10 anni di scribacchiature (e sentirli tutti)

Si dà il caso che la sottoscritta tenga un diario più o meno segreto.

Si dà anche il caso che la prima entry di questo diario porti la data 17 agosto 2008.

È passato un bel po’ di tempo, ma ricordo ancora quel pomeriggio estivo, in cui ho creato un nuovo documento e ho scritto “Ciao Diario” in cima alla pagina. Una decisione nata dal nulla, pensavo all’inizio.
Oggi penso che se ho cominciato quel diario è perché ne avevo bisogno. Non so proprio dire come mai quel giorno in particolare, però è successo, ed eccomi qui a parlarne esattamente un decennio dopo.

Nel corso degli anni ovviamente il diario si è evoluto: da documento Word su cui scrivevo i miei sfoghi imbarazzanti da adolescente ribelle in perenne crisi ormonale, è passato poi a un vero e proprio diario cartaceo (i.e. quelli di scuola) su cui annotavo le “perle” dei professori e i fatti divertenti successi tra i muri della mia classe, fino ad arrivare alla versione attuale: “pensieri giornalieri” ospitati nelle app Evernote e/o Journey, che offrono salvataggio sul cloud e servizio multipiattaforma, più adatti alle mie esigenze di oggi (è importante stare al passo coi tempi, poffargatto 🙂 ).
Poi c’è stato il presente blog, naturalmente (e che, credevi mi sarei scordata di te, amore mio?): tra alti e bassi (pochi alti e molti bassi), anche Pensieri d’Inchiostro fa parte della “storia”.
Il diario ha inoltre visto varie lingue: l’italiano ovviamente, soprattutto all’inizio, poi qualche tentativo con l’inglese, pochi tentativi mal riusciti col tedesco, infine un mix di inglese e italiano, per migliorare il primo e non dimenticarmi il secondo – vivendo in Inghilterra, non si sa mai quel che ti può succedere.
(All’inizio, tra l’altro, credo che fosse scritto col “fantastico” Comic Sans, che in seguito con ogni probabilità ho cambiato nell’intero documento, a causa di forti attacchi di nausea dovuti alla sola visione del font stesso.)

Una cosa però non è mai cambiata, ovvero lo sforzo quasi-quotidiano di mettere per iscritto i miei pensieri (quasi, perché in certi brevi periodi non ho scritto affatto). Non mi è mai importato se fossero imbarazzanti, sconvenienti o persino, col senno di poi, stupidi, ma soltanto di scriverli per lasciare una traccia di quello che ero e che sono.

Dopo dieci anni, devo dire, sono contenta di averlo fatto e di non aver lasciato che la maggior parte di quei pensieri si perdessero. Se non altro, adesso mi rimane un bel malloppo di roba divertente da leggere… poi diciamocelo, secondo me non è un caso che abbia iniziato a prendere bei voti in italiano proprio a partire dai tredici anni 🙂

E niente: tanti auguri, caro diario, e grazie per avermi accompagnato fino a qui.

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PS: incredibile quanto offuscare un testo lasciando solo una manciata di parole lo faccia sembrare molto intelligente e profondo, pur essendo scritto da una tredicenne. Spoiler: non lo era affatto, ma tanto nessuno lo leggerà mai 🙂

PPS: sappiamo tutti quanto la Microsoft si impegni a aggiornare regolarmente i propri prodotti, spesso e volentieri rendendo incompatibili o almeno di difficile lettura i documenti creati solo con la versione precedente a quella attuale. Per questo motivo, la schermata presente nell’illustrazione potrebbe non rappresentare fedelmente ciò che la sottoscritta utilizzava qualche era informatica fa. Suvvia, rimane comunque un pezzo d’antiquariato.

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Scrivere per (vedersi) crescere

Ora che vi ho elencato un po’ de li fattacci mia – sperando di non avervi annoiato troppo -, forse vi starete domandando cosa c’entrino con la riapertura del blog.
Il fatto è che nell’ultimo anno ho vissuto tante nuove esperienze, e probabilmente i prossimi mesi saranno altrettanto pieni, se non di più: trasferirmi in un’altra città e iniziare ad abitare da sola, organizzarmi con pagamenti, scadenze e tutta la burocrazia immaginabile, affrontare esami non alla “tanto per” ma consapevole che ognuno di essi è un piccolo mattone per costruire il mio futuro… tutte piccole conquiste che hanno contribuito a farmi crescere.

