai capitato prima d’ora di rimanere così estasiata ad ascoltare il suono della voce di qualcuno, come se fosse il canto di un usignolo, perdendomi tra le sue parole, come in un labirinto di voci, che sa cullare e dar conforto. (pag. 177)

…è proprio vedendo la passione che muove questi ragazzi, che capisco che non posso arrendermi. Non posso smettere di combattere questa guerra, per la pace in cui, nonostante tutte le avversità continuo a credere. È per tutto quello che sta nascosto nei loro cuori puri e limpidi, che non posso esimermi dal dare loro un futuro, una speranza a cui aggrapparsi. Solo così possono intraprendere il loro viaggio e fare loro la mia battaglia, continuando a lottare quando saranno cresciuti e avranno compreso la loro strada. (pag. 200)

Cioè, spiegatemi, chi è che pensa in questo modo? È come l’esempio sulla bicicletta che ho fatto poco fa… Chi si metterebbe a pensare in modo così complicato? In circostante normali, nessuno, ed ecco perché mi sembrano pensieri così poco realistici.

~ ~ ~

Continua a leggere la seconda parte della recensione.

Recensione: Immagina

Eccomi di nuovo con la recensione di un altro libro inviatomi tramite il progetto “Libri in cambio di recensioni“: Immagina di Yami.

Titolo: Immagina
Autore: Yami
Genere: fantasy, bidimensionale, Giappone
Editore: Sangel
Collana: Cortona
Pagine: 396
Anno di pubblicazione: 2011
ISBN: 9788897040156
Prezzo: € 18,00
Formato: rilegato
Valutazione:

Ringrazio l’autrice per avermelo inviato in formato eBook.

Ho impiegato più del previsto a concludere questo romanzo, un po’ per la lunghezza (400 pagine non sono poche per un eBook, almeno secondo i miei standard), un po’ perché preferisco comunque dedicarmi a uno dei miei cari “vecchi” libri cartacei piuttosto che a un eBook. Se devo essere sincera, ero partita un po’ prevenuta, dubitando che mi sarebbe toccato di leggere un capolavoro… e invece mi sono dovuta ricredere. Cioè, Immagina non sarà un capolavoro, ma l’ho trovato comunque un buon romanzo.

Feo è un ragazzo come tanti altri: nonostante le sue qualità, non riesce a sentirsi inserito nel gruppo dei suoi coetanei, né a realizzare i propri sogni e ideali. La sua vita sembra avere una svolta quando conosce una ragazza speciale, ma la felicità dura poco, perché un giorno viene separato da lei, e Feo finisce per chiudersi in sé stesso… fino a quando una notte non si addormenta, quasi desideroso di non svegliarsi più. Quando si risveglia, però, si ritrova davanti un vecchio, che si presenta come il custode delle chiavi del passaggio tra il mondo della veglia a Immagina, la terra dei sogni. L’uomo gli offre la possibilità di cercare il senso della sua esistenza lì dove ha dimenticato qualcosa di molto importante, ma lo avverte: non sarà un viaggio facile. Le terre di Immagina non sono popolate soltanto da creature fantastiche e luoghi meravigliosi, ma anche dagli Incubi, entità spaventose che perseguitano gli abitanti e i sognatori, seminando ovunque dolore e distruzione. Ma deve decidere velocemente: il passaggio non può rimanere aperto per molto tempo. E Feo accetta.

Di questo parla il primo capitolo del libro. In che genere di mondo si troverà Feo?, viene da domandarsi. In una terra fiabesca come quella di Alice nel Paese delle Meraviglie o in un mondo incantato come Narnia? Oppure in uno in guerra come la Terra di Mezzo all’epoca delle avventure di Frodo?
No, niente di questo: Feo viene catapultato in una terra fantastica dalle atmosfere giapponesi: è una terra da sogno meravigliosa, popolata da strane creature. Ma i sogni non sono l’unica cosa che la caratterizza: ci sono anche gli incubi, gli spaventosi nemici dei sognatori, coloro che vivono a Immagina.
Un’idea che ho trovato ben fatta e originale, devo dire: in Immagina c’è ben poco dei classici fantasy a cui siamo abituati, e la contrapposizione tra sogni e incubi è una trovata che mi è piaciuta davvero molto. Sebbene ci siano alcuni punti in apparenza scontati (storie d’amore a triangolo, persone che scompaiono, altre che non si conoscono…), l’autrice ha avuto la bravura di inserire quasi sempre un colpo di scena imprevisto, un elemento inaspettato che rende più interessante la lettura. Uno scrittore che sa “prendere in giro” i propri lettori, facendo credere loro di introdurre degli elementi apparentemente banali per poi costringerli a rimangiarsi tutto, secondo me, è da ammirare: non sono molti quelli che sanno fare questo.