Si ringrazia la Burocrazia per aver puntualmente contribuito a farmi imparare a cavarmela da sola :)

Si ringrazia la Burocrazia per aver puntualmente contribuito a farmi imparare a cavarmela da sola 🙂

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Libreschi pensieri – 15

Ci si mette a scrivere di lena, ma c’è un’ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo né grazia: era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori, allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po’ d’ansiosa incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci si salvi l’anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa.

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[Italo Calvino, Il cavaliere inesistente]

[Recensione] Waiting Room

Titolo: Waiting Room
Autore: Bianca Rita Cataldi
Tags: narrativa, ricordi, passato, emozioni, attesa
Editore: Butterfly
Collana: Raggi di sole
Pagine: 154
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo: €12,00
ISBN: 9788897810209
Formato:  brossura
Copertina e grafica: Elisabetta Baldan
Valutazione: 4,5

Grazie alla “Butterfly Edizioni” per avermelo spedito.

sito editore blog autore sito libro 
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RIASSUNTO – È il 1942. In una Puglia bruciata dal sole, Emilia e Angelo condividono la passione per il sapere, il desiderio di libertà e il tempo della loro giovinezza. Settant’anni dopo, seduta nella sala d’attesa di un dentista, Emilia rivela a se stessa la verità negata di una giovinezza che adesso, per la prima volta, ha il coraggio di riportare alla luce. Con una scrittura che è poesia del ricordo e caleidoscopio di emozioni, Bianca Rita Cataldi accompagna il lettore tra i sorrisi e le lacrime di una donna come noi, raccontando la storia di un amore mancato, di una generazione nell’età dell’incertezza, di un’attesa che attraversa tutta una vita.

L’AUTRICE – Bianca Rita Cataldi è nata nel 1992 a Bari, dove frequenta la facoltà di Lettere Moderne e studia pianoforte in conservatorio. Finalista al Premio Campiello Giovani nel 2009, ha esordito nel 2011 con il romanzo “Il fiume scorre in te”, pubblicato da Booksprint Edizioni. Nel gennaio 2013 ha fondato il blog/magazine culturale Prudence e da un anno collabora con la casa editrice Butterfly. Scrive recensioni letterarie per numerose case editrici sul suo blog B. among the little women. “Waiting room”, finalista della II edizione del Premio Villa Torlonia, è il suo secondo romanzo.

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Libreschi pensieri – 14

Il testo scorreva, brillante ed elettrico. Si lasciava leggere come se si trattasse di una leggenda, una saga mitologica di prodigi e penurie popolata di personaggi e scenari intrecciati attorno a una profezia di speranza per la stirpe. La narrazione spianava la strada all’avvento di un salvatore guerriero che avrebbe liberato la nazione da ogni male e offesa per restituirle la gloria e l’orgoglio, usurpati da scaltri nemici che avevano cospirato da sempre e per sempre contro il popolo, quale che fosse. […] A volte mi soffermavo a rileggere quanto avevo scritto fino a quel momento ed ero invaso dalla vanità cieca di sentire che il macchinario che stavo mondando funzionava con una precisione assoluta.

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[Carlos Ruiz Zafòn, Il gioco dell’angelo]

Nove errori di scrittura da evitare

Buona sera a tutti, chiedo umilmente perdono se nelle ultime settimane non mi faccio sentire spesso: con la scuola e la musica, ahimè, non si scherza.

Spero di fare cosa gradita, in ogni caso, segnalandovi un’interessante articolo pescato su internet che, come da titolo, parla di alcuni errori che si commettono quando si scrive e che sarebbe meglio evitare. Lo trovate qui.

Intanto a presto, portate pazienza: prometto che presto arriveranno altre recensioni e tanti altri articoli succosi! 🙂

*       *       *

“Oggi come oggi la nostra cultura è dominata dall’espressione scritta: e-mail, messaggi, aggiornamenti di stato, post, commenti, recensioni, articoli di riviste online. E se escludiamo quest’ultimo caso, tutto il resto funziona senza alcun tipo di filtro o controllo: schiacci un tasto e, tac!, è pubblicato. E devo riconoscere che molto di quello che leggo è di ottima qualità: intelligente, divertente, informato. Ma devo anche ammettere che molte cose sono davvero pessime e questo mi ricollega a quello che dicevo prima, cioè che è anche il peggior momento. Per quanto le persone siano abituate a scrivere costantemente per la loro cerchia di amici e conoscenti spesso, quando decidono di misurarsi con la narrativa, non sanno che pesci pigliare. Insegnando scrittura e giornalismo è qualcosa di cui mi sono reso conto in prima persona.

Tutti dicono che il linguaggio giovanile, mutuato dalla rete, pieno di slang e neologismi, stia cambiando il modo di scrivere in prosa, ma per quello che ho modo di vedere io non è assolutamente così. Credo che gli studenti pensino che non è quello il modo giusto di scrivere in forma “ufficiale”. E combattuti fra questi due estremi non riescono a trovare un tono appropriato. E non è un problema che riguarda solo gli studenti ma tutta la scrittura – dalle e-mail commerciali alla prosa narrativa – quando viene chiamata a spostarsi su un livello differente da quello della comunicazione quotidiana. È come essere abituati a vivere in un posto tropicale in t-shirt e infradito e venire all’improvviso invitati a una cerimonia dove bisogna vestirsi in giacca e cravatta. È un bel salto.

Per questo, chi ha sviluppato l’attitudine a un linguaggio informale tende a perdersi quando si deve muovere in un ambito diverso. Così ho deciso di scrivere una sorta di decalogo (in realtà sono nove punti, per cui non è un decalogo) per segnalare quegli errori di scrittura che mi sembrano un difetto comune. Se riuscirete a evitarli, credo proprio che avrete imboccato la strada giusta.”

[Racconto] La classe dei famosi

Buona sera, cari lettori!
Ricordate del concorso di scrittura bandito dalla mia scuola un anno fa, a cui avevo partecipato col racconto “La biblioteca di notte”? Be’, la vostra Topolina ha pensato bene di fare il bis, iscrivendosi anche all’edizione di quest’anno, questa volta sperando di avere maggior fortuna (l’anno scorso, infatti, il mio racconto era stato selezionato tra i finalisti, ma non era riuscito per poco a salire sul podio dei vincitori)… che nemmeno in questa occasione, ahimè, ha guardato dalla mia parte: ho passato la selezione, ma anche ‘sta volta non sono più riuscita ad andare avanti.
In ogni caso ciò non basta certo a scoraggiare la prode Topolina, che sa già per certo di volerci riprovare per l’ultima volta. Nel frattempo, vi invito ancora una volta a leggere il mio racconto e a dirmi cosa ne pensate! 🙂

Senza titolo-1Prima di proporvelo, permettete che vi dia qualche indicazione in più.
Innanzitutto, il tema dell’edizione 2013 era “Ricordi di scuola”, come al solito da sviluppare in un testo di massimo 10’000 battute: hanno passato la selezione 9 racconti su circa 30, che sono stati inseriti nel libretto di cui vedete qui a destra la copertina.
Anche in questo caso il titolo mi solleticava non poco: come per “La biblioteca di notte” ho pensato di buttare giù un’idea che mi ronzava in testa da un pezzo, e che potrebbe essere l’antefatto di un vero e proprio libro che mi piacerebbe scrivere… però intanto prendetelo così com’è, che va già bene.
Purtroppo credo che il perno attorno a cui ruota l’intero racconto sia anche un po’ il suo punto debole (nonché, forse, uno degli aspetti che hanno contribuito a non farmi vincere), cioè che si tratta di una storia ispirata alla realtà, e che quindi chi non è a contatto con essa rischia di non capirne tutti i dettagli. Tuttavia anche lettori estranei mi hanno assicurato che diverte lo stesso, quindi spero che piaccia anche a voi.
Se qualche passo risultasse oscuro, ovviamente, non esitate a chiedere spiegazioni, e… consideratela una piccola vendetta che mi sono concessa contro la situazione che alcuni professori stanno creando nella mia classe 😉

A questo punto, credo non ci sia altro da dire. Buona lettura!

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Di libri, di critiche e di denunce

Desidero condividere con voi un articolo trovato in rete – ringraziando ovviamente Silverware, aka Davide Cencini, che me lo ha segnalato – riguardo a un argomento di cui non molto tempo fa si è parlato, più o meno direttamente, anche qui su Pensieri d’inchiostro (le frasi in grassetto sono mie).

È possibile dire di un libro – firmato da un autore celebrato, edito da una delle più grosse case editrici italiane, ben presente nelle classifiche di vendita – che è “un libro letterariamente inesistente scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di responsabilità dello stile, per dirla con Barthes”?