Parliamo un po’ dei personaggi, che, devo dirlo, mi sono piaciuti un sacco.
Chi non si è mai sentito un po’ Feo, quando non riusciva a essere accettato tra i coetanei, subiva una delusione d’amore e desiderava addormentarsi e non svegliarsi più? Detto così potrebbe sembrare il classico giovane con un carattere fragile e con problemi di autostima, ma presto ci si accorge che Feo ha qualcosa di più del “semplice ragazzo un po’ sfigato”: mi è piaciuto che, nonostante sia l’eroe della storia, spesso fosse difficile anche per lui non subire la violenza degli Incubi.
È un personaggio riuscito, secondo me: né troppo buono né troppo cattivo, né troppo “eroe” né troppo “mollaccione”. Un buon equilibrio, diciamo. Okay, durante la storia tende a svenire un po’ troppo spesso per i miei gusti, e a volte si deprime e comincia a piangersi addosso, ma tutto sommato mi è parso ben realizzato.
Un altro personaggio che ho apprezzato davvero tanto è stato l’esuberante Bello: in apparenza sembra sciocchino, superficiale e anche un po’ stupido, forse perché per lui ogni momento è buono per fare una battuta, ma poi si viene a sapere che ama moltissimo leggere e che ogni sera scrive i resoconti delle sue avventure, sperando, un giorno, di poterli trasformare in un libro tutto suo. Ho adorato la pagina dove viene scritto questo: rivela una parte nascosta di Bello, una parte che lo rende molto più profondo di quello che non sembri, gli fornisce uno spessore inedito che me lo ha reso persino più simpatico. Mi piace molto, in pratica, quando un personaggio apparentemente superficiale dimostra di possedere delle qualità che lo rendono migliore:

«Devi sapere che lui tiene un diario e ci scrive qualcosa tutte le sere» spiegò lei [Moo-chan].
«Non è un semplice diario. Come lo dici tu la fai sembrare una cosa da femminucce» protestò quello [Bello] imbronciato. Moo-chan replicò con una linguaccia. La divertivano le smorfie di Bello quando lo punzecchiava.
«Cosa scrivi?» chiese Feo.
«Beh…» fece Bello, imbarazzato dal suo interessamento «Scrivo i resoconti delle missioni che abbiamo svolto. Magari un giorno, mettendoli insieme, potrò scrivere un libro tutto mio» spiegò timidamente, abbassando lo sguardo come chi teme di essere deriso per i propri progetti.
«Sarebbe fantastico» disse Feo. Sorrise ed aveva un’espressione sincera ed incoraggiante.
«Lo pensi davvero?» esclamò Bello emozionato.
«Perché no? Se è quello che desideri, fallo».
Nessuno sembrò più felice di Bello in quel momento.

Gli altri personaggi, naturalmente, non sono da meno, ma è in particolare a questi due che sento di essermi affezionata.

Per quanto riguarda lo stile, però, non mi sono trovata altrettanto entusiasta: in generale l’ho trovato scritto bene, senza gli errori tipici che commettono gli esordienti, ma ci sono diverse sviste che, se fossero passate tra le mani di un editor, sarebbero state eliminate, rendendo così il libro ancora migliore. Purtroppo, questo non è successo, e spiegherò subito come mai dico questo tramite alcuni esempi presi direttamente dal testo.
Il mostrato, nel complesso, è buono, tranne forse nel capitolo iniziale, dove troviamo un resoconto della vita di Feo che mi è sembrato un po’ noioso e, tutto sommato, tirato via. Come in questo punto, per esempio:

Si voltò di scatto. Un vecchio, vestito in modo strano e con lunghi capelli bianchi se ne stava ritto davanti a lui […]

Dire semplicemente “vestito in modo strano” non fa vedere nulla, è raccontato. A volte sembra addirittura che l’autrice stia creando la trasposizione scritta di un fumetto giapponese, che – si sa – è una cosa da evitare. In altri punti, però, le cose vanno meglio:

Il sole picchiava forte, mentre il canto delle cicale faceva da accompagnamento ad un leggero venticello che cospargeva il prato di petali di ciliegio.

Un’immagine del genere rende bene l’atmosfera estiva, per esempio. Un’altra descrizione che ho apprezzato molto è questa:

In quel preciso istante, Feo aveva sentito qualcosa di caldo e pesante gravare sul suo petto come se una goccia di inchiostro, nero e denso come petrolio, gli fosse caduta sul cuore, lasciando una grossa chiazza scura: era di nuovo solo.

… e per fortuna le parti mostrate sono in maggioranza rispetto a quelle raccontate.
Tra gli altri difetti di stile, ho trovato molte “d” eufoniche inutili, un sacco di “??!”, che in italiano non esistono, “Hei!” al posto di “Ehi! e imperfezioni di vario genere, come:

– ripetizioni:

Feo annuì e, non appena Fauno li raggiunse, si avviarono tutti insieme su per una stradina un po’ isolata, allontanandosi così dall’epicentro della festa. Avrebbe preferito rimanere a guardare ancora un po’, ma non appena arrivarono alla locanda trovò uno spettacolo altrettanto interessante da ammirare.

– troppi avverbi in “-mente”, soprattutto di “improvvisamente”, come ad esempio in questa schifezza:

Purtroppo però l’effetto durò pochi secondi e non appena cessò, lo spettro accorciò immediatamente le distanze che lo separavano dalla sua preda.

– errori veri e propri, come “sono apposto”, ripetuti anche diverse volte:

«E’ tutto apposto?» chiese Bello impensierito mentre con l’aiuto di Moo-chan lo aiutava a rialzarsi.

[…]aggiunse Fauno rimettendo apposto la passerella.

«No grazie, sono apposto».

– espressioni infelici come:

A causa del forte vento, l’acqua era entrata dentro formando una pozza sotto la finestra.

Non sapevo che si potesse “entrare fuori”! ^^

A parte questi errori per lo più veniali, sono rimasta soddisfatta: tre stelline e mezzo assolutamente meritate. Davvero una bella storia, complimenti: fosse come Immagina la media dei libri fantasy che si trovano sugli scaffali!

PS: ah, dimenticato di menzionare i bellissimi disegni!

Il passaggio verso Immagina...