Ad occhio e croce, sembrerebbe di sì, anche se si ritenesse il linguaggio discutibile e il giudizio assai duro e magari immotivato. Ed è giusto e corretto che l’autore così severamente descritto decida di reagire non con le stesse armi (un post o un twitt o una dichiarazione o uno scritto) ma con un’azione legale, peraltro non per diffamazione (ambito penale) ma per concorrenza sleale (civile) da parte di un editor concorrente? Ad occhio e croce, sembrerebbe eccessivo e forse anche – come subito è stato affermato in un documento sottoscritto da 43 intellettuali – “intimidatorio” perché “non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome”. Come si vede, altra benzina sul fuoco del già avvampato scontro in atto nel Paese sulla libertà di stampa e di opinione, questa volta interno al ceto stesso di intellettuali considerati democratici e progressisti. Del resto l’autore in questione, dopo una lunga attività di magistrato e un fulminante passaggio professionale nella narrativa, è anche un deputato del Pd: Gianrico Carofiglio.

La vicenda – che avrà anche un suo momento di mobilitazione attiva mercoledì 26 settembre davanti al commissariato di Piazza del Collegio Romano, “il commissariato di don Ciccio Ingravallo in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda” – è nata con poche righe, vergate sulla propria pagina di Facebook, da Vincenzo Ostuni, noto editor ora con Ponte alle Grazie e critico, a proposito dell’esito del recente Premio Strega: “Finito lo pseudo fair play della gara, dirò la mia sul merito dei libri. Ha vinto un libro [di PIPERNO] profondamente mediocre, una copia di copia, un esempio prototipico di midcult residuale. Ha rischiato di far troppo bene anche un libro letterariamente inesistente [di CAROFIGLIO], scritto con i piedi da uno scribacchino mestierante, senza un’idea, senza un’ombra di responsabilità dello stile, per dirla con Barthes”.

Certo, l’intemerata di Ostuni ha sfiorato la “cagata pazzesca” appioppata da Fantozzi al capolavoro del regista russo Sergej Ejzenštejn Corazzata Potëmkin. Certo, Ostuni con quel post ha stroncato a morte sia il primo arrivato allo Strega, Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi di Alessandro Piperno, sia il terzo classificato Il Silenzio dell’Onda di Carofiglio, bypassando il secondo classificato Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, edito da Ponte alle Grazie, la casa per cui lavora Ostuni. Di qui la “concorrenza sleale” evocata dalla minacciata azione civile da parte di Carofiglio.

Ma le storie letterarie, si legge nel documento dei 43 (e con me sono 44), “sono piene di stroncature assai più feroci, eppure questa è in assoluto la prima volta che uno scrittore italiano ricorre alla magistratura contro un collega per far sanzionare dalla legge un giudizio critico sfavorevole. Non è necessario condividere il parere di Ostuni per rendersi conto che la decisione di Carofiglio costituisce in questo senso un precedente potenzialmente pericoloso. Se dovesse passare il principio in base al quale si può essere condannati per un’opinione – per quanto severa – sulla produzione intellettuale di un romanziere, di un artista o di un regista, non soltanto verrebbe meno la libertà di espressione garantita dalla Costituzione, ma si ucciderebbe all’istante la possibilità stessa di un dibattito culturale degno di questo nome. La decisione di Carofiglio è grave perché, anche a prescindere dalle possibilità di successo della causa, la sua azione legale palesa un intento intimidatorio verso tutti coloro che si occupano di letteratura nel nostro paese. Ed è tanto più grave che essa giunga da un magistrato e parlamentare della Repubblica”.

Il critico Gaetano Pedullà si augura che Carofiglio “faccia un passo indietro. Il suo è un atto intimidatorio non solo verso Ostuni, ma nei confronti di tutta la letteratura italiana. Non deve passare il principio che si rischia la querela per aver espresso un’opinione, anche molto dura, su uno scrittore. Non si tratterà di un’autodenuncia. Semplicemente, rivendichiamo il diritto di poter pronunciare impunemente la frase per cui Ostuni è stata citato”. Certo, “Ostuni nel suo intervento è stato lapidario, mentre in questi casi sarebbe necessario argomentare di più. E non credo si trovasse nella giusta posizione per esprimere quel parere. Critiche che gli ho rivolto personalmente il giorno dopo. Si è trattato di un errore di stile da parte sua, ma questo non c’entra con la libertà di espressione e con la nostra battaglia intellettuale per difenderla”. Mercoledì, “fisicamente saremo una trentina, immagino. Sarà un rito triste e giocoso al tempo stesso. L’obiettivo è difendere una libertà fondamentale”. In più, il gruppo “farà una colletta, per dividere le eventuali spese legali”.

La lettera è firmata da Fulvio Abbate, Maria Pia Ammirati, Luca Archibugi, Vincenzo Arsillo, Nanni Balestrini, Marco Belpoliti, Maria Grazia Calandrone, Rossana Campo, Andrea Libero Carbone, Maria Teresa Carbone, Roberto Ciccarelli, Franco Cordelli, Andrea Cortellessa, Michele Dantini, Cristiano De Majo, Matteo Di Gesù, Francesca Fiorletta, Stefano Gallerani, Sergio Garufi, Giovanni Greco, Andrea Inglese, Tiziana Lo Porto, Valerio Magrelli, Massimiliano Manganelli, Carlo Mazza Galanti, Giordano Meacci, Matteo Nucci, Tommaso Ottonieri, Francesco Pecoraro, Gabriele Pedullà, Christian Raimo, Daniela Ranieri, Francesco Raparelli, Raissa Raskina, Luca Ricci, Luigi Scaffidi, Fabio Stassi, Carola Susani, Fabio Teti, Giorgio Vasta, Sara Ventroni, Paolo Virno, Paolo Zanotti.

Fonte: Il fatto quotidiano.

“Scrivo, quindi… ritrovo me stesso”

Oggi vorrei proporvi la lettura di un articolo trovato sul giornale che a me, personalmente, è piaciuto molto (le frasi in grassetto sono mie):

Contro i “dilettanti della scrittura” che vogliono scrivere per il solo successo commerciale, va riscoperta la nouvelle vague di quanti imbracciano penna, computer e carta per comunicarsi il senso di una vita. Una ricerca per lo più autobiografica che, sant’Ignazio di Loyola docet, fa bene anche alla fede. È quanto sostiene Duccio Demetrio, filosofo, esperto di narrazione autobiografica: ha fondato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, nell’Aretino. Demetrio, docente di Filosofia dell’educazione all’Università Bicocca di Milano, interviene al Festival della mente di Sarzana sabato 1° settembre (ore 10, cinema Moderno) con una conferenza su “La decima Musa: la Scrittura e i suoi miti”.

Professor Demetrio, alcune statistiche affermano che il 50% dei libri pubblicati in Italia non vende nemmeno una copia. Il 70% solo un esemplare. Che senso a parlare di “Perché amiamo scrivere?”, come da titolo del suo ultimo libro (Cortina)?

«In questo testo ragiono sul fenomeno diffuso in tutto il Paese di una domanda di scrittura attraverso il computer e la penna, una domanda che non ha precedenti. Le statistiche ci parlano di un analfabetismo di ritorno preoccupante, ma al contempo non indagano questa esigenza di scrittura che attraversa generazioni diverse. È evidente la crisi che il libro e la letteratura stanno vivendo oggi in termini commerciali. Su questo noto responsabilità gravi della scuola, che non valorizza la lettura a scapito di attività che sviluppano qualità più tecniche, banali ed effimere. Viviamo questo strano paradosso, dunque, per cui, a fronte dei dati da lei citati, esiste una domanda drastica e forte di scrittura, soprattutto online, che rispecchia il bisogno di comunicare i nostri disagi esistenziali più profondi, le nostre attività a favore degli altri oppure le nostre occasioni felici o infelici di incontro. In questo caso la scrittura funge da elemento di riconoscimento personale e interpersonale, anche nel caso di assenza di lettori: lo scrivere ci fa uscire dall’anonimato e ci dà coraggio rispetto agli altri e anche a noi stessi».

Insomma, per parafrasare un vecchio detto elettorale (“piazze piene, urne vuote”), si potrebbe dire: “Librerie vuote, diari pieni” …

«Ovunque possiamo notare una sorta di novelle vague di circoli di scrittura creativa e di lettura, direi una scrittura altra, che non ambisce al successo (almeno nella maggior parte dei casi), anzi sta scalzando quelli che definisco “i dilettanti della scrittura”, quei grafomani che assediano le case editrici, pubblicano in proprio oppure sommergono gli amici con i loro scritti. Loro sì alla ricerca del successo, sia personale che commerciale! Invece quando parlo di scrittura altra mi riferisco per esempio a quelle migliaia di persone che ho incontrato ad Anghiari, per il 90% donne, di ogni età. Persone che scrivono per nessuno se non per se stesse, per accompagnare, spesso, una cura terapeutica di carattere psicoanalitico; persone in disagio esistenziale o toccate dalla malattia. Ad esempio ci sono gruppi di auto-mutuo aiuto di donne afflitte dal tumore che si dedicano all’autobiografia. Anche nel mondo anziano troviamo molta scrittura altra. È un fenomeno sotterraneo, ignorato dai mass media, che non percorre la strada dell’esigenza commerciale della pubblicazione ma che rappresenta un evento decisamente interessante. Si costruiscono circoli, ci si ritrova per leggere non per far emergere il proprio bisogno spasmodico di vedersi editato un libro, ma per condividere la propria esperienza: un segnale di grande civismo e civiltà. La parola, come diceva Socrate, è un farmaco. E lo segnala davvero questa nuova esperienza sociale dello scrivere, in particolare la propria autobiografia. La scrittura conduce ad una solitudine che è feconda per sé e per gli altri. E devo dire che anche la Chiesa si è accorta dell’importanza dell’auto-scrittura».

Ovvero?

«Personalmente frequento parrocchie e gruppi che fanno autobiografia per raccontare la propria storia di fede. Alcuni amici sacerdoti che hanno frequentato l’Università dell’Autobiografia hanno fatto quasi una missione dello scrivere di sé: sono invitato spesso alla settimana di formazione catechistica che si tiene all’Alpe di Siusi (promossa dalla rivista Evangelizzare, ndr), ma anche in incontri nel Sud Italia, come in Puglia e Sicilia. In Trentino esiste un’associazione di stampo ignaziano (i legami tra sant’Ignazio di Loyola, e i suoi Esercizi spirituali, e l’autobiografia sono tantissimi!) che tiene percorsi di formazione appositi sullo scrivere di sé. Per chi, come me, vede nel cristianesimo una valorizzazione della persona, l’introduzione della valorizzazione della soggettività e al contempo la libertà dalla soggettività forte, le connessioni sono evidenti. La scrittura dà forza alla resistenza personale e civile all’omologazione. Pensiamo a quanta scrittura vi è stata dopo i lager nazisti. Scrivere è un’occasione di grande condivisione: si vedano gli scambi epistolari in cui ci si sostiene gli uni gli altri. Anche in questo caso la carità ecclesiale si collega allo scrivere. Personalmente, da oltre 10 anni, con gli studenti dell’Università della Bicocca e prossimamente alla Casa della cultura di Milano, tengo corsi di volontariato biografico: persone che si mettono a disposizione di chi, anziano o ammalato, vuole raccontare di sé. Chi ascolta poi trascrive quanto ricevuto, e lo può donare al diretto interessato o ai familiari».

Lorenzo Fazzini

Fonte: Avvenire (30/08/12)

Concorso Fazi: “Leggi. Scrivi. Vinci un sogno.”

Spendo un breve post per pubblicizzare un concorso di scrittura bandito dalla casa editrice Fazi, che mette in palio la pubblicazione in formato eBook del racconto che risulterà vincitore.

Il concorso vero e proprio è già terminato, in realtà, dato che il termine per inviare la propria opera era il 16 luglio scorso. Tuttavia fino al 2 agosto è ancora possibile votare i propri racconti preferiti tramite il sito stesso, ovvero i-fantasy.it, in modo da selezionare i 10 testi migliori: questi verranno poi giudicati da una giuria interna alla casa editrice, che premierà il vincitore, appunto, con la pubblicazione in digitale.

Il tema era scrivere una storia di massimo 100 cartelle ispirandosi ai primi due libri della trilogia Trylle (Switched e Torn) di Amanda Hocking, il cui romanzo d’esordio è diventato un caso editoriale su internet dopo essere stato rifiutato da molti editori. Ora che i testi sono stati inviati al sito, spetta ai lettori il compito di selezionare i dieci racconti più meritevoli… ed è qui che colgo l’occasione per invitarvi a fare la vostra parte: basta, infatti, un semplice “Mi piace” di Facebook o una condivisione per assegnare un voto in più al racconto che preferite.

Non nego la mia preferenza per “Hidden Heart“, la storia scritta da Emanuela Valentini (di cui ho già avuto occasione di leggere, e apprezzare, qualcosa in passato) – anche perché ho letto certi racconti letteralmente raccapriccianti -, ma con questo non vi sto certo obbligando a votare per lei: vi consiglio solo di darci un’occhiata, perché secondo me merita davvero… e del resto non c’è limite ai voti che ciascun lettore può assegnare, quindi avrete la più ampia liberta di scelta! 🙂

Correte a votare, dunque, se volete contribuire anche voi a questa iniziativa, e… buona lettura